Intervista a Gabriela Fantato e tre poesie

'Niña', olio su tela, 2006_risultato

Intervista a Gabriela Fantato e tre poesie.

    

    

Per questo numero di Versante Ripido abbiamo proposto ad alcuni autori quattro domande uguali per tutti sul tema della casa, domande uguali per un confronto tra le differenti risposte, il differente modo di ognuno di loro di vivere umanamente e artisticamente l’unità basica dell’insediamento umano.

foto-fantatoQui vi proponiamo le risposte di Gabriela Fantato e alcune sue poesie sul tema.

Gabriela Fantato, poetessa, critica, saggista. Ha vinto diversi premi poetici, tra cui: Gozzano (2003 e 2009, inedito); Montale Europa (2004, inedito), Città di Tortona (edito, 2008); Lorenzo Montano (inedito, 2009). Raccolte poetiche: A distanze minime, in “Almanacco de Lo Specchio” (Mondadori, 2009), ora in Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012, Codice terrestre (La Vita Felice, Milano, 2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine, in Set­timo Quaderno di Po­esia Italiana (Marcos y Marcos, 2001); Enig­ma (DIALOGOlibri, 2000) e Fugando (Book editore, 1996). In uscita The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2011). E’ presente in varie antologie, tra cui: Bona Vox, la poesia torna in scena , a cura di R. Mussapi (Jaca Book, Milano, 20101) e Meglio qui che in ufficio, aforismi – epigrafi, a cura di A.Schatz e M. Vaglieri (Rizzoli, 2009). Ha curato con L.Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti ita­liani (Joker, 2006). Dirige la rivista di poesia, arte e fi­losofia: “La Mosca di Milano”. Per il teatro ha scritto i libretti in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa; La bella Melusina; L’elefante di Annibale; Enigma e Ghost Cafè andati in scena nei maggiori teatri italiani.

         

Che tipo di rapporto esiste tra i suoi versi e la sua casa?

Scrisse la Cvetaeva, in Il poeta e il tempo: il poeta è sempre «contemporaneo» al suo tempo, mai «attuale», ovvero, «la contemporaneità del poeta è in un certo numero di battiti del cuore al secondo, battiti che danno l’esatta pulsazione del secolo – fino alle sue malattie […] e nella consonanza – quasi fisica, fuori del significato – con il cuore dell’epoca – che è anche il mio cuore, che anche nel mio (attraverso il mio) batte».E la poesia, che sempre nasce dall’esperienza, tuttavia sempre la travalica, la trafigge, la supera, cogliendo il telòs che vibra nelle cose e nel mondo. Quindi, se la casa è il primo luogo del vivere, essa è anche il nostro originario “abitare la terra”, direbbe Heidegger, e da lì – dalla casa – parte la parola di poesia. La casa dei fantasmi, dei ricordi; la casa dei sogni e quella perduta. Dentro la casa si coltiva il nostro desiderio, il nostro Io segreto di ombre e ricordi, lo slancio impossibile, la voglia di uscire e il non detto: quel volere restare per sempre rannicchiati nel ventre della madre.

    

Ci racconti delle scatole segrete che custodiscono ricordi.

Qual è il vento che spira tra i mobili? Della gioia, del rimpianto o del dolore?

Gaston Bachelard, filosofo che amo, ha dedicato all’analisi dello spazio grande interesse,in tuta la sua op soprattutto èe La poetica della rêverie. E quindi, lo spazio della casa, della stanza, ma soprattutto ha indagato il senso, il valore degli spazi minuscoli: le scatole. E , infatti, per lui e per me, lo spazio di una scatola è colmo di echi, voci, visi, gesti. In ogni scatola si nasconde, dice il pensatore, «il minuscolo e l’immenso»: il dettaglio e infinito, poiché è dentro il buio più stretto, nel fondo di noi stessi che si annida lo slancio verso l’ignoto, verso il non noto, cosi come la tensione verso il vissuto, e perduto. I segreti delle mie scatole raccolgono l’infanzia: le braccia di mia madre, un sorriso di mio padre; raccolgono però il desiderio presente verso un “abbraccio totale”: abbraccio che salvi e redima dal dolore di vivere. Un abbraccio impossibile, poiché non esiste più quel tempo, dell’infanzia, e poiché nulla toglie il male del vivere. E dunque, le scatole contengono luoghi, persone, ma soprattutto desideri e paure: reali e insieme immaginari. I segreti delle mie scatole raccolgono l’ardore della giovinezza, l’amore invocato e perduto; raccolgono la morte vista e sentita nelle gambe malate di mio padre, negli occhi chiusi di mia madre; raccolgono me stessa che non sono più o, forse, non sono mai stata e sono sempre stata. Il mio Io nascosto, la mia Ombra.

       

Ci dica del passaggio del tempo tra le cose e di come gli occhi le abbiano viste mutare.

Il tempo trascina, il tempo travolge noi, le cose, le persone amate. Il tempo trascina verso la fine, la morte…e dunque, è sempre perdita,dolore, taglio. Ma volte ho visto che il passare dei mesi, degli anni, anche trasforma: il tempo a volte rende migliori, le persone diventano più capaci di ascolto, io so no diventata chi era già scritto al’inizio che fossi, ho scelto , ho deciso, ma alcuni eventi (incontri, perdite, amori, amicizia, persone ritrovate… ) sono accadute, senza mia volontà: il tempo è un grande fiume che corre al Delta, alla fine: la morte, esito certo per tutti, e noi ci muoviamo in acqua a fatica… tenendoci a poche cose, a pochi volti, a poche scene che ci hanno reso un poco felici. E’ solo il tempo che scrive il nostro Destino, la nostra storia.

      

Tre poesie da A DISTANZE MINIME, in Nuovi poeti italiani 6, Einaudi, 2012, Milano:                     

                            

a mio padre

    

I

Senti il freddo e poi un gran caldo
come una stagione diversa
ogni mattina.
Dici – c’è la neve nella stanza,
il cassetto enorme dentro il bianco
per alzarti
                         e andare in bagno.
L’ordine del silenzio sui muri,
le voci nel nero
come non erano nell’infanzia
a imparare l’alfabeto .
Le voci adesso sono potassio e sale,
un sortilegio.
Ogni sorso d’acqua
è acuto come solo
                             una vittoria

    

II

A famiglia giocavamo
fai che sia solo nostra la casa
nel centro del tappeto,
nel cuore di tutti i giorni le schegge.
Una, due …e sono già venti.
Infilati dentro il rettangolo
della stanza gialla dei giochi
eravamo – la preda,
occhi rasoterra a chiedere
la pietà dei mainati,
il sogno di una vita lenta nel fuggire.
Avevamo inventato il taglio
mobydick nell’armadio di casa
e la paura come un gomitolo
tra il punto a croce e le salite.
Il tempo disegna adesso l’infanzia
a moscacieca.
Ci regaliamo ore a perdifiato.

    

III

Di tutta la casa sono rimaste
le travi – un ordine di angoli.
Il male ha lavorato alle radici,
restano le ossa
e non regge il peso, non sa
                                          il respiro.
Dei giochi d’infanzia,
dei tuoi no così tenaci a dare inizio
e fine alle stagioni restano
le pietre, un legno inciso.
Il mare ha smangiato
le fondamenta,
il camino e la stanza chiara.

                         

Martina Dalla Stella, 'Niña', olio su tela, 2006
Martina Dalla Stella, ‘Niña’, olio su tela, 2006

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