Intervista a Giacomo Vit e una poesia

'Come in un ricordo (a mio nonno), olio su tela, 2007

Intervista a Giacomo Vit e una poesia.

    

    

Per questo numero di Versante Ripido abbiamo proposto ad alcuni autori quattro domande uguali per tutti sul tema della casa, domande uguali per un confronto tra le differenti risposte, il differente modo di ognuno di loro di vivere umanamente e artisticamente l’unità basica dell’insediamento umano.

Qui vi proponiamo le risposte di Giacomo Vit e una sua poesia sul tema.

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Che tipo di rapporto esiste tra i tuoi versi e la tua casa?

Scrivendo nel dialetto friulano del mio paese, col quale ho imparato a nominare per la prima volta le cose (l’italiano sarebbe arrivato più tardi, con l’istruzione scolastica), è inevitabile che la mia casa sia anche un serbatoio linguistico -affettivo. La casa così, senza tema di retorica, è la mia anima.

         

Ci racconti delle scatole segrete che custodiscono ricordi?

Ogni cassetto, ogni armadio, ogni scatolina contengono squarci di passato: basta poco per farli riaffiorare sulle acque del presente. La memoria certe volte è indulgente e fa venire a galla i ricordi più belli; altre volte è più severa e fa emergere quelli più spigolosi, che rimandano a situazioni di sofferenza.

       

Qual è il vento che spira tra i mobili? della gioia, del rimpianto, del dolore?

In parte ho già risposto al punto precedente; come accade nella vita, il vento può assumere diverse connotazioni, anche se è sempre quello del rimpianto che predomina: le cose avrebbero potuto andare diversamente?

      

Dicci del passaggio del tempo tra le cose e di come gli occhi le abbiano viste mutare

Il tempo passa sulle cose e cerca di sbiadire colori e contorni: sta al nostro sguardo interiore riconoscere com’erano in origine.   

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LA ME VECIA CIASA A VUARDA… 

La me vecia ciasa a è ulà in font,
in duà ch’a màndin luzòurs scurs
i gorcs e li’ urtìis dismintiadis
da la rabia dal falsèt. A vuarda
cui vui dai vecius barcons
il paeis ch’al gambia: scavatòurs
ciocs dopu la sagra, omis-furmìis
a spostà muciùs e muciùs di tiara…
Ma la me vecia ciasa a vuarda e a tas,
ancia cuant che il mont ator-ator
al va in slanìs; lic, cui so murs
ch’a nìssin, cu modons crevàs,
a strens fuart li’ fòndis,
a clostra i pinseirs, e a s’inventa
un mont compàin di chel
ch’a ghi cianta drenti…

      

LA MIA VECCHIA CASA OSSERVA… La mia vecchia casa è là in fondo, / dove inviano lucori oscuri / i gorghi e le ortiche dimenticate / dalla rabbia della falce. Osserva / con gli occhi dei vecchi scuri / il paese che cambia: scavatori / ubriachi dopo la sagra, uomini-formiche / a spostare mucchietti e mucchietti di terra…/ Ma la mia vecchia casa osserva e tace, / anche quando il mondo tutt’attorno / si va sfacendo; lei, con i suoi muri / malfermi, con i mattoni crepati, / stringe forte le fondamenta, / serra i pensieri, e s’inventa / un mondo uguale a quello / che le canta dentro…

                        

Martina Dalla Stella, 'Come in un ricordo (a mi nonna)', olio su tela, 2014 - in apertura 'Come in un ricordo (a mio nonno), olio su tela, 2007
Martina Dalla Stella, ‘Come in un ricordo (a mia nonna)’, olio su tela, 2014 – in apertura ‘Come in un ricordo (a mio nonno), olio su tela, 2007

 

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