Intervista a Giovanna Cristina Vivinetto, a cura di Antonella Lucchini

Grand Budapest Hotel, Wes Anderson, 2014

Intervista a Giovanna Cristina Vivinetto, a cura di Antonella Lucchini.

     

     

Abbiamo intervistato Giovanna Cristina Vivinetto, giovane poetessa autrice di “Dolore minimo”, una raccolta poetica in cui racconta il proprio percorso personale, dalla disforia di genere all’accoglienza dell’altro sé, alla costruzione della vera immagine, ontologica e fisica. L’opera sta ricevendo consensi da più parti (già alcuni inediti pubblicati in anteprima avevano attirato l’attenzione di molti) e, naturalmente, visto che l’Italia è agli ultimi posti in Europa per le leggi sui diritti civili, Giovanna ha già subito attacchi personali pubblici.
Versante Ripido ha voluto sentire dalla sua viva voce alcune impressioni.

    

Scelta riflettuta trasferire il tuo percorso personale in poesia o esigenza immediata e spontanea?

Ciò che, sin dall’adolescenza, mi ha colpito della poesia è la sua esattezza espressiva, la possibilità del verso di dire molto condensandolo in poche parole. L’essenzialità del dettato che arriva direttamente al cuore delle cose senza troppi giri di parole. Era forse l’unico mezzo con il quale avrei potuto esprimere in versi una storia che necessitava di poco per dire molto.

     

Perché dolore minimo? Ci si immagina al contrario un dolore viscerale, pervasivo.

“Dolore minimo” è, banalmente, ciò che viene dopo il “dolore massimo”: è, cioè, la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo e lacerante – quello del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

      

Cosa ne pensi, proprio alla luce della tua poesia che definirei confessionale, nel senso più autentico del termine, del dibattito su poesia autobiografica sì, poesia autobiografica no?

Una poesia che non contempli anche una piccola parte di autobiografia, a mio avviso, non può definirsi poesia. Lo stesso vale per la letteratura in generale. Il dato autobiografico è essenziale alla letteratura al pari di quello dell’invenzione. Oltretutto sono dell’idea che non si può prescindere dal dato autobiografico nella produzione di un testo: per quanto ci si sforzi a farne a meno, è qualcosa di inconscio che prima o poi viene fuori, anche negli scritti meno autobiografici possibile. D’altronde, come si fa a fare a meno della propria storia?

      

So che hai un gemello: a livello psicologico come avete vissuto la tua metamorfosi?

C’è una poesia, nell’ultima sezione di Dolore minimo, dedicata proprio alla figura del fratello. Lascerei parlare i versi più significativi che sono, oltretutto, anche i più veri: “Non si sentì tradito, il fratello, / semplicemente frastornato. / […] / A un tratto la realtà / esterna sorpassò l’importanza / di quel che provava nel cuore. / Forse non ci aveva mai riflettuto. / Col silenzio affrontò le cose. / Con la durezza di bontà rinnegate / senza un valido motivo. Si adeguò / al dolore senza provare a comprenderlo.”. Ci sono metamorfosi che non necessitano di parole per compiersi e per essere accettate: si dice che tra gemelli ci sia una sorta di telepatia che prescinde dalle parole. Posso dire che è vero.

     

Tengo molto a questo aspetto. Qualcuno ti ha mai fatto pesantemente sentire un “fenomeno” da baraccone?

Assolutamente no, almeno fino ad ora. Devo ammettere che ci vuole molto per riuscire a condizionare il mio modo di pensarmi, valutarmi e rappresentarmi. Ci ho messo vent’anni per realizzare nella pienezza ciò che sono sempre stata: pensi sia sufficiente il parere di qualcuno per farmi cambiare idea su ciò che sono e rappresento attraverso la mia poesia?

       

Recentemente sei stata attaccata da un gruppo di “sostenitori della vita” (come se tutti gli altri fossero per gli omicidi di massa). Vuoi parlarne?

La cosa più grave che possa esistere è l’odio gratuito verso ciò che una persona è piuttosto che per quello che fa, per le sue azioni. Sono stata pesantemente attaccata dalla Onlus Provita (oltre 60 mila mi piace su Facebook e locandine contro l’aborto ovunque) perché sono una donna transessuale e una donna transessuale non può fare poesia, non può scrivere, non deve fare semplicemente nulla. Magari soltanto togliersi di mezzo il prima possibile. Perché la transessualità è una malattia grave e, in quanto tale, va curata e non diffusa: la si releghi negli ospedali non nelle librerie.

        

Non è facile trovare domande da porti, perché a molte hai già risposto con le tue poesie. C’è una domanda a cui vorresti rispondere, in particolare, che non ti ho rivolto?

Credo che qualsiasi risposta io possa dare è già contenuta in Dolore minimo, che vi invito a leggere per capire molte cose su cui non si era mai parlato prima d’ora in poesia. E per conoscermi meglio senza infingimenti né maschere.

                 

Grand Budapest Hotel, Wes Anderson, 2014
Grand Budapest Hotel, Wes Anderson, 2014

    

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