Intervista a Giulia Niccolai, a cura di Emilia Barbato

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Intervista a Giulia Niccolai, a cura di Emilia Barbato.

     

     

Giulia mi accoglie con la luce del suo sorriso, in casa un buon odore di legno e di libri. Mi chiede se può offrirmi qualcosa, rispondo dell’acqua. Torna con una brocca e due bicchieri diversi, mi dice di scegliere quello che preferisco. Per me è uguale! In realtà mi innamoro delle differenze e non saprei mai scegliere tra la forma liscia e perfetta, a me prossima, e le irregolarità del bicchiere a lei vicino. Per qualche ragione penso che le due forme siano complementari, l’unità dinamica di due opposti.
Guardando l’acqua nella brocca afferma: “Mi vergogno a comprare l’acqua” e tutto comincia, si compie e ritorna in questa sua considerazione infinita. Me ne sto seduta e rapita sulla sedia, la parte razionale di me guarda il foglio con le domande, l’altra pensa che sarebbe bello ascoltarla parlare di tutto o anche, semplicemente, ascoltare insieme a lei il silenzio.

      

Fotografa, poetessa, prosatrice, viaggiatrice, critica d’arte, monaca buddista. Una vita ricchissima e non convenzionale raccontata con ironia e ingegno nel libro foto e frisbee. Uno sguardo e una memoria in continuo movimento nel trentennio che va dagli anni cinquanta agli ottanta, cosa può dirci della Giulia attuale?

Direi che la Giulia attuale è la somma di tutto quanto e tutto ha inizio con i miei genitori e la fotografia. Già nel 41, quando fummo sfollati a Menaggio sul lago di Como e quando la  maestra mi creava il vuoto intorno, dicendo durante le interrogazioni che non avrei saputo rispondere data l’americanità di mia madre, provavo una grande sofferenza. Nel gennaio del 45 mia madre e la sua amica tedesca, durante uno spostamento in battello da Menaggio a Bellagio, furono raggiunte da una raffica di proiettili e mia madre fu ferita al braccio destro, perdendo la capacità di aprirlo e chiuderlo completamente, mentre la sua migliore amica fu uccisa. Da quel momento mia madre non fu più la stessa. Ne ebbi prova nel periodo della nostra permanenza in America. Infatti, quando da Parigi raggiungemmo New York in aereo, il Constellation, scoprii di dover seguire tutto da sola a undici anni. Lei era distrutta, totalmente persa, non ho potuto perdonarglielo.
Dopo un anno da quel viaggio chiesi a mio padre se non fosse il caso di fare sì che “Cenno”, ho dato un soprannome sia a mio padre sia a mia madre, vedesse un neurologo. Mio padre, per la prima volta, mi dette una sberla dimostrandomi quanto non riuscisse ad accettare la malattia di mia madre. Lui era ingegnere, ottimo a lavoro, ma privo di sensibilità psicologica. A lui non ho perdonato di non aver accettato le tendenze sessuali di mio zio. Dopo un piccolo scandalo vissuto da mio zio nella società farmaceutica presso cui lavorava, infatti, si vide respinto da mio padre per il resto della vita. Questa delusione mi ha provocato ulteriore sofferenza, perciò io non parlo mai di loro, pur dovendogli la vita e una certa serenità economica e come conseguenza di questi episodi non li ho più amati come prima.
I miei viaggi e la fotografia sono stati motivati dal desiderio di libertà e dal bisogno di uscire dal contesto familiare.
Dopo trentatré anni di pratica buddista un sogno, mandatomi dal lama, mi ha fatto capire che ho lasciato mio marito malato di rene policistico per una ragione specifica. Il compito del cammino spirituale è permettere di vedere tutti gli sbagli fatti nella vita, ripassarli, arrossirne e vergognarsi senza più senso di colpa, perché in qualche modo si arriva all’intuizione per cui ci si è comportati in un certo modo per una data ragione.
La Giulia attuale è una donna totalmente consapevole che riesce a vivere nel presente guardando il passato, analizzando i punti di rottura più grandi e sanandoli con tenacia attraverso il cammino spirituale.
Dopo la morte di mio padre nel 63, di un amico nel 65 e di mio marito nel 66 ho capito di non poter più essere libera e così ho abbandonato la fotografia per la scrittura allo scopo di comprendere le cose.
Nel sogno inviatomi dal lama emerge che non tolleravo di essere moglie, o wife in inglese, così come lo era stata mia madre per mio padre. E questa è la ragione per cui, sia con il compagno di sette anni, relazione avuta durante il periodo della mia permanenza negli Stati Uniti, sia con i compagni successivi, legami entrambi di undici anni, ho deciso di non sposarmi.
Essere moglie mi avrebbe resa troppo simile a mia madre. Quindi, sono diventata monaca.
In Esoterico bigliardo riporto anche la storia di un gallo per descrivere il primo distacco da mia madre all’età di quattro anni. Ero al tavolino e mangiavo, improvvisamente è arrivato un gallo che ha iniziato a beccare nel piatto con un rumore fortissimo, al termine del suono ho lanciato un urlo poiché l’animale mi fissava e io ero certa che mi avrebbe beccato gli occhi. Mia madre, volendomi coraggiosa, disse alle amiche che avevo paura delle galline, schernendomi.

     

Alla luce delle sue esperienze cosa cercherebbe nei soggetti fotografici la Giulia di oggi?

Da quelle tre morti, per me così importanti, non ho più preso in mano una macchina fotografica. È stata talmente dura la ragione per cui ho abbandonato la fotografia da spingermi a chiudere definitivamente.

     

Quanto pensa che lo sguardo di un fotografo possa contribuire a mutare la natura del soggetto?

Moltissimo, il fotografo realizza quello che desidera, ciò che si guarda non è affatto realtà ma un attimo, per questo io considero molto i Frisbees delle polaroid interiori.

     

Nel suo ultimo libro sostiene si renda necessaria l’identificazione della mente con il fenomeno, quanto la religione e la meditazione hanno cambiato la sua poesia? Oppure quanto la poesia l’ha spinta verso la comprensione, la meditazione e il buddismo?

La poesia sicuramente mi ha spinta verso il buddismo. Il concetto fondamentale del buddismo è la non esistenza inerente dei fenomeni, questi ultimi esistono sempre e solo per interdipendenza. Tutta la popolazione è una cosa unica e l’eternità è consapevolezza. Venire a contatto con la consapevolezza dona infinita gratitudine. Siamo al mondo per capire se vogliamo sempre maggiore consapevolezza oppure se vogliamo essere tiranni e ottenere tutto quello che vogliamo.
Faccio chiarezza sulle dinamiche del mio processo di avvicinamento alla scrittura.
Nella prosa, Grande angolo del 1966 o Esoterico bigliardo del 2000, sono riuscita solo a parlare di avventura, l’avventura della fotografia e la grande avventura del cammino di introspezione spirituale, nei libri successivi, Le due sponde, Cos’è poesia, Foto & frisbee e Favole & frisbees, ho unito prosa e frisbees. Ho sempre voluto unire tutto poiché essere diversa dagli altri è sempre stata una tortura. Ho sempre desiderato solo essere uguale agli altri, unita. Nella poesia invece, a partire dalle poesie concrete, create con le parole da Alice nel paese delle meraviglie, ho trovato il mio spazio, ho scoperto cioè che l’umorismo rappresenta la dimensione giusta per ciò che posso dire. Un Lama tibetano ha scritto: ”L’umorismo è trovare spazio dove spazio non c’è” questo è un concetto che condivido al cento per cento. Così ho iniziato con le poesie visive, poi con i nonsense geografici, da considerare come una sorta di ricetta comica. Per esempio A marmolada, sia letto in inglese sia in italiano, finisce col diventare una sorta di marmellata di marmo ed era questo genere di ragionamenti che mi appassionava. Inizialmente non ho avuto il coraggio di dire la mia e nelle poesie dette Dai novissimi ho ripreso il famoso testo di Giuliani, che parla della poesia novissima, e ne ho fatto dei collage. Successivamente ho scritto i Webster Poems sempre con testi presi in prestito e solo dopo sono passata alle ballate dell’insalata russa dove inizio a trattare situazioni capitatemi. Il mio obiettivo non era fare poesia alta, per timore verso la poesia.

      

Come si fa a non essere tiranni a non pensare al sé e a fare proprio il tutto? A capire che l’altro è il sé?

È un cammino lentissimo, io, per esempio, ho cominciato a cinquant’anni.
Dopo una serie di batoste si capisce che si fa parte del tutto e in questa ottica si può anche accettare che a dieci anni è stato necessario fare la madre di tua madre e non si può fare altro che accettare e dire: “benissimo, accettiamo tutto e vediamo a dove conduce tutto questo!” Ad un Lama tibetano, e i lama sono persone spiritosissime, ho detto: “Mi dispiace aver iniziato il cammino così solo a cinquanta anni” – “No!” Dice lui “è l’ideale, prima fai quello che ti pare”. Il cammino e le batoste aprono delle crepe che lasciano intuire una sofferenza universale, soffro io più degli altri? No! Soffrono tutti. Si deve imparare ad accettare ogni prova ed è questo che aiuta a sconfiggere il demone ego.
È alla compassione che si deve arrivare e nessuno sa cos’è la compassione. A livello buddista si arriva alla compassione dopo aver eliminato la dualità maschile e femminile in te, cioè solo dopo essere arrivata all’estasi di Santa Teresa D’Avila. I monaci arrivano ad un livello tale di consapevolezza e compassione che restando immobili raggiungono l’estasi quando e come vogliono.

         

Quanto ritiene che la poesia si presti a tradurre l’esperienza della realtà e quanto invece il linguaggio pecchi del senso comune fornito alla parola?

La poesia è il linguaggio più appropriato a rappresentare la realtà per i salti incredibili che fa, gli stessi salti che chiede al lettore che rimane sorpreso arrivando laddove non si aspettava di poter arrivare. Io stessa non avrei mai creduto di poter essere grata per i versi di Pascoli, per il senso di rilevazione, l’attimo di gioia e di completezza così totale da rappresentare uno dei momenti più felici della mia vita.

[…] Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie.

Il verso “le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie”, dopo l’esperienza della vita, mi ha portata a vedere una chiesetta romanica poco diversa da un canile e una mancanza di gradini, “erbose hanno le soglie”, facendomi percepire la chiesetta come la cuccia del cane. Non ha i gradini per salire, “scioglie le dure zolle e _visita_ le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie”. Mi viene la pelle d’oca al pensiero, ma questo ho potuto comprenderlo solo quindici anni fa. Così anche per l’altra

[…] mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino

L’azzurra vision di San Marino è la poesia. Quel senso di stupore e meraviglia, la commozione per la straordinaria bellezza della “cosa” (pensiero, immagine ecc.): una sorta di momentanea sospensione del giudizio critico e dunque della nostra concettualizzazione. Si tratta di poesia quando, dopo lo Stilt point (quell’attimo di sospensione che la mente ha dopo aver letto un testo rivelatorio), si prova la gioia della gratitudine e non la neutralità dell’indifferenza. Fisicamente si possono avvertire anche dei brividi sulla pelle.[1]

Questa gratitudine l’ho provata solo dopo che ha iniziato a ridermi il cuore, cioè con il buddismo. L’esperienza della vita fa ritornare e compie qualcosa che in precedenza è stato trascurato. Sempre nel libro Cos’è poesia racconto della mia prima volta in Grecia all’acropoli. Ero in viaggio con i miei genitori durante gli anni in cui frequentavo il liceo. Curiosissima di vedere quelle opere, le osservo, mi paiono belle, ma non mi dicono niente, rimango malissimo. Torno venti anni dopo, a trentasei anni, e provo la stessa cosa. Torno a settanta e le statue sono tutti fratelli, li riconosco, sono tutti dentro di me, una gioia, il sorriso minimo, come quello degli etruschi. Erano tutti diventati notissimi, dei parenti notissimi.
Racconto anche, dopo aver letto l’Odissea, di aver cercato a lungo le onde color vino, il mare viola, dovunque fossi andata, Italia, Francia, Spagna, le ho cercate ma non le ho mai viste. Mi sono apparse solo negli anni novanta, sul battello da Rodi a Simi, e quando le ho viste è stato uno dei momenti decisivi, ho capito che l’Odissea è uno dei libri più importanti della mia vita.

     

I frisbees, liberi, ironici, profondi, sono poesie che si risolvono velocemente, è come se chiedesse ai suoi lettori di soffermarsi e perfezionare l’attimo e il senso lanciato, è corretta questa interpretazione? 

Sì bellissima interpretazione, i frisbees vanno letti lentamente altrimenti si mangiano l’un l’altro e potrebbero essere un poema unico. Scrivo frisbees perché quando mi capita mi danno una gioia enorme e mi dico se danno a me questa felicità allora possono regalarla anche ad altri. Uno nuovo mi è arrivato al supermercato da una signora anziana in fila davanti a me.
Signora elegante con solo due zucchine e un certosino, la commessa le dice: “non c’è altro?” – “Eh…no!” Dice Lei “non penso in grande!”
Un altro ancora, pubblicato in new frisbees, Una sessantenne alla cassa/del Supermercato. Invece di dire/ quanto devo?/ dice: vorrei un caffè./ Il giovane cassiere le sorride/ e risponde: pensare che ho sempre/ voluto fare il barista!/ Un caso, o con la crisi stiamo/ diventando più umani?
Nell’ultimo, favole e frisbees, la commessa dice: ”Ma non mi tornano i conti!” Ha ragione è il salmone che non ha fischiato!
Altro esempio simpaticissimo. Ero sempre al supermercato ma non riuscendo a trovare le orecchiette, mi sono rivolta ad una ragazza giovane chiedendo: “scusi ma lei vede le orecchiette? No! Non le vedo, Sa dove possono essere? Saranno dice lei nello scomparto figo” Allora io che so che i giovani dicono sempre figo rimango un po’ perplessa e dico: “sarà uno scomparto importante!” e dico: “Ma quale sarebbe lo scomparto figo?” E dice. “Dove c’è la pasta fresca!” Rido. Mi rendo conto che sto diventando sorda, ma la cosa mostruosa è che io sono tutta contenta perché so che i giovani usano la parola figo!

       

Cosa pensa che un poeta debba cercare per rendere più incisiva la sua voce?

La poesia è in mano alle persone brave che hanno una fortissima ambizione, siccome la poesia non vende e le grandi case editrici pubblicano pochi autori bisogna semplicemente aspettare. C’è molta poesia valida che si è mantenuta nascosta, il fatto che tu sia qui me lo conferma, come me lo ribadisce un’intervista che mi è stata fatta per il Wall Street International, o che nel 2006 mi sia stato conferito il titolo di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana dal presidente Carlo Azeglio Ciampi e che nel 2016 abbia ricevuto il premio Pagliarani alla carriera. Il giorno in cui ho trovato il telegramma dove mi si avvertiva dell’onorificenza ho pensato allo scherzo di un cretino, così ho scritto alla segreteria del Quirinale e ho chiesto come mai e da chi ero stata segnalata. Ho scoperto di essere stata segnalata da una giornalista che aveva letto una serie di articoli su personaggi definiti eccentrici, tra i quali c’ero io, Dondero e Giovanni Anceschi, che conosco benissimo.

     

Nella sua poesia la parola diventa apertura. Può raccontarci qualche incontro che l’ha arricchita particolarmente durante gli anni del Mulino aumentando la sua già innata capacità di spaziare?

Come ho scritto e detto a Paul Vangelisti, poeta di Los Angeles e caro amico di Adriano che lo ha tradotto e lo ammira incondizionatamente, non c’è una persona in particolare che mi abbia influenzata.
La grande esperienza è stata l’aver fatto parte della cucina della poesia. Non a caso lavoravamo sempre in cucina perché era la più fresca d’estate e la più calda d’inverno con la stufa economica. Ho vissuto tutti gli aspetti più importanti della poesia. La rivista, le lettere agli autori, la decisione, questo sì questo no, attività seguita sempre da Adriano. Tutto ciò ha fatto sì che mi sentissi a mio agio. Sono stata immersa per dieci anni nel fare poesia, nel tradurre, nel correggere, nel lavoro di battitura a macchina, stampavamo anche noi, essere dentro la poesia, totalmente nella cucina della poesia. Poi naturalmente la lettura di tutti i manoscritti, di tutte le poesie.
Un autore al quale ho sempre voluto bene, e con cui ci siamo copiati a vicenda, lui per le mie poesie visive io per il suo umorismo, è Corrado Costa, sebbene lui sia diversissimo da me. Le sue poesie infatti hanno una leggerezza e una fantasia tutta di pensiero, le mie invece attingono dalla strada.

     

Una sua poesia a cui è particolarmente legata? 

Sono legata a due poesie

GIAPPONE

A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”.
Il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne.
33 sono gli spazi vuoti
t r a l e c o l o n n e.

Filosoficamente, il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente,
e nessuno.

*

Sotto le tante stelle luminose
di quel cielo che appare concavo
e protettivo per una cupola
-per la prossimità all’Equatore-
Il monaco che mi accompagna
Con la sua pila per i campi
e i sentieri sterrati, non illuminati
del Monastero di Sera Je nel Sud
dell’India, a un certo punto dice
deliziandomi: la traduzione letterale
di “pila” in tibetano è “lucciola per le scarpe”.
Questa è “poesia” pensai tra me allora
e ora che voglio scriverne ricordando
quel buio avvolgente come seta,
so che era lui il poeta, perché chiedendo
conferma ad altri tibetani, nessuno
di loro l’aveva mai sentito dire.
Devo molto a quel monaco e alla sua
“lucciola per le scarpe” che ondeggiando
avanti/indietro come un metronomo
ha illuminato per anni le buche, i sassi,
i dislivelli e i miei stanchi passi titubanti.

*

       

Quali sono i poeti che hanno particolarmente influenzato il suo percorso?

L’avanguardia per me è stata importantissima perché mi ha aiutata a zittire tutte le metriche e le rime che avevo dentro e delle quali non riuscivo a liberarmi. I nonsense geografici, che sono scritti in francese, inglese e in italiano, mimano ognuno a modo suo dei ritmi di poesie scritti in quelle lingue ma solo allo scopo di fare l’ultima partita a ping pong con loro e poi metterle da parte definitivamente. Ho sempre affrontato la poesia come gioco, se c’è anche lo specchio dell’anima bene, ma io ho sempre usato un po’ di difesa, l’umorismo è una difesa.

       

A quale età ha iniziato a scrivere poesia e a quale a leggerla?

A dieci anni, c’era una poesia di Giuseppe Giusti che mi leggeva mio padre ed io ho usato il ritmo di quella poesia per farne un’altra comica.
Era tipo “le pulci bestie astinenti vivono e dormono senza complimenti” cose così.
Allora c’erano pochissimi libri per bambini italiani mentre ce n’erano moltissimi in inglese che mi venivano letti. Mio padre mi leggeva la storia di Max e Moritz, Facinora Puerilia, in latino e ovviamente me la traduceva in italiano allo scopo di farmi familiarizzare con il latino.

       

Cosa pensa del poetry slam?

No! Non ne so niente, non ne sono scandalizzata, trovo che la si possa giocare come si vuole, dopotutto è come con gli stornelli.

      

Quale poeta del panorama contemporaneo trova innovativo?

A me piacciono molto Philip Larkin, James Merril, Elizabeth Bishop

      

Come crede sia possibile sperimentare oggi nuove forme di poesia per distinguere la propria voce?

Ci si aspetta troppo dalla poesia e poco da se stessi, nel senso, essere poeta secondo me vuol dire essere riusciti a mollare tutto il resto, compresa l’ambizione di essere poeta. Per sperimentare occorre una specie di libertà che va a mano a mano conquistata a seconda del momento. Per cui ogni nuova fase è l’apertura di un blocco, di un desiderio, di una negatività. È arrivare ad una propria, vera, sincerità.
Perché non ho mai pensato a scrivere una poesia molto molto consapevole e introspettiva? Perché credo ne abbiamo di poeti simili, troppi e troppo in contrasto, per cui non ho mai voluto, forse anche per timidezza verso la poesia.

       

Secondo lei, c’è una parola che sente come l’essenza della sua vita?

Sì, la ricerca. Una sorta di impegno, di dovere sine qua non

     

A cosa sta lavorando?

Ai frisbees da non pubblicare perché i Lama non vogliono che pubblichi più e forse andrò avanti con questi frisbees e quando morirò qualcuno ne farà qualcosa.
Gli uomini della letteratura italiana non hanno mai parlato di me, io esisto per via della Cecilia Bello Minciacchi, molto brava, e per via di Milli Graffi che attualmente dirige la rivista. Forse perché sono passata dalla fotografia alla scrittura. L’unico uomo che ha parlato di me è questo giovanissimo Alessandro Giammei che ha fatto un’introduzione meravigliosamente partecipe spiritosissima al mio ultimo libro, Favole e Frisbees.

    

Come vede la robotizzazione di larghe frange dell’attività umana? Crede sia possibile presagire, in un futuro non troppo lontano, la liberazione dell’uomo dalla maledizione biblica del lavoro come schiavitù scorgendo nell’automatismo l’alba di un nuovo umanesimo oppure vede la robotizzazione una sottrazione ulteriore?

Realtà tremenda! Ne parlo in Favole e Frisbees dico: […] Sempre a Ginevra è stata fondata di recente una nuova società la Horyou che ha lo scopo di aiutare quelle persone che perdono contattato con le loro emozioni e con i loro sentimenti a causa della tecnologia. La croce rossa ha avuto e continua ad avere lo scopo di aiutare le persone ferite nel corpo, la Horyou ha lo scopo di salvare le persone sofferenti nella mente e nell’anima.

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[1]Tratto da Cos’è poesia Edizioni del Verri pagina 8

         

Cart, Ji-young Boo, 2015
Cart, Ji-young Boo, 2015

One thought on “Intervista a Giulia Niccolai, a cura di Emilia Barbato”

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