Intervista a Richard Harrison, a cura di Anna Belozorovitch

Sergio Pasquandrea, Murici

Intervista a Richard Harrison, a cura di Anna Belozorovitch.

    

    

Prima di lasciare spazio all’intervista di Anna Belozorovitch, riportiamo la nota biografica apparsa su Il ClanDestino Rivista il 24/01/2018 https://www.rivistaclandestino.com/richard-harrison-on-not-losing-my-fathers-ashes-in-the-flood/:

Richard Harrison è un poeta canadese, è nato a Toronto nel ‘57 e si è trasferito a Calgary nel ’95, vive a Calgary da allora. Si è laureato presso la Trent University (in biologia e filosofia) e la Concordia University (in scrittura creativa). Ha insegnato alla Trent University, l’Università di Calgary e ora alla Mount Royal University. Il suo libro più recente, On Not Losing My Father’s Ashes in the Flood, ha vinto il Governor General’s Award per la poesia in lingua inglese, il Stephan G. Stephansson Alberta Poetry Prize ed è stato finalista del W.O. Mitchell Book Prize per la Città di Calgary.
Quando Ralph Harrison morì nel 2011 all’età di 84 anni a Victoria, British Columbia, in una casa di cura, aveva un libro di poesie di suo figlio sul comodino. “Teneva il mio libro insieme a Shakespeare e Dylan Thomas e Dickens – la scrittura con cui è cresciuto e quella con cui ha puntellato la sua mente”. A sei anni dal giorno in cui suo padre è morto, Harrison apprende che il suo ultimo libro ha vinto il Governor General’s Award, 25.000 dollari. “Vi conduco al suo letto di morte, alla mia ultima conversazione con lui” dice Harrison, “abbiamo recitato poesie insieme”. L’opera ha richiesto ad Harrison 11 anni per essere completata. “Sapeva di essere malato, sapeva che stava svanendo, sapeva che stava morendo. Mi sono reso conto che non avevo finito di scrivere di lui. C’era rimasto molto da imparare e molto mi aveva già dato.”
Nel 2013, l’alluvione dell’Alberta ha attraversato Calgary, e così lo scantinato di Harrison a Sunnyside, dove teneva le ceneri di suo padre. Gli amici che lo stavano aiutando a pulire il disordine lasciato dall’alluvione trovarono le ceneri e le spostarono, ma per 48 ore Harrison pensò che fossero state spazzate via. Il libro è cambiato di nuovo. “Mi stava insegnando tutta la sua vita”, dice Harrison. “E, con la sua morte, mi stava insegnando l’ultima cosa che dovevo sapere – che la poesia o l’arte era la nostra risposta alla morte.”
Su queste acque galleggia il lutto di Harrison per suo padre, veterano della Seconda Guerra Mondiale che ha sofferto di demenza senile, ma che non ha mai dimenticato le poesie memorizzate da giovane.
Vengono toccati dal poeta temi enormi come il rapporto padre/figlio, l’infanzia, l’ansia di mezza età, la demenza e la perdita, sentimenti ai quali la poesia di Harrison si rivolge con meraviglia, umorismo e resilienza. Combinando elementi memorialistici con l’auto-analisi poetica e la corrispondenza personale, On Not Losing My Father’s Ashes in the Flood è un libro generoso e incantevole, che ti lascia, come il poeta, pensare al mondo come un posto in cui “i personaggi di un romanzo possono sfuggire a tutto/tranne che alla loro storia”, una sorta di ananke tragica e tremendamente umana. Il verso lungo e prosastico non sente la mancanza dell’elevatezza lirica, anzi, riesce a reggersi perfettamente grazie alla leggerezza e delicatezza della composizione, al flusso dello sviluppo. La schietta commozione ricorda gli insegnamenti della Confessional Poetry, della scuola di NY, da Robert Lowell a Sylvia Plath, passando per Frank O’Hara, ma anche gli inglesi come Thomas e Auden tornano a galla tra gli scorci, con alcune frasi lapidarie, immagini che lacerano il velo della finzione, il pensiero che si invola dalla scena. Una carriera poetica quella di Harrison che si sta distinguendo all’interno della giovane ma già vasta letteratura canadese, che sta cercando di rafforzare le sue radici, distinguendosi dalla “totalitaria” influenza americana, come scrive Margaret Atwood nel suo Survival: A Thematic Guide to Canadian Literature: se l’immagine predominante della letteratura americana è “La Frontiera”, di quella inglese è “L’Isola”, per quella canadese si parlerà della “Sopravvivenza”.

     

Caro Richard, in primo luogo le chiederò qualcosa che mi interessa sempre: come ha scoperto l’esistenza della poesia? (Qualcosa nei suoi testi lo suggerisce, ma preferirei che fosse lei a spiegarlo.) Come ha saputo distinguerla da altre forme di espressione artistica? E infine, come e quando ha iniziato a scrivere? Ricorda l’occasione, le parole, l’ispirazione di quel momento?

Cara Anna, queste sono domande profonde. Spero di riuscire a dare risposte che non siano solamente personali ma che possano dire qualcosa di valido sulla poesia in sé.
Ho notato che in molte delle sue domande sono stati i miei testi a suggerire la risposta ma non a fornirla del tutto. Credo che questo sia qualcosa di molto affascinante della poesia. In apparenza è fatta di affermazioni, ma quando queste affermazioni vengono osservate attentamente, ci si accorge che non sono mai tutta la verità – forse nemmeno una parte –  ma delle brevi visioni di qualcosa che soltanto sembra conoscenza, proprio come intravediamo il viso del conducente di una macchina che si muove sulla corsia opposta ma non sapremmo dire chi sia o, per usare un esempio più comune, il modo in cui percepiamo chiaramente gli eventi in sogno ma non possiamo comprenderli finché non siamo svegli e iniziamo a costruire un senso attorno ad essi.
Quando ho scoperto dell’esistenza della poesia? Le mie poesie sono sempre legate a mio padre e alla sua recitazione, cosa che lo ricordo fare sin da quando ricordo lui. Certamente mi saranno state lette poesie da libri come Christopher Robin di A. A. Milne, e naturalmente le filastrocche dai libri di Dr. Seuss, ma per riconoscere la poesia come una forma d’arte distinta nella mia vita dovrei richiamare proprio le prime volte che ho visto recitare mio padre.
Penso a quella recitazione come origine della poesia perché quando mio padre recitava dei testi, la sua voce cambiava. Era sempre la sua voce, ma allo stesso tempo non lo era più. Immagino che se a qualcuno venisse fatta la stessa domanda sul canto, risponderebbe qualcosa di simile. Mi ero reso conto di come qualcuno la cui voce mi era così nota fosse in grado di utilizzarla in un modo totalmente diverso da quello che avevo sentito finora. La poesia era unavoce di mio padre, ed era allo stesso tempo più potente e più vulnerabile di quella che utilizzava per spiegare cose, per esprimere rabbia e persino amore, nonostante fosse la più simile a quella usata per i sentimenti. Io credo che la voce della poesia sia la più potente proprio a causa di questa vulnerabilità.
Crescendo come poeta, nonostante avessi ascoltato e letto poesia per molto tempo prima di averne scritta, mi ero reso conto di poter sentire questa voce vulnerabilmente potente anche in altri, e più la sentivo in persone che mi toccavano più profondamente, più raffinato diventava la mia percezione di ciò che la poesia è.
Quando ho cominciato a scrivere? Farò una distinzione tra poesia e verso, quanto meno ai fini di questa risposta. Il verso non espone nulla del poeta e da giovane io ho scritto alcune cosine piacevoli per far passare il tempo durante lavori noiosi e, poi, per accompagnare i miei primi quadri (amavo l’acquerello). La mia prima impresa nella poesia è stata, ne sono certo, la stessa della maggior parte delle persone che scrivono poesie, agli inizi: confessioni di emozioni, di indignazione o di sofferenza – quel tipo di scrittura che si manifesta presto perché quelle mozioni stesse sono facili da abitare e difficili da evitare.
Ma se devo pensare a quello che potrebbe essere stata la mia prima poesia, penso a “L’origine della specie”, scritta attorno al 1977. Qui la riporto così come è apparsa nel mio primo libro, una decina di anni più tardi:

The Origin of Species

You dive for shells.
When you hold your breath,
the voice is in your head,
and in the movement of your tongue
you leave behind
the world you come from.
You meet again at the surface,
unaware that now it comes from you.
The voice in your silent head
speaks loud of the future,
the evolution of language
your kind will exhale,
the divisions it makes:
yourself and others
forever unabridged.
Squinting in the reflected light,
your eyes skim the surface.
Later the sharks will read
in the motions of the human swimmer
the wounding of fish,
but today, untrained, you swim,
primitive through time,
like a ribbon.

L’origine della specie [traduzione di Riccardo Frolloni]

T’immergi per le conchiglie.
Quando trattieni il respiro,
la voce è nella testa,
e nel movimento della lingua
ti lasci alle spalle
il mondo da cui vieni.
L’incontri di nuovo in superficie,
ignaro che ora provenga da te.
La voce nella testa silenziosa
parla forte del futuro,
dell’evoluzione del linguaggio
che la tua specie esalerà,
le divisioni che fa:
tu e gli altri
per sempre completi.
Strizzi gli occhi nel riflesso della luce,
sfiorando la superficie.
Più tardi gli squali leggeranno
nei movimenti del nuotatore umano
il ferimento del pesce,
ma oggi, inesperto, nuoti,
primitivo nel tempo,
come un nastro.

Al tempo in cui ho scritto questa e le mie altre prime poesie, ero studente di biologia. E questo immaginario proveniva da una ipotesi poco diffusa sull’evoluzione umana secondo la quale le creature che sarebbero diventate nostri antenati avessero navigato per un periodo significativo in mare. Quando rileggo questo testo oggi, vedo chiaramente che si riferisce a tale teoria, ma vedo anche la nascita di qualsiasi individuo e l’origine del linguaggio che ognuno di noi deve trovare, anche nella propria infanzia. Credo che per questo motivo, questa è ancora una poesia, per me; più so, e più significa.

      

Lei ha scritto a lungo. Come è cambiata per lei la scrittura nel tempo? Quali significati ha avuto per lei negli anni, fino ad oggi?

Ricordo di leggere, tempo fa, un poeta più anziano che disse che i giovani poeti iniziano scrivendo di se stessi e, se continuano a farlo abbastanza a lungo, diventano poeti che scrivono del mondo. Ora che qualcuno può affermare di me che ho “scritto a lungo”, credo che chiunque l’avesse detto aveva ragione. Utilizzo ancora oggi l’”Io” nella mia poesia come punto di vista interno, ma laddove, nelle mie prime poesie, quel “Io” era davvero tanto vicino a me quanto mi era possibile, ora è quel “Io” che resta se mi si spoglia dei miei sentimenti, della mia storia, delle mie intenzioni. E quel ”Io” è un testimone delle altre parti di me, tanto puro quanto mi è possibile.
Almeno in parte, la poesia è una forma di investigazione. Quando ho iniziato, io stesso ero il mio più grande mistero, quindi utilizzavo la poesia per scoprire chi fosse “Io”. Ora il mistero è il mondo, e tramite i miei testi mi racconta ancora molto di me; io stesso sono uno degli oggetti di quel mondo che l’indagine della poesia può rivelare – almeno in parte – e che forse, nel rivelare, modifica.

      

Mentre leggevo i suoi testi, mi domandavo quale fosse, per Lei, la differenza tra scrivere una poesia e raccontare una storia. Poi mi sono imbattuta in questo titolo: “Una poesia è una storia che talvolta accade a qualcuno”. Possiamo dire, allora, che la poesia non è il racconto di ciò che accade ma è proprio ciòche accade?

Questo mi piace. Mi piace molto. Sì, racconto storie nelle mie poesie, ma le mie poesie non sono le storie che raccontano. La parte della storia, in una poesia, è ciò che viene detto, ma la poesia è il come.
Forse questa è l’unica risposta che le serve, ma vorrei ragionarci ancora un po’. Io penso che l’esperienza di una storia sia l’esperienza della linearità del tempo; sappiamo di trovarci all’inizio quando le prime parole vengono pronunciate, e riconosciamo la fine dalle ultime. Non vi è nulla di nuovo. E persino quando le storie giocano con il tempo o la memoria, e quindi l’ordine degli eventi non è l’ordine della narrazione, vi è pur sempre un ordine della narrazione attraverso il quale il lettore/ascoltatore riconosce il passare del tempo.
Io credo invece che in un una poesia il tempo sia sperimentato in maniera molto più vicina a un cerchio o una spirale; in un certo senso non sappiamo che cosa sia la “poesia” finché non è terminata, il che è diverso dal modo in cui sappiamo che cosa sia la “storia” anche prima della sua fine. La poesia si muove fuori dalla linearità del tempo e permette ai lettori di percepire tutti i suoi elementi contemporaneamente allo stesso modo in cui la mente dello spettatore sperimenta un quadro nella sua totalità, nonostante sappiamo che gli occhi si muovono avanti e indietro attraverso la tela man mano che assemblano quell’insieme perché la mente lo possa contemplare. Immagino l’orecchio, se poesia è declamata, o l’occhio, se la poesia è letta, assemblare la poesia per una simile esperienza totale.
Siamo così abituati a pensare al tempo in maniera lineare o simile a un fiume, che questa esperienza di totalità di qualcosa che si trova al di fuori di tale fiume (nonostante otteniamo quella esperienza in maniera lineare) ci sembra molto strana. Eppure penso anche alle riflessioni di Sant’Agostino sul tempo. Lui aveva un problema simile con il tempo stesso, e a tutti è nota la sua celebre risposta, che racchiude perfettamente il problema: “Se non mi domandate cosa sia [il tempo], lo so. Se me lo domandate, non lo so più”.
Ma io apprezzo questa risposta ancora di più nel rileggerla. Le proprietà del tempo sono le proprietà di un pezzo musicale: bisogna trattenere tutte le note nella mente, contemporaneamente, per sapere che musica si sta ascoltando, così l’identità di una canzone è collocata allo stesso tempo nel passato, nel presente e nel futuro e possiamo conoscerla nonostante la nostra esistenza sia collocata solamente nel presente. Io credo che questo sia bellissimo. Io credo che in questo modo le poesie ci radicano nell’attimo presente mentre si sporgono al di fuori di esso.

      

Un altro dei suoi versi, frequentemente citato, è “Mio padre m’insegnò che una poesia non sta nelle parole, ma nella melodia [ringing: suono, scampanellio] che si lascia dietro”. Lei distingue tra “parole” e “melodia/scampanellio”, eppure ho la sensazione che la differenza sia più sottile di quella tra “significato” e “suono”. Certamente un testo poetico possiede una sua melodia e certamente vi sono immagini che prendono vita nella mente del lettore. Ma leggendo il verso, ho intravvisto una possibile via per comprendere questa distinzione proprio grazie alla poesia dove viene citato Shakespeare: le sue parole sono parte del testo, ma anche parte dell’esperienza personale. Potrebbe raccontarci di più di questa immagine dello “scampanellio”?

Credo di aver in parte risposto nelle domande precedenti. E in parte credo che lei abbia trovato la risposta. Grazie per questa domanda e, in generale, per una lettura così attenta del mio lavoro. L’unica cosa che mi viene da aggiungere su come intendo questa “melodia lasciata dietro” è quello che ho messo anni a capire tramite le poesie che sono diventate le più importanti della mia vita e quindi in riferimento a ogni vera poesia: le poesie non significano soltanto ciò che significano nel momento; loro significano nel proprio futuro.
Immagino che tutti abbiamo avuto quel momento in cui abbiamo compreso un verso in una maniera nuova, talvolta anni dopo averlo sentito, pensando di aver colto tutto ciò che conteneva già la prima volta. C’è persino un piccolo campanello nelle nostre menti che suona quando qualcosa del genere accade (non a caso usiamo l’espressione “suonare il campanello”). Ma la comprensione successiva di una poesia o di un suo verso è anche il suggerimento che la poesia costruisce significato continuamente, e penso che quando siamo in presenza di una simile poesia o di un simile verso, lo sentiamo immediatamente. È quello lo scampanellio.

      

Finalmente, nella poesia “Il mondo fatto nuovo”, vengono messe in relazione la poesia e la memoria. Le due sono certamente legate dal punto di vista storico, se pensiamo a come la forma poetica sia stata, per secoli, un modo per trasmettere memoria grazie alla musicalità e al ritmo. Tuttavia, nel fare riferimento a un tipo di memoria isolata, forse parliamo di un legame diverso. La chiusura di quella poesia mi fa pensare che la parola poetica abbia bisogno di non possedere un passato per poter essere se stessa. Ma è una mia lettura personale. Potrebbe raccontarcene qualcosa di più?

Quel verso ha attirato un po’ di attenzione, in parte perché è impossibile: le parole sono al tempo stesso la propria storia e la propria evoluzione, e ogni loro parte è indispensabile affinché siano se stesse: portatrici di significato tra coloro che le utilizzano come parte del proprio linguaggio. Una parola senza storia è una parola senza significato. Eppure vi è qualcosa di attraente in questa idea, e ci imbattiamo in concetti come “una parola il cui significato è noto solo a lei stessa” o la questione di come possa essere stata “la prima parola” in qualsiasi lingua (io osserverei che anche quello è impossibile, dal momento che una parola ha significato solo in relazione ad altre, quindi non può esistere una “prima parola” in una lingua ma solo un primo insieme di parole da essa definite).
Nel caso di quella poesia, ero rimasto colpito dal modo in cui la crescente demenza senile di mio padre lo stesse spogliando del linguaggio, una parola alla volta, e dal fatto che in alcuni momenti lui fosse consapevole di sentire una parola ma senza ricordarne il significato. In un certo senso la sua condizione gli stava facendo sperimentare, con una mente adulta, ciò che vive un bambino mentre scopre il mondo. Entrambe le menti sanno di essere di fronte a una parola – un enunciato contenente un significato – ma là dove la mente del bambino si approccia con meraviglia, sapendo che un significato ci sarà, ed è destinato a scoprirlo, la mente decadente dell’adulto vede solo uno spazio dove una volta ci fu qualcosa che non è più noto.
I due momenti sono vicini tra loro, in quanto l’esperienza ricorda quella pura “parola nota solo a se stessa”, eccetto che nel primo vi è un’ascesa verso la luce, inconsapevole di esserlo perché troppo impegnata nel farlo, e nell’altra la caduta verso il buio dove si prova solamente la tristezza della perdita.
E così per me, vi è la poesia, l’arte che rivela ciò che è sacro in ogni parola: non il suo significato, che è soltanto il suo mestiere, ma la sua capacitàdi significare, che è la sua sacralità. Non sono nemmeno certo che entriamo mai direttamente in relazione con la parola: forse il meglio che possiamo ottenere è quella visione parziale che Lancillotto ebbe del Graal. Ma credo che la poesia sia in grado darci una sensazione di come sia il sacro, e forse quella sensazione, che è tutto ciò abbiamo, sia sufficiente a farci comprendere.

       

Sergio Pasquandrea,  Sughera" - in apertura "Murici"
Sergio Pasquandrea, “Sughera” – in apertura “Murici”

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: