Intervista a Barbara Korun, a cura di Anna Belozorovitch

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Intervista a Barbara Korun, a cura di Anna Belozorovitch.

     

     

Barbara Korun è nata nel 1963 a Lubiana, dove si è laureata in lingua slovena e letterature comparate e dove ha insegnato lettere nelle scuole superiori. Ha anche lavorato al Teatro Nazionale Sloveno a Lubiana come consulente linguistico. Al momento lavora come scrittrice free-lance. La sua prima raccolta di poesie Ostrina miline (1999) è stata premiata come migliore opera prima dalla Fiera Nazionale del Libro. Il suo quarto libro di poesie, Pridem takoj (2011), ha ricevuto i prestigiosi premi Veronika e Zlata ptica. Insieme al compositore jazz e percussionista Zlatko Kaučič ha registrato l’album Vibrato tišine (2006), con poesie del poeta avanguardista sloveno Srečko Kosovel. Organizza letture di poetesse slovene ed è attiva nella promozione di poesia nelle scuole elementari e medie. Il suo lavoro è stato tradotto e pubblicato in molte antologie in diverse lingue.
Attualmente lavora alla sua prossima raccolta di poesie dal titolo provvisorio Medtem (‘Nel mezzo’), dedicata interamente a luoghi di passaggio quali le sale d’aspetto delle stazioni di treni e degli aeroporti.

    

Cara Barbara, sono sempre curiosa di scoprire come qualcuno abbia iniziato a scrivere poesia. C’è stato un evento o momento speciale che l’ha spinta a comporre versi?

Da quando mi ricordo sono sempre stata colpita dai libri e dai versi. I miei genitori dicono che componevo delle poesie quando ero ancora una bambina molto piccola. Ho imparato a leggere piuttosto presto e da quel momento il mondo è cambiato: altri mondi, altre storie, altri destini, altre esperienze mi si sono aperti. Ero e sono ancora meravigliata da ciò che il linguaggio può fare. Sento che la mia vita si sia non semplicemente duplicata o triplicata ma che si sia moltiplicata in centinaia di diversi universi, come nella famosa teoria degli innumerevoli universi paralleli sviluppata da Stephen Hawking. È ancora sorprendente quello che la buona letteratura è in grado farmi, il tipo di diverse esperienze e pensieri che possono attraversare allo stesso tempo la mia mente e il mio cuore.
Ed è per questo che cerco di restituire alla letteratura una piccola parte di ciò che ho ricevuto leggendo. Non è molto ma al tempo stesso sono consapevole che sia unico: nonostante vi siano sette o più miliardi di persone su questo pianeta, soltanto una di queste sono io, io sono unica. Inoltre, sono consapevole di avere tempo limitato per essere qui e adesso, per avere una coscienza e stare nel mio corpo, e la consapevolezza di essere mortale è la vera origine della mia scrittura.

     

Lei si è occupata di drammaturgia. Quanta drammaturgia è presente nella sua poesia o nel processo di comporla?

Ho studiato letteratura e lingua slovene ma ho lavorato in teatro per molti anni. Dal momento che vengo da una “famiglia teatrale” (mia madre e mio padre hanno lavorato come registi, mia sorella è scenografa e costumista), sono stata coinvolta in questo universo sin da bambina. Ho scoperto che la mia vita interiore è molto “drammatica”, vivo piccole cose in maniera molto passionale, si svolge molto “dramma” dentro di me, è il mio carattere: nulla è mai semplice. Ma posso usare queste caratteristiche “naturali” nella scrittura, cercare di creare un vortice nel linguaggio e, attraverso di esso, uno spostamento nella mente del lettore. Per quanto questo processo possa essere difficile e duro per me come persona, può essere positivo per la scrittura: io cerco di afferrare l’attenzione del lettore e accompagnarlo attraverso il testo. Anche la scrittura in sé può essere sorprendente, per me: talvolta resto stupita da ciò che viene fuori, qualcosa che era (ovviamente nascosto) in me, presente in maniera soltanto latente. Quella è la parte della scrittura che mi piace maggiormente. Certo, non è sempre così: io scrivo molto ma solo di tanto in tanto riesco a sorprendere me stessa. Pubblico soltanto i testi che appartengono a questo caso – infatti pubblico molto poco – perché non voglio riempire di ulteriore “immondizia” (poesie cattive) la società, che ne è già colma.

     

Immagina un testo poetico anche come una performance? Quale è il “vero luogo” della poesia: sulla carta dove è stampata o nel momento in cui viene letta davanti a persone? Come cambia il testo da un contesto all’altro?

Per me il linguaggio è radicato nel corpo, il che significa che una poesia è “completa” soltanto quando viene pronunciata; deve avere un suono, una voce, un ritmo, un tono, ecc.. La voce umana contiene così tanta informazione, non soltanto il significato che trasporta – sia esso nel parlare o nel cantare. A me piace recitare o leggere i miei versi e ogni volta è diverso, le stesse parole ma la poesia in qualche modo è diversa, anche a seconda del pubblico. Ho l’impressione come se io e gli ascoltatori “leggessimo” la poesia insieme e che il pubblico è in qualche modo coinvolto nella lettura, come parte di uno stesso “spazio” o paesaggio.
Ma dall’altra parte, nel recitare una poesia le do una forma particolare ed escludo le altre possibilità che possono essere presenti in lei. Quindi per qualcuno, immagino, la recitazione può essere fonte di disturbo perché limita l’immaginazione.

       

Il suo ultimo lavoro è interamente dedicato a treni, stazioni e sale d’aspetto. Potrebbe raccontarci di più di come questo progetto è nato, che cosa le ha dato l’ispirazione, perché pensa che fosse importante esplorare poeticamente questi spazi che attraversiamo tutti nella vita quotidiana? Sono per loro natura degli spazi “poetici”, quelli, oppure pensa che la poesia abbia qualcosa da dirne proprio perché non lo sono?

Ebbene, ultimamente ho scoperto di non poter più scrivere a casa a causa degli eventi politici e sociali che avvengono nel mio quartiere: i rifugiati (la rotta balcanica), il filo spinato, il razzismo, la corruzione e così via. Troppe cose attraversano la mia testa: rabbia, preoccupazione, ansia… A casa non mi sento a casa, riesco a rilassarmi solo quando viaggio. Negli ultimi anni ho viaggiato molto, ho fatto letture in molti paesi, dal Brasile al Nicaragua, alla Cina, India e per tutta l’Europa, dalla Finlandia all’Ucraina, all’Italia. Viaggiare e visitare questi paesi mi mette nella posizione dell’osservatore non coinvolto, posizione che amo molto perché per un momento non sono responsabile di nulla; nel solo osservare non ho bisogno di impegnarmi eccessivamente nel significato e nell’interpretazione. Naturalmente, questa è una illusione: so di creare “il mondo” nell’osservarlo, perché osservare è già interpretare ciò che vedo. Ma almeno non mi sento così disperata e arrabbiata come a casa.
Viaggiare col treno mi piace particolarmente. Da quando sono stata invitata alla Casa della Poesia di Baronissi, più volte in questi ultimi anni, ho avuto l’opportunità di usare i treni italiani e mi sono piaciuti moltissimo. Che bel modo di viaggiare, con quelle frecce rosse, bianche e argento! Per non parlare del paesaggio. È così comodo e piacevole sedersi, guardare e scrivere… fantasticare o dormire. A me piace anche osservare le persone mentre viaggio: che cosa portano con loro come parte della loro identità e che tipo di interazione hanno con l’ambiente nuovo. Soprattutto se sono stranieri… o se al contrario mi accorgo che sono pendolari. In qualche modo immagino che a volte, per un solo momento, qualcosa traspaia della loro identità, oltre la loro “persona” o la “maschera” che indossano ogni giorno… ed è proprio ciò che io tento di afferrare. A modo mio, naturalmente.

      

Ha scritto queste nuove poesie fisicamente sui treni o nelle stazioni; era importante trovarsi lì o avrebbe potuto evocare le sensazioni generate da quei luoghi pure stando altrove?

Ho scritto tutti i testi sul posto e per questo ho anche appuntato l’esatto luogo e ora in cui ogni poesia è stata composta, sotto forma di un diario poetico. Era indispensabile trovarmi lì perché tante coincidenze divertenti o tristi avvengono, cose che non possono essere evocate o immaginate; la vita è molto più imprevedibile della mia immaginazione limitata e quindi trovarsi sul posto è cruciale. Non posso mai sapere che cosa accadrà, ma se resto in attesa per un po’ di tempo e con la mente vuota, qualcosa accadrà per certo e questo per me è poetico, è la poesia della vita di ogni giorno.

                          

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