Intervista a Lella De Marchi

Berthe Morisot, Biancheria al sole, 1875_risultato

Intervista a Lella De Marchi.

    

   

Lella De Marchi, poeta e narratrice marchigiana, è stata già a più riprese ospite di Versante Ripido con suoi lavori. Abbiamo pensato che sia di interesse per i lettori approfondirne la conoscenza e le abbiamo proposto un’intervista.

       

Uno dei temi ricorrenti nella tua poesia sembra essere la ricerca del sé, invece nei racconti ricorre l’incontro, o forse la difficoltà, l’impossibilità dell’incontro.

E’ proprio così. Non si tratta, però, di due ricerche antitetiche, ma della medesima ricerca vissuta da un’altra angolatura. Mi è sostanzialmente impossibile, almeno fino ad oggi, scindere poesia e racconto, procedere attraverso la scrittura alla loro differenziazione. La necessità della scrittura nasce in me da un’azione, dello spirito come della mente, che agisce in direzione centripeta, e più precisamente dal fuori verso il dentro, è l’esigenza di un ri-trovamento dell’identità e dell’interiorità. Conta ciò che delle esperienze e del sentire è andato o rischia di andare perduto, contano la tracce da ripercorrere all’indietro, e la convinzione di poterle ritrovare per donarle al mondo di nuovo. In questo senso, la poesia precede sempre il racconto, e il racconto è una conseguenza della poesia. Questo scavare in profondità si traduce in una progressiva scarnificazione del reale e del materico, così come della parola per dirlo. Una volta raggiunto quel luogo, avverto la necessità successiva di ri-raccontarlo, di riportarlo, con direzione centrifuga, verso l’esterno, di ridonarlo, il più possibile rinnovato e purificato. In questo atto, il sé ritrovato si riproduce nel mondo frammentandosi nell’infinità delle forme e delle storie possibili, fino a ritrovarsi molte volte. Non gli è impossibile incontrarsi, gli è impossibile incontrarsi una volta sola. Così nascono le storie e i personaggi dei racconti di “Tutte le cose sono uno”, come emanazione della stessa ritrovata identità, al di là della singolarità dei casi. Nascono da dentro e vanno verso il fuori. Poi tutto può ricominciare daccapo, in un giro che amo pensare infinito.

    

Nei racconti utilizzi espedienti retorici che sembrano provenire direttamente dalla poesia: una certa ossessiva reiterazione, una scrittura al limite del puntiforme, l’attenzione al ritmo. Come si influenzano reciprocamente queste tue due forme espressive?

Poesia e racconto più che influenzarsi a vicenda, s’intersecano, cercano la compenetrazione, sono, anche linguisticamente, la stessa parola. Concentrata al limite dell’indicibile, la parola della poesia, ed espansa ai limiti del dicibile, la parola del racconto. Nella mia poesia talvolta affiorano frammenti di realtà, oggetti, spesso recuperati sul filo della memoria, o stati d’animo ed esistenziali, umani ed animali. Nei miei racconti talvolta permangono le strutture della ricerca del sé, i suoi modi per palesarsi: la reiterazione ossessiva che denuncia la difficoltà del ritrovarsi e il grido dell’interiorità dispersa, l’assenza di un senso univoco e compiuto che si traduce nello spezzarsi del linguaggio, la necessità della musica che cancella l’astrattezza e l’ovvietà del dirsi. Credo esista una storia nascosta al fondo di ogni poesia, ed una poesia in ogni storia raccontata.

    

I tuoi racconti possiedono una struttura geometrica, sembrano disegnati col compasso e la squadra. Sono frutto di un’attenta progettazione?

Sono forse la trasposizione di un pensiero, per non dire opinione ma che potrebbe sconfinarvi, più che di un accadimento già accaduto da riprodurre fedelmente. E il pensiero è una costruzione razionale, che chiede geometria. Dentro questo universo ricreato può accadere di tutto. In qualsiasi epoca o società, in ogni età della vita. Astrattamente penso che l’essere umano sia stato dotato alla nascita di una certa quantità di ingiustizia, dolore, desiderio di sopraffazione, così come di una certa quantità di gioia, fratellanza, giustizia. Che cambino le ambientazioni e i tempi, ma che quelle quantità non siano destinate a diminuire né ad aumentare. Il dovere di uno scrittore è semplicemente quello di scoprire dove si annidano, in ogni epoca e in ogni età. E nel far questo, il pensare conta quanto il sentire o il raccontare.

     

Esiste secondo te una specificità della scrittura femminile?

E’ una domanda piuttosto difficile, in primo luogo per me. Sono per natura molto curiosa di tutto e tendo sempre a ribaltare ogni posizione precostituita, a mettere tutto in discussione, persino le cose che vivo. Mi piace pensare che tutta quanta la buona scrittura sia in fondo un po’ asessuata, che la sua bontà non dipenda dal sesso di appartenenza di chi la compie. Si pensi alla notevole diffusione tra gli scrittori di pseudonimi derivati dall’altro sesso: una prova della necessità di oltrepassare limiti e categorie. Penso anche che questa ricerca riesca meglio e più spesso alle scrittrici donne, per natura più propense alla ricerca interiore, agli amori platonici. Ma interrogarsi sulle cose e sul mondo, cercare le differenze, liberare le pulsioni nascoste e i desideri, accogliere le sfumature sono esigenze umane, patrimonio nascosto di tutti, e il fine ultimo di ogni scrittura. D’altra parte, esistono scrittori di sesso maschile che sanno entrare nella loro parte femminile con molta naturalezza e saggezza, a volte meglio degli scrittori di sesso femminile. Ci sono, di certo, problematiche sociali vissute dalle donne, diverse per ogni tempo, che è utile e doveroso denunciare e provare a risolvere. La donna vive ancora innegabilmente dentro una condizione di storica subalternità, difficile da abbattere perché radicata, e che la donna stessa, proprio per lo stesso motivo, fatica ad abbattere. Se ci fermiamo ai dati statistici, per esempio, esistono più scrittori uomini che donne, esattamente come in molte altre professioni della vita. Quindi, più che ad una specificità della scrittura femminile in quanto appartenenza a un genere penserei alla necessità di una maggiore coralità e consapevolezza della stessa. E in questo senso si stanno facendo notevoli progressi, per fortuna. Le donne che scrivono si stanno cercando, si stanno facendo via via più consapevoli dell’enorme potenziale evolutivo e creativo che possono sviluppare lavorando insieme e poi portare nel mondo se restano unite. E non posso che esserne molto felice. Come donna e come scrittrice.

     

La tua ricerca  fotografica appare una sintesi tra poesia e racconto. Si tratta di un’impressione fallace? 

Rispondo dicendo che non ci avevo pensato, ma che sarebbe bello che fosse così. E l’autoritratto fotografico potrebbe effettivamente rappresentare il luogo di questa unione, di questa sintesi. Sono affascinata dall’autoritratto fotografico. Cerco nell’obiettivo davanti allo specchio quello che lo specchio da solo non può dirmi. Né del sé che sono io, nè del sé collettivo, che poi forse sono la stessa cosa. Così mi ritraggo allo specchio, cercando di cristallizzare un’espressione ed un momento che possano riuscire ad essere non soltanto miei. Poiché tutti noi, me compresa, non siamo a nostra volta che uno specchio su cui gli altri si riflettono, in un’amalgama difficile da districare. Siamo noi stessi nel mondo e la storia del mondo. La macchina fotografica mi concede il lusso di essere un po’ anche chi mi vede mentre non posso vedermi. Un po’ come diceva Barthes, e un po’ come fa un poeta o uno scrittore: quello che nella vita risulta difficile da esprimere lo fa dire a chi scrive, che è se stesso, ma non solo, poiché vive in relazione e dentro a un tempo. Ritrarre se stessi, se visto così, non può sconfinare mai in un atto solamente narcisistico, poiché risponde all’esigenza della ricerca di un’identità, un’esigenza imprescindibile per l’essere umano. Anche il narcisismo, in fondo, non è che uno dei tanti modi di essere dell’essere umano, da coltivare e da tenere a bada nello stesso tempo, perché non produca effetti deleteri. Né più né meno di tutti gli altri modi dell’essere umano.

    

Quanta infanzia resiste nelle tue forme espressive? 

Tutta l’infanzia, ma soprattutto l’infanzia di cui non ho memoria, la primissima infanzia, dal primo vagito ai primi passi. Quell’infanzia in cui si sono compiute le mie esperienze fondamentali, che non ricordo, che posso ricostruire solo affidandomi a strumenti esterni, quali il racconto delle persone che hanno vissuto con me, le fotografie, gli oggetti, ma che porterei lo stesso dentro di me anche senza farvi ricorso. L’infanzia del mondo, in un certo senso. Un luogo originario, puro, indifferenziato, e pertanto più giusto. Mi piace pensare che ci è impossibile ricordarlo perchè sostanzialmente uguale per tutti. Mi piace pensare che tutti possano, al di là delle differenze a volte insensate dell’esistenza, ritrovarsi nello stesso momento. Mi piace pensare che questo sia il senso dello scrivere.

      

Alcuni tuoi versi molto belli recitano: – Sono un punto – interrogativo – che dorme nel mio letto.

Se penso a quello che sono, diciamo in termini grammaticali, m’immagino mi ritraggo mi definisco non un punto, non una virgola, non un punto e virgola, né due punti, ma un punto interrogativo. Una domanda senza risposta, e che resta sempre la stessa: chi sono, da dove vengo, dove vado. Una domanda che mi abita sempre, non mi abbandona mai. Una domanda che dorme nel mio letto, che si sveglia con me al mattino, che si guarda nel mio specchio, che diluisce se stessa in un risciacquo, ogni mattino. Forse l’unica vera pirandelliana certezza, un’interpretazione attuale del concetto di amore.

     

Coltivi altri interessi nella tua vita? 

Negli ultimi tempi ho cominciato ad amare ed a praticare il momento performativo della scrittura. Se letta o recitata, la parola scritta si libera della solitudine da cui nasce per diventare momento di condivisione, emozione da vivere insieme, gioia. A volte persino esaltazione, da curare con amore, perché non distrugga se stessa. Poi amo la buona cucina, il buon vino, le amicizie, l’amore, la famiglia. E coltivo. Coltivo, o meglio cerco di coltivare, il rispetto per gli altri, l’altra faccia del rispetto per noi stessi. E’ un lavoro faticosissimo, almeno per me. Bisogna imparare a riconoscere e distinguere l’humus che ogni terra porta in sé. E noi nasciamo da una terra soltanto, e in quella credo che, se potessimo, resteremmo per sempre. Stretti stretti dentro noi stessi, quasi fossimo ancora nell’alvo materno.

                     

Berthe Morisot, Ragazza nel parco, in apertura Biancheria al sole, 1875
Berthe Morisot, Ragazza nel parco, in apertura Biancheria al sole, 1875

                         

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