Intervista a Margherita Rimi

Lewis Carroll, San Giorgio e il drago, 26 giugno 1875, Met Museum

Intervista a Margherita Rimi, a cura di Paolo Polvani.

     

    

Quanta verità si cela dietro il «facciamo finta»?

«Facciamo finta» rappresenta un modo di giocare dei bambini, di mettere in scena quello che non è presente. La locuzione indica il gioco simbolico: oggetti, disegni, azioni, identità, situazioni, vengono utilizzati dai piccoli per rappresentare qualcosa che è assente in quel momento, ma che si può immaginare presente; per esempio alcuni oggetti possono diventare altri oggetti, alcune persone altre persone. Il gioco simbolico è una espressione della immaginazione e della creatività del bambino, una importante fase del suo sviluppo. Nella poesia a cui Lei fa riferimento, con la citazione, c’è la rappresentazione di un gioco simbolico in cui si “fa finta” che uno diventi l’altro e viceversa, come in uno scambio di ruoli e identità. A volte capita che, nel mio lavoro di neuropsichiatra infantile, il bambino mi proponga di fare un gioco in cui lui diventa il dottore e io la bambina. Il gioco simbolico con i bambini è utilizzato come tecnica sia per la diagnosi che per la terapia. Nel gioco simbolico c’è tanta verità del vissuto; paradossalmente, nel “facciamo finta” c’è la verità dell’esperienza del bambino. Tant’è che, in alcune situazioni di maltrattamento o di abuso, è proprio attraverso il gioco simbolico che il bambino mette in scena quanto gli è accaduto.

       

 È molto bello il titolo del Suo libro, “Nomi di cosa-Nomi di persona”; come l’ha scelto?

L’idea nasce da un gioco che si faceva da bambini, una gara a dire i nomi di cosa e di persona: chi sbagliava era escluso, chi indovinava proseguiva il gioco, alla fine qualcuno vinceva. Con il titolo Nomi di cosa-Nomi di persona, ho voluto ricordare anche uno dei compiti che gli insegnanti ci facevano fare a scuola come esercizio di “categorizzazione”. Ma nasce anche dal bisogno di chiamare, di nominare il mondo, di “impararlo a memoria”. Mi sembra che questo titolo possa comprendere un’idea di infanzia, in una raccolta di poesie, in cui prevalgono i temi sui bambini. La copertina del libro, inoltre, raffigura l’immagine di una bambina del quartiere Kalsa di Palermo. È una foto di Letizia Battaglia, per sottolineare una sintonia di aspetti umani, artistici e di significati. Nel libro ci sono varie sezioni e diversi temi, mi è sembrato giusto, però, fare un omaggio ai bambini e alla loro civiltà.        

      

«Ma quelle non erano carezze» spalanca le porte a un dubbio angoscioso, alla crudeltà di un’infanzia violata.

Nella poesia Diario, di Lei cui riporta una citazione, parlo dell’abuso. In questa espressione c’è tutta la differenza tra il bisogno di affetto e di tenerezza del bambino, nel caso specifico di una bambina, e la sessualità dell’adulto. In questa differenza sta tutta la verità dei piccoli e la menzogna dell’abusante. Nell’abuso vi è una falsificazione della relazione affettiva tra il bambino e l’adulto, che deve essere primariamente di tutela e cura. Nella storia dell’abuso spesso emerge che il naturale bisogno di affettività e contatto fisico del bambino venga distorto e visto come richiesta di “amore” in senso adulto, come atto consensuale: “Era lui che mi chiedeva l’amore” – così spesso l’abusante cerca di discolpasi. È come mettere allo stesso livello l’affettività, la cognizione, la responsabilità di un adulto con quelle di un bambino. Si opera un livellamento, distorcendo e non riconoscendo al piccolo una sua specificità di sviluppo. In proposito Ferenczi ha scritto un bellissimo saggio, nel 1932, La confusione di lingue tra adulti e bambini, dove chiarisce proprio questi aspetti. L’abuso, per il danno provocato, è un atto criminale contro i minori e contro l’umanità. In questa espressione, «Ma quelle non erano carezze», è una bambina a fare verità sulle parole e sui sentimenti e, come spesso avviene nell’abuso, sono i piccoli a fare verità sui fatti e su se stessi, certo sostenuti anche da figure di adulti protettivi. La “lingua” dei bambini è una lingua autentica, espressione dei loro sentimenti, della loro cognizione, della realtà: la mia ricerca di verità, in poesia, passa anche attraverso questa “lingua”. La lingua dei bambini.

       

Quanto del Suo lavoro è finito in questo libro?

Tanta parte del mio lavoro con i bambini è compreso nel libro: dialoghi, riflessioni, fantasia, situazioni, malattie, disegni, paure; quello che dicono i bambini e come lo dicono, la loro complessità e, allo stesso tempo, la semplicità, la loro particolare delicatezza. È il risultato di tanti anni di lavoro con i piccoli che inevitabilmente si è imposto come esperienza alla scrittura, alla poesia. Spontaneamente mi tornavano in mente i bambini con le loro parole, le malattie, i disegni, il loro dolore e l’allegria, la loro immaginazione; tutto questo, a poco a poco, permeava la mia sensibilità, cominciava ad entrare nel mia lingua, nella costruzione poetica. Dalla esperienza con i piccoli alla costruzione della poesia passano però tutta una serie di confronti e mediazioni: la interiorizzazione dell’esperienza, la rielaborazione e la rimodulazione; l’integrazione delle mie conoscenze, non solo scientifiche, ma umane e letterarie. Non è una semplice trascrizione o imitazione di quello che fa o dice un bambino, non è un semplice trasferimento della esperienze di vita nella scrittura, ma una ricerca artistica e di creazione poetica. Si vuole ribadire che parlare dei bambini e far parlare i bambini non è una semplice riproduzione: sarebbe una scrittura diaristica, o, peggio, caricaturale. Non è neanche un vezzo, un abbellimento della poesia, ma è uno studio, una seria ricerca artistica e di stile. I grandi scrittori lo sanno bene, per fare degli esempi: Tolstoj con La saggezza dei bambini, Collodi con Le avventure di Pinocchio, Pontiggia con Nati due volte, Sciascia con Cronache scolastiche. Si pensa spesso, ma anche a torto, che scrivere sui bambini e sull’infanzia sia una cosa semplice. Ma così non è. C’è un pensiero sull’infanzia teso tra due opposti: da una parte l’idealizzazione, dall’altra la squalificazione. Nel primo caso la si immagina come un periodo idilliaco della vita, nel secondo come una età “minore”. Questo pensiero si riflette anche nell’arte, in letteratura. La mia ricerca di verità, primaria nella vita e anche in poesia, passa anche attraverso l’esperienza con i bambini: come essi vedono il mondo, come lo vivono, come lo costruiscono, lo organizzano nei loro pensieri, nei loro affetti, nella relazione con gli adulti. Così scrivo nel volume La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite e una intervista[1]: «Io penso che il bambino sia portatore di una “civiltà”; io penso che esista una civiltà dei bambini costituita dal loro patrimonio linguistico, di impulsi e sentimenti pure contrastanti, di fantasia, di gioco e innocenza, di pensiero e cognizioni. Una civiltà costituita dalla loro storia, fatta anche dal loro corpo, di malattie da curare, e violenze da combattere. Una civiltà costituita da tutto quello che un bambino è. Bisogna custodirla e preservarla, da distorsioni e falsificazioni, “rivestimenti” operati dagli adulti. L’arte, in ogni sua forma, ha anche questo compito: dalla poesia alla letteratura, dalla fotografia al cinema, dalla scultura alla pittura. Un valore, una ricchezza, una eredità che bisogna trasmettere».

       

Quando ha deciso di scrivere un libro sui bambini? come l’ha organizzato?

Non ho pensato di scrivere un libro sui bambini ma un libro di poesie. Avevo scritto diversi testi i cui temi erano vari, seppure quelli sull’infanzia vi prevalessero. Poi ho organizzato le sezioni cercando per ognuna una connessione tra i temi; per fare un esempio, sul tema dell’autismo, ho composto la sezione Autós. Un’altra sezione dal titolo Patologhia raccoglie temi di medicina, alcuni trattati anche con ironia, come la chirurgia plastica e la dissociazione nel conflitto mente-corpo. E ancora, Il poemetto della punteggiatura, che contiene poesie che fanno riferimento, anche qui con tanta ironia, alla grammatica e alle difficoltà di seguirla. E poi ci sono anche temi del ricordo, degli affetti familiari e della Sicilia. Sebbene il libro comprenda diverse sezioni, alcuni temi si collegano e si embricano; e, comunque, l’infanzia rimane il filo conduttore. Con la prima sezione, che porta lo stesso titolo del libro, Nomi di cosa-Nomi di persona, ho voluto fare un omaggio ai bambini con questa dedica: «Per una civiltà dei bambini», a sottolineare tutto il valore dell’infanzia.

       

Ci racconti dei «ripetenti», «quelli che scrivono sui banchi / quelli che non sanno contare senza mani». Si avverte uno sguardo pieno di premura nei loro confronti.

Siamo stati tutti un po’ «ripetenti», abbiamo tutti un po’ scritto sui banchi di scuola e ci viene da sorridere quando lo vediamo fare, oggi, ad altri bambini: è come l’esistenza di una eredità della scrittura, di una continuità tra generazioni. Peccato che, quando sono troppo vecchi, i banchi vengono cambiati. Io li conserverei, ne trarrei gli scritti come delle tavole, come dei quadri, come una storia dei bambini che sono passati tra quei banchi. Sciascia, in Cronache scolastiche, scrisse così sui suoi bambini: «spezzano le lamette da barba per lungo, le piantano nel legno del banco per mezzo centimetro e le pizzicano come chitarre». Sarebbe bello fare una storia dell’infanzia attraverso gli scritti, i segni, le incisioni lasciate sui banchi di scuola.
Con i «ripetenti» ho voluto rappresentare, come è evidente nella poesia Il poemetto degli zeri, tutti quei bambini che percorrono una strada un po’ più irregolare rispetto agli altri. Quelli che sono fuori dalla “norma” per una malattia, per un deficit, per disagio, per un abuso, o per aspetti propri della personalità. Sono quei bambini che suscitano tanta tenerezza e stimolano a una maggiore attenzione e sollecitudine, a una maggiore protezione e cura, perché più fragili, più indifesi, perché in difficoltà. È commovente e interessante stare con loro per quello che ci fanno conoscere dei loro pensieri, dei loro sentimenti e comportamenti, del loro carattere, della loro anima. Per quello che trasmettono e ci regalano: un vero e proprio dono di se stessi, della loro umanità. E loro non lo sanno. Anche in questo sta la loro grande generosità: nel donare un mondo, una bellezza di cui non sono consapevoli. 

     

«Con chi sta quando non piange» un bambino autistico?

Non lo sappiamo, non lo sa neanche la scienza. Non è facile conoscere, “indovinare” quello che succede ad un bambino affetto da autismo, quando si isola, quando non interagisce, quando è indifferente alla presenza degli altri bambini, degli adulti e all’ambiente. Quando il suo gioco è solitario, le sue parole non corrispondono alle nostre né agli oggetti, quando i suoi movimenti sono ripetitivi. Non lo sappiamo. Loro sembrano appartenere ad un altro mondo. Condividere questa difficile domanda con i lettori, con le madri e i padri di questi bambini particolari, con i colleghi medici, mi dà sollievo e coraggio, quel coraggio di sperare che un giorno la scienza possa rispondere. E l’arte, la poesia in questo caso, deve fare la sua parte: rielaborare la conoscenza scientifica e restituirla in una forma artistica, come conoscenza umana. Immagino che in questa mancanza di condivisione e di reciprocità sociale dei bambini autistici, in questo loro isolamento, ci sia un mondo, magari diverso dal nostro, dove si spera di raggiungerli per comunicare con loro. Oggi si riesce a fare, in certa misura, attraverso trattamenti riabilitativi specifici. Ma avvicinarsi a questi bambini non è facile nemmeno per esperti terapisti, perché bisogna cercare dei canali di comunicazione non soliti che rispettano la loro natura, il loro carattere, le loro difficoltà, le angosce: agganciarli, così, nel loro isolamento, per poterli accompagnare fuori, almeno in parte. Nel mio lavoro mi è capitato di trovare delle modalità non comuni e “insolite”, per entrare in contatto con questi bambini particolari. Ricordo che un bambino riuscì a rispondere alle mie domande solo se, dopo la domanda, con un gesto e con la voce rappresentavo di avere male alla testa. Mi piace pensare che anche la poesia si ponga queste domande e che queste domande non appartengano solo alla scienza, ma all’umanità.

      

Nel Suo libro abbondano le incursioni nel dialetto siciliano: in che rapporto è con questa lingua?     

Il siciliano, oltre l’italiano, è la mia lingua, la lingua della terra dove sono nata, rappresenta una parte della mia identità, una parte della costruzione del mio linguaggio e del mio sviluppo, della mia conoscenza del mondo. È la lingua della primaria relazione con mia madre, ha fatto parte dei miei giochi da bambina, della mia socialità e condivisione con gli altri; e anche oggi continuo a parlarla. Per questo trovo indispensabile “chiamarla” nella poesia, quasi a “darmi una mano” nella fatica della creazione artistica. L’uso della lingua siciliana, nella mia poesia, è lontano da   espressioni caricaturali, del folclore bozzettistico e da luoghi comuni, che spesso offendono la Sicilia. Adoperare il siciliano nasce da una necessità personale di sperimentarlo per le sue magnifiche espressioni di sintesi, di suoni e di significato sia concreto che metaforico, e ricongiungerlo a bisogni più profondi di sentimento, pensiero, di ricordo.

       

Mi piacciono molto questi versi: «Quella parola / basta che lo chiami / che ogni tanto lo chiami / che così ogni tanto può esistere» .

Scrivo un dialogo immaginario tra la parola e l’oggetto mentre si stanno cercando. Se un oggetto non ha la sua parola, non esiste. Per ogni oggetto c’è una parola. Se un oggetto non viene nominato dalla parola è come se non esistesse e viceversa. L’uno dipende dall’altro. Pensiamo a quante parole sono scomparse, almeno dall’uso comune, perchè è scomparso l’oggetto. Ma se quell’oggetto non c’è più, perché non è più nominato, rimane almeno sulla «carta» come scrivo nella poesia. Ecco la funzione della scrittura: non fa perdere mai completamente le cose, le storie, perché dà loro continuità e forse anche eternità, sulla carta. E l’arte della poesia fa anche questo.

     

Dunque, «per sapere se un poeta è buono / bisogna avere una sua fotografia»?

I versi a cui si riferisce sono quelli iniziali della poesia Sulla fisionomica del poeta. L’idea è nata da una espressione di Amedeo Anelli, studioso, critico, poeta e amico, autore del risvolto di copertina di Nomi di cosa-Nomi di persona.
Tempo fa, mi chiese una foto con la mia immagine, che doveva esporre insieme alle mie poesie, per una presentazione ai suoi studenti. Gli ho chiesto: – Come mai la foto? – e lui mi ha risposto che un bravo poeta si vede anche dalla sua fotografia. Mi sono fatta una risata e poi gli ho mandato la foto. Ma questa cosa è girata per giorni e giorni nella mia testa e allora ho capito che dovevo scriverne. Quel fatto meritava una poesia, una poesia piena di ironia, che poi gli ho dedicato. Se l’è guadagnata tutta. Ecco come è nata la poesia Sulla fisionomica del poeta. Il mistero è svelato.  

Sulla fisiognomica del poeta          

per Amedeo Anelli

Per sapere se un poeta è buono
bisogna avere una sua fotografia
guardarlo di fianco, di traverso e poi di fronte

Osservare l’assetto del suo naso
la posa del suo mento
l’incrocio della mandibola con il suo orecchio

e non perdere l’angolo, la misura del suo angolo.
E poi tracciare la distanza dei suoi occhi
la radice quadrata dei suoi denti

Tirare a indovinare se la sua lingua corrisponde
alla superficie della fronte
se c’è una distanza un sogno tra la bocca e l’anima.

     

[Da Nomi di cosa-Nomi di persona, Marsilio, 2015]

      

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[1]  A cura di Alessandro Viti, risvolto di copertina di Chiara Tommasi, Voghera (PV), Libreria Ticinum-CISESG, 2015. Per la citazione che segue nel testo si veda p. 45.

        

Lewis Carroll, "La bambola più carina del mondo", 5 luglio 1870 - in aperturaSan Giorgio e il drago, 26 giugno 1875, Met Museum
Lewis Carroll, “La bambola più carina del mondo”, 5 luglio 1870 – in apertura “San Giorgio e il drago”, 26 giugno 1875, Met Museum

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