Intervista a Marta Fana, a cura di Francesca Del Moro

Bread and Roses, Ken Loach, 2000

Intervista a Marta Fana, a cura di Francesca Del Moro.

    

    

Marta Fana ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia presso l’Institut d’Études Politiques di SciencesPo a Parigi. Ha iniziato l’attività di ricerca studiando appalti e corruzione e attualmente si occupa di political economy, e in particolare di diseguaglianze economico-sociali e mercato del lavoro. Ha lavorato all’ufficio studi di Consip, all’EBRD e all’OCSE, ha collaborato con il manifesto e Pagina99 e scrive per Internazionale e Il Fatto Quotidiano.
Nell’ottobre del 2017 ha pubblicato con Laterza il saggio Non è lavoro, è sfruttamento, un testo fondamentale per comprendere la frantumazione del mondo del lavoro che, frutto di una connivenza lunga tre decenni tra potere politico e imprese, va sempre più inasprendo le diseguaglianze economiche e sociali in Italia così come a livello globale.
“Meno diritti, più crescita” è il mantra che ci sentiamo ripetere da tempo, insieme alla retorica del “meglio che niente” che costringe sempre più persone ad accettare, per uscire dall’incubo della disoccupazione, un lavoro povero, precario, sempre più spesso gratuito, e in ogni caso privo di tutele e di stabilità. Una situazione che non riguarda soltanto le nuove generazioni, i cosiddetti “Millennials”, aggrediti dalla propaganda del capitale fin dai banchi di una scuola che si vorrebbe sempre più simile a un’azienda, scherniti da una classe dirigente che dall’alto dei propri privilegi non esita a definirli “schizzinosi”, “sfigati” e “mammoni”. Anche tra coloro che oggi hanno trenta, quaranta o cinquant’anni, si trovano partite IVA cui illegalmente vengono imposti gli obblighi del lavoro subordinato, persone esortate a licenziarsi per poi essere riassunte con il contratto modificato dal Jobs Act, quindi senza la tutela dell’art. 18, lavoratori costretti ad accettare un peggioramento delle proprie condizioni (demansionamento, pause ridotte, aumento delle ore lavorative, ecc.) per paura di perdere il posto. Il baratro della disoccupazione si spalanca minaccioso per chiunque, compreso chi ha una famiglia da mantenere. I lavoratori oggi somigliano a merci da accaparrarsi a prezzi sempre più stracciati, quando non gratis, merci di cui ci si può liberare in qualsiasi momento per passare magari ad articoli più convenienti.
Con chiarezza e passione, l’autrice ripercorre nel suo libro l’affermarsi della retorica della flessibilità fino all’esaltazione del lavoro gratuito come precondizione per trovare un impiego stabile e pagina dopo pagina racconta storie di vita, di sfruttamento e di lotta su cui fonda la propria analisi politico-economica di matrice marxista. Individua altresì i responsabili di questa situazione senza nulla concedere alla narrazione dominante che mira a soffocare il conflitto in nome della cosiddetta “pace sociale” con argomenti che tanto somigliano a quelli usati da Menenio Agrippa con la plebe al tempo della secessione dell’Aventino.

Ringraziamo Marta Fana per il suo prezioso contributo a questo numero di Versante Ripido dedicato al mondo del lavoro e per il tempo che ha voluto donarci rispondendo alle nostre domande come di seguito riportato.

Questo numero della rivista Versante Ripido è dedicato al “lavoro che cambia”. Sentiamo continuamente ripetere che si tratta di un cambiamento inevitabile, in definitiva buono e giusto. Eppure, nel tuo libro parli di sfruttamento. Qual è la natura di questa trasformazione? Quando ha avuto inizio?

La retorica sul cambiamento inevitabile, buono e giusto, è l’espediente egemonico per mascherare la vera natura del lavoro, di ieri e di oggi, che nel sistema capitalistico è appunto sfruttamento. Quindi il lavoro come sfruttamento nell’accezione moderna del termine inizia col capitalismo. Con le attuali trasformazioni tecniche e organizzative, lo sfruttamento assume nuove forme, a volte non meno rapaci di prima, e penetra sfere che precedentemente sembravano meno coinvolte.

     

Questi cambiamenti coinvolgono anche il ruolo della scuola. Molti considerano l’alternanza un’opportunità offerta agli studenti per conoscere il mondo del lavoro e prepararsi ad affrontarlo adeguatamente. Si dice, peraltro, che esistesse già e che sia stata semplicemente perfezionata ed estesa ai licei. Qual è la tua opinione in proposito?

Innanzitutto, bisogna dire che l’alternanza scuola-lavoro, così come modificata dalla legge 107, cioè la Buona Scuola, è obbligatoria a differenza delle versioni precedenti e vincolante anche per l’esame di maturità. Quindi prima di tutto si impartisce agli studenti ordine e disciplina, ma allo stesso tempo si decreta che la scuola serve solo ed esclusivamente a dotare i giovani di un sapere tecnico spendibile sul mercato. Così facendo si rimuove la caratteristica di fondo del mondo del lavoro: esso è un luogo conflittuale, dove il lavoratore vende la propria forza lavoro ma non è una macchina, dovrebbe essere in grado e messo nelle condizioni di rivendicare diritti, tutele, ma anche democrazia (possibilità di rifiutarsi di svolgere un compito e allo stesso tempo capacità decisionale). Con l’alternanza si pensa che il lavoro non contempli diritti, a partire dalla retribuzione, se non come regalìa arbitraria del datore di lavoro. Poi ci sarebbe molto altro da dire su quali lavori sono chiamati oggi a fare gli studenti in un contesto produttivo in costante impoverimento da anni…

    

Sempre più lavoratori non nutrono alcuna fiducia nei sindacati, in particolare in quelli confederali. Quali sono le loro responsabilità in merito alle dinamiche appena descritte? In che modo possono tornare a essere un punto di riferimento?

I sindacati hanno svolto negli ultimi 30 anni un ruolo compatibile con le trasformazioni che aggredivano sempre più ferocemente il potere dei lavoratori dentro e fuori i luoghi di lavoro. Come se agendo solo ai margini potessero limitare questo attacco e al contempo mantenere una posizione privilegiata. La sfiducia è normale, però c’è da dire un’altra cosa: occorre riconoscere cosa è realmente il sindacato, vale a dire un’organizzazione dei lavoratori. Quindi la delega in bianco non vale, siamo noi che facciamo il sindacato e non possiamo aspettarci che qualcuno agisca per nostro conto a scatola chiusa. Questo è il primo passo per far sì che lo strumento sindacale torni un punto di riferimento.

     

Nel tuo libro ricorre il concetto di una “narrazione tossica” veicolata dall’alto. Quali sono i punti forti di questa narrazione e come è riuscita a conquistarsi un ampio consenso anche tra gli sfruttati?

In primo luogo, sicuramente la frantumazione in chiave individualistica di tutta la sfera sociale attraverso da un lato la retorica della meritocrazia, dall’altro l’uso di tutta la forza che si poteva mettere in campo (strumenti, intelligenze, ecc) contro il riconoscimento dell’esistenza stessa delle classi sociali. E inoltre, l’incentivazione della competizione tra i lavoratori, che nega la complessità sociale: in sintesi, se sei bravo vai avanti, altrimenti sei uno sfigato. Il lavoro viene presentato sempre come una questione individuale, non collettiva, non dovuta ai rapporti di forza in atto (come invece è).

    

Come hanno votato i lavoratori alle ultime elezioni politiche in Italia? Per quale ragione non hanno dato fiducia ai tre partiti di sinistra – Potere al Popolo, Partito Comunista e Per una Sinistra Rivoluzionaria?

I lavoratori hanno votato M5S e Lega, per motivi a volte simili, altre diversi. Sicuramente hanno votato per battere il blocco di potere a guida PD che ha governato negli ultimi anni, scordandosi che però la crisi in Italia viene da più lontano, dagli anni in cui a governare era soprattutto Berlusconi insieme alla Lega. La fiducia a sinistra, beh, l’analisi è lunga. Sicuramente questi partiti sono considerati troppo piccoli e non in grado di parlare al di fuori di sé stessi. Qualcuno ci ha provato ma con pratiche fortemente identitarie ed escludenti e questo non è un buon modo per fare egemonia e consenso.

     

Invochi spesso l’unità della classe lavoratrice. Ma si dice che nell’epoca del “tramonto delle ideologie” le classi non esistano più. È dunque necessario rivedere o abbandonare la teoria della divisione in classi di matrice marxista? Altrimenti, in che modo è possibile proporne un’intelligente applicazione al contesto contemporaneo?

Le classi nella realtà non sono mai venute meno, infatti non mi pare che la proprietà sia distribuita in modo egualitario, anzi le diseguaglianze di reddito e ricchezza si acuiscono progressivamente. Abbiamo strabisogno di ideologie e idee forti ed è proprio la loro mancanza, il fatto che non riusciamo a farle diventare senso comune, a rendere la classe lavoratrice molto debole e frammentata. Il neoliberismo è fortemente ideologico e usa la propria ideologia ogni secondo. Oggi parlare di classe, soprattutto dopo lo shock della crisi, è molto più praticabile: soggetti che fino a ieri pensavano di essere diversi – mi riferisco alle donne delle pulizie, i commessi dei centri commerciali, i facchini – vivono gli stessi processi di sfruttamento, sia dal punto di vista formale sia da quello sostanziale. Bisogna più che altro trovare la giusta sintesi retorica per rimetterli gli uni accanto agli altri (stop con le esternalizzazioni selvagge, con il cottimo, con il lavoro gratuito). Cose che fanno pensare al Novecento, ma che sono pervasive nell’attuale organizzazione del lavoro di pezzi crescenti della società.

      

Esiste una via praticabile verso la riforma avanzata e duratura del modo di produzione capitalistico? Le istituzioni politiche, siano esse nazionali o sovranazionali, possono arginare la crisi e governare il capitalismo verso un futuro di benessere allargato a tutte le classi? Oppure l’attuale struttura economica della nostra società deve essere superata, in quanto compromessa da contraddizioni che la sovrastruttura politica non può attenuare?

Sicuramente le attuali istituzioni nazionali e non sembrano più propense ad avallare le ristrutturazioni del capitalismo che a controllarle o ad arginarne gli effetti più radicali. Credo che il capitalismo vada superato perché incompatibile già solo con la democrazia (dentro e fuori i luoghi e non luoghi di lavoro), ma temo che non ci sia in questo momento una via organica e strutturata da proporre come alternativa. Sicuramente però potremmo iniziare a lavorare a una transizione verso un sistema alternativo e su questo, partendo dalla critica dell’economia politica (così come si configura oggi), abbiamo qualcosa da dire.

     

* Le ultime due domande dell’intervista sono state formulate da Lorenzo Romanazzi, che ringraziamo anche per la supervisione dell’articolo.

        

Bread and Roses, Ken Loach, 2000
Bread and Roses, Ken Loach, 2000

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: