Intervista a Roberta Dapunt, a cura di L. Paraboschi

Sir Edward John Poynter (British (born France), Paris 1836–1919 London)
Lynmouth, Devon, 1866
British, 
Watercolor and gouache; Sheet: 12 in. × 18 1/4 in. (30.5 × 46.4 cm)
The Metropolitan Museum of Art, New York, Harry G. Sperling Fund, 2015 (TR.402.2015)
http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/697201

Intervista a Roberta Dapunt, a cura di Luigi Paraboschi.

    

    

Benvenuta su Versante ripido, Roberta.
Intanto che preparavo questo incontro ho voluto rileggere quanto scrissi dei suoi lavori in occasione dell’uscita dei suoi libri “La terra più del paradiso“ e “Le beatitudini della malattia” e, sfogliando qualche verso della prima raccolta ho rilevato una sorta di disperazione del vivere all’interno di questi: niente ali per il paradiso / né una vanga per l’inferno ci è concessa/
Ora, leggendo la sua ultima opera “Nauz“, Il ponte del sale ed., 2017, nella quale lei parla del maiale e della sua triste sorte, rilevo ancora questi: Scarsa confidenza nella mia confessione/ un pater, ave e gloria in ordine prima di partire/
Mi chiedo, e le chiedo: il suo atteggiamento nei confronti della fede è rimasto ancora così pieno di dubbi come in passato?

In passato il dubbio accompagnava ogni mio avvicinamento alla fede, oggi il dubbio non è più lo stesso, perché non c’è la fede. Sono cresciuta in una religiosità stretta nel dovere di partecipazione. I giorni della scuola elementare iniziavano con la celebrazione eucaristica, durante le processioni non ci permettevamo di fare movimenti che non fossero quelli previsti dall’ordine di rito. Da bambina era anche bello, per me era come un grande gioco di gruppo, mi affascinava tutto, le celebrazioni, la gente, i loro vestiti a festa, la chiesa, il cimitero. La mia crescita però mi ha portata a non apprezzare l’obbligo, ad allontanarmi da un vincolo morale impartito dalla famiglia e dalla comunità. Fino a contrastare la mia mente, la mia volontà. Ciononostante mi è rimasta un’importante tolleranza e un rispetto profondo di fronte a chi la fede ce l’ha. Mi è rimasto anche il fascino verso la solennità della fede, che è ciò che si può vedere e toccare con mano.

     

La sua condizione in quasi completo isolamento nel suo podere di Val Badia le fa scrivere nel suo ultimo lavoro questi due versi: è carente orazione qui in mezzo a nostra vita/ mentre il pensiero isolato confida nella breve durata a condizione/
e in un’altra dello stesso lavoro lei scrive parlando del sacrificio di Cristo nel Venerdì Santo: vulnerabile è la mia nostalgia e nulla mi aiuta ad amare la tua morte/
La domanda che vorrei rivolgerle è: l’ansito religioso che si intravvede sempre nei suoi lavori è qualcosa di connaturato in lei oppure ha molto a che fare con la condizione di isolamento in cui lei ha scelto di vivere?

Nelle mie scritture non c’è ansito religioso. La sofferenza d’animo che i miei versi raccontano, non è necessariamente religiosa. Fa parte piuttosto della mia natura. La cultura religiosa mi ha invece fornito un vocabolario, una topografia a cui spesso faccio riferimento nelle mie espressioni. L’isolamento, da me scelto, è diventato una condizione oggettiva, aderente alla realtà. La mia realtà sono innanzitutto i luoghi di abitazione, che non sono privi di persone intorno, ma che possono essere molto lontani da ciò che succede fuori e ogni giorno. Più che isolamento è la realtà di una separazione. In essa ci sto bene.

         

9788889615737_0_0_0_75Questa breve raccolta intitolata “Nauz“ che in italiano significa “Trogolo” è da lei dedicata per intero a quell’animale, il maiale, che, assieme ai buoi, alle vacche, ai polli appartiene per tradizione ad un mondo contadino del quale ormai si è perduta quasi ogni traccia. Lei arricchisce anche il suo libro con una serie di foto assai cruente dedicate alla macellazione di questo animale così utile all’uomo.
Parlando del calvario di questa bestia scrive testualmente: Liscia il trogolo il maiale e diventa buono,/ contento è l’animale, impolpa ed è cotenna in fiore./ E oggi al mattino una voce a chiamarti,/ curioso segui il tuo macellaio/
La bonarietà di questi versi non le sembra in contrasto troppo netto con le crude fotografie dello squartamento di quell’essere vivente che: attende silenzioso il macellaio, la tua morte/ sparge resina e tu disteso nell’acquaio, a buon’ora/ la lingua pende e i ferri raschiano le setole/ Misero maiale, la tua pelle resa nuda/ appesa al gancio e questa sera ai convitati/
ed è questa veridicità espressiva la corrispondenza a quanto lei pensa nella parte conclusiva del libro, citando Pasternak che affermava le poesie essere simili ad una spugna che assorbe la vita al fine di essere spremuta?

Lei usa nella sua domanda la parola “squartamento”. Nessun contadino di questi luoghi e nemmeno di altri luoghi, userebbe questa espressione per definire l’uccisione di un suo animale. Questa espressione è un giudizio, credo faccia parte di un vocabolario di chi non conosce la realtà rurale. Per quanto possa essere difficile comprendere, i versi di Nauz esprimono innanzitutto un sentimento di riguardo, di stima. Devota a un’usanza e aggiungo affettuosa verso una dimensione conosciuta. L’uccisione di un essere vivente è per sua natura un atto crudo, sarebbe un’affermazione contraria qualunque altro aggettivo.

   

Mi è parso, leggendo i suoi versi interamente dedicati al sacrificio animale, di intuire una sorta di celebrazione laica della natura che lei intenderebbe realizzare attraverso un abbraccio ideale tra uomini e animali. In questo caso, parlando del suino, lei scrive: “guardi sereno per terra, non è tempo di fioritura“, ma questo abbraccio tra lei e gli animali, così ben espresso qui sotto: ho il cuore stantio. Riuscissi io a ruminare/ come nella stalla le vacche contente/
sembra non bastarle a riempire il vuoto che avevo rilevato in questi versi del volume “Le beatitudini della malattia“: Mi voglio velare, voglio piano tacere. Sottrarmi/ candidamente al complicato uso della voce./ Crescere, innevarsi il mio interno stare fuori come sto ferma./
Ma per spiegare questa solitudine cui lei fa cenno anche più avanti, quanto ha a vedere la condizione di isolamento fisico che lei ha posto come scelta tra il mondo e la posizione abbracciata di vivere nel maso “In questo maso che esige la fedeltà come unica compagna”?
 

La solitudine è per me una condizione di fondamentale importanza. In solitudine riesco a vedere meglio, a sentire meglio. Ad ascoltare me stessa e la mia situazione del momento.
La stalla di Ciaminades è per me sinonimo di solitudine. Non facile, l’esigenza quotidiana richiede uno sforzo e molta attenzione per il silenzio. Ogni mio movimento succede anche nel mio pensiero. Si è soli, gli animali intorno non lo sanno. A loro non importa la mia solitudine, o meglio la mia situazione passeggera o duratura.

      

E ora vorrei chiederle qualcosa in merito alla lingua, il ladino, da lei impiegata nella versione primitiva, ma affiancata da un traduzione che più poetica di com’è non la si potrebbe immaginare: In questo maso, a pasturare rimane il nostro avvenire/ …giungeremo anche noi a fioritura/ la terra ci farà cortina e gettata nuova/
Ci potrebbe spiegare cosa significhi e che rilevanza ha per lei come poeta questo senso di appartenenza ad una comunità di così piccole dimensioni? E ancora, di che genere sono “i silenzi che non si possono raccontare“? E per quale motivo resistere in quell’isolamento, se: per quanto l’erba ladina maturi qui in ogni dove che sia stalla o concimaia/ l’erba fine rimane il trifoglio amaro, che sempre, ogni anno vi cresce attorno/?

Il ladino è la mia lingua madre, c’è l’impronta dei suoi suoni in ogni parola da me pronunciata nell’altra lingua. Per me questo significa appartenenza, mentre l’appartenenza a una comunità è relativa, non ha per me un valore di qualità identitaria. Nella poesia che lei cita, ci sono anche i versi “Gente ladina, così piccolo il nome / volgi gli occhi e guarda lontano, / gregge minore anche noi in affittanza sul mondo.” Questa poesia è una constatazione. Il riconoscimento di una realtà linguistica che deve confrontarsi con ciò che ha intorno, nella consapevolezza anche di una lenta scomparsa futura.

         

Nella parte finale del libro lei dedica ampio spazio ad alcune riflessioni attorno alla lingua che si dovrebbe usare in poesia, e dice: “La poesia o è necessità o non è credibile”. Non ritiene che in ogni scrivente via sia questa necessità di esprimersi?
Ma come facciamo noi lettori a comprendere fino a quale punto una poesia sia frutto vero della necessità dell’autore e della sua credibilità e non invece sia espressione di quel senso di autocompiacimento o autocelebrazione che sovente succede di riscontrare leggendo?
 

La frase “La poesia è necessità o non è credibile.” è preceduta da quest’altra: “La poesia non è solo la scelta di una lingua con la quale ci si può esprimere.” Il riferimento è la mia realtà linguistica. La mia quotidianità succede ogni giorno tranquillamente in tre lingue. Il ladino, l’italiano e il tedesco accompagnano i miei movimenti, gli incontri con le persone vicine, anche la mia spesa in paese. In questa logica dunque, la scelta di scrivere anche e soprattutto in lingua italiana non ha nulla a che vedere con le emozioni e i sentimenti, come qualcuno sostiene. Fosse così, seguirei dei sentimentalismi linguistici, che non amo.
Il resto spetta ad ogni lettore, attento e meno attento, che crede o meno alla scrittura che ha davanti. Ad ogni modo lei ha ragione, succede che noi poeti scriviamo poesia autocelebrativa, direi rumorosa, dimenticando spesso il silenzio. Probabilmente per essere di oggi a tutti i costi, come se non lo fossimo in verità del corpo e della nostra vita.

        

Lei dice, citando Kolakowsky che “se una cultura perde il senso del sacro, inteso come valore umano, perde ogni senso, poiché il sacro, cioè l’inviolabile pone inevitabilmente dei confini“, le domando: lei pensa veramente che la società attuale possa recuperare il senso del sacro, e in quale modo potrebbe farlo?

Sono due domande alle quali non riesco a darle risposta. So per ciò che riguarda il mio percorso poetico, che il pensiero di Leszek Kolakowski è completamente aderente al mio pensiero. Non credo che la società abbia perso il senso del sacro. Il rispetto difronte alla vita che mi testimoniano le mie figlie, i loro amici. Anche loro sono un esempio della società che segue, e sono un buon esempio dal quale spesso imparo.

      

Più avanti leggo: “non credo nella poesia che si eleva solamente agli alti concetti e si presta unicamente a una sua spinta verso l’alto… credo invece nella sua discesa, nella sua calata, nello scorrere, scaturire verso il basso a scopo di raggiungere la causa prima, di arrivare a riunirsi alla sostanza dell’essere umano, poiché si percepisce la poesia nella semplicità delle cose. Solo attraverso la semplicità può succedere di essere ospitati dalla poesia…”
Ha qualche esempio concreto negli autori a lei noti di questa discesa verso il basso cui fa cenno?

La poesia ha molti esempi concreti di ricerca nella semplicità delle cose. Mi viene in mente Emily Dickinson, la semplicità in lei era una qualità di principio. La lettura dei suoi versi è stata per me una compagnia significativa negli anni delle mie prime esplorazioni di scritture, dove tutto era molto confuso e complesso.

       

Parlando della lingua ladina da lei usata, dichiara, riferendosi alla comunità in cui vive che “la nostra esistenza quotidiana si pronuncia di solito in tre linguaggi“, e poi prosegue “…e potendo decidere tra due lingue straniere, ho scelto la lingua italiana“. Se ho ben capito la frase va intesa così: noi pensiamo in ladino, traduciamo poi in italiano, oppure in tedesco ogni atto delle nostra vita quotidiana.
La domanda che le rivolgo per ultima è: corrisponde sempre bene al suo sentire l’esercizio della versione in italiano dei suoi versi pensati in ladino? Riesce a cogliere e girare tutte le sfumature della lingua nella quale ha pensato la sua scrittura, oppure talvolta anche lei, come succede quando si scrive usando versi dialettali e li si deve poi tradurre in italiano per i lettori di altri regioni, è costretta a modificarli leggermente per renderli accessibili a tutti?  E se la risposta è “sì, ci riesco“: non avverte mai di tradire anche parzialmente il loro suono originario?

La raccolta Nauz è scritta in ladino e da me anche tradotta in italiano. La traduzione modifica inesorabilmente la versione originale, ma non per poter essere accessibile, bensì per una natura linguistica diversa.
Quando scrivo in italiano non mi succede dentro il pensiero in ladino. A dire la verità non so se il pensiero succeda in una o nell’altra lingua. Ad ogni modo distinguo nelle mie scritture il ladino dall’italiano e viceversa. Detto questo, il ladino attribuisce senza dubbio un colore e una tonalità particolare alla mia lingua italiana.

         

Sir Edward John Poynter, "Un sentiero nel bosco"  1859 - in apertura "Vento dell'Ovest", 1866, The Metropolitan Museum New York
Sir Edward John Poynter, “Un sentiero nel bosco” 1859 – in apertura “Vento dell’Ovest”, 1866, Metropolitan Museum New York

2 thoughts on “Intervista a Roberta Dapunt, a cura di L. Paraboschi”

  1. Grazie Luigi per questa intervista. Tramite tuo ho conosciuto Roberta Dapunt alcuni anni fa, mi regalasti il suo libro ed io te ne sono grata perché l’ho subito amata, dopo questa intervista l’amo ancor di più.

    1. Marilena tu non sai quanto sia felice di scoprire che un libro donato ha lasciato una traccia in chi lo ha ricevuto, non me l’aspettavo, grazie

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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