Intervista a Ada Salas, a cura di Anna Belozorovitch

Ivo Mosele, L'ultimo

Intervista a Ada Salas, a cura di Anna Belozorovitch.

    

    

DSC_80563-e1484227731587-667x489Ada Salas è nata a Cáceres nel 1965. Con il suo primo libro, “Arte y memoria del inocente” (1988) ha ottenuto il Premio Juan Manuel Rozas de Poesía. Il suo libro “Variaciones en blanco” ha ricevuto il IX Premio de Poesía Hiperión. Nel 1997 ha pubblicato “La sed” e nel 2003 “Lugar de la derrota”. È inoltre autrice di due libri di riflessioni e saggi sulla scrittura poetica: “Alguien aquí” (2005) e “El margen, el error, la tachadura (de la metáfora y otros asuntos más o menos poéticos)” (2010). “Esto no es el silencio” ha ricevuto il XV Premio Ricardo Molina-Ciudad de Córdoba. Nel 2009 è stata pubblicata una raccolta della sua opera poetica “No duerme el animal” (Poesía, 1987-2005). Insieme al pittore Jesús Placencia ha pubblicato “Ashes to ashes” (2010). Nel 2013 ha pubblicato con Pre-textos “Limbo y otros poemas”. Dal 1992 risiede a Madrid.
Ha preso parte agli Incontri di Sarajevo del 2003 e del 2010, a Salernopoesia nel 2004. Nell’estate del 2016 è ospite di Casa della poesia a Baronissi. Nel 2015 la Multimedia Edizioni ha pubblicato una sua antologia “Poesie” a cura e traduzione di Raffaella Marzano. 

 

    

Cara Ada, mi piace sempre chiedere del primo incontro con la poesia. Vorresti raccontarci come è stato per te? Se ricordi il momento in cui hai scoperto l’esistenza della poesia? E, successivamente, come è accaduto che cominciassi a scrivere?

Ho scoperto la possibilità di scrivere poesia prima di cominciare a leggerla. Il primo momento è legato a un’esperienza emotiva molto forte e alla necessità di esprimerla il che, in modo sorprendente per me, si è tradotto nel raccogliere un mucchio di carta, buttarmi a terra e scrivere d’un fiato una decina di poesie che poi ho raccolto in ciò che, in qualche modo, è stato il mio primo “libro”. I miei genitori mi avevano comunicato che ci saremmo trasferiti in un’altra città, e all’idea di separarmi da ciò che era il mio mondo e più concretamente dalla mia “amica del cuore” mi aveva portato in una confusione e un tormento che aveva fatto piangere così, nemmeno saprei spiegare perché, iniziai a scrivere poesia in un modo “esplosivo”. Pochi giorni dopo riguardai i testi, misi un titolo all’insieme e lo regalai alla mia amica al momento del nostro addio. In quel momenti seppi che era iniziata una relazione molto intensa con qualcosa che in un modo o altro mi avrebbe accompagnato per sempre.

     

Mi piacerebbe chiederti di come avviene per te il processo della scrittura. Si tratta di un impegno regolare o di qualcosa che “avviene”? Come vivi i momenti in cui scrivi e/o riesci a scrivere? Che cosa ti dà maggiore soddisfazione: l’attesa, la produzione, la conclusione del testo?

Quando inizio un ciclo di scrittura, che normalmente finisce per formare un libro, ho bisogno e esiggo da me una certa disciplina e regolarità per non perdere il “respiro” di queste nuove poesie. Mi serve un lavoro costante che include la lettura e la “predisposizione” a che, con un po’ di fortuna, nascano poesie. Quando un ciclo (un libro) si conclude, posso trascorrere lunghi periodi senza scrivere. In qualche modo, dopo aver “parlato”, arriva un silenzio in cui, voglio credere, si sta generando un nuovo periodo di scrittura.

Vivo questi momenti di scrittura come esperienze molto intense di “ingresso in un altro mondo” o di “ritiro” dalla realtà nella quale mi trovo – senza che ciò significhi che io non percepisca il mondo nel quale “entro” come “reale”. A volte, anzi, lo è più di quanto si possa credere.

I tre momenti (attesa, produzione e conclusione) generano in me lo stesso piacere e la stessa sofferenza.

       

In Dieci Comandamenti, tua silloge dalla quale proponiamo alcuni testi su questo numero, scrivi: “Nos importa curar / con las palavras” [Ci importa di curare / con le parole]. Credi che la scrittura sia anche questo? Cura di sé o degli altri, antidoto di un male? E quale male, allora?

Non avevo mai pensato di poter scrivere qualcosa del genere perché non avevo mai pensato alla scrittura come a una terapia… finché non l’ho vissuto. In qualche modo le parole possono guarire chi scrive perché creare lo separa e lo allontana dalla morte. Scrivere obbliga ad essere vivi, aperti, attenti. Per parlare del dolore è necessario acquisire una prospettiva su di esso, il che implica necessariamente la distanza. Scrivi del dolore perché lo si vede o/e lo si analizza come possibile soggetto di un testo: questa distanza di stacca dal dolore e questo distacco può aiutare a guarire una ferita. Questo, in quanto persona che crea. In quanto lettrice, posso dire che le grandi poesie scritte da gradi poeti mi hanno sempre aiutato a vivere e a sentirmi accompagnata.

Il male è sempre qualche che ha a che fare con il dolore in una qualsiasi delle sue forme.

      

Vorresti raccontarci di più di questa silloge? I tuoi “Dieci comandamenti” sono: Vivere, confidare, essere attenti, godere, imparare, respiare, meravigliarsi, sospendere il giudizio, tacere e agire, continuare. Come sono nati, e soprattutto quale è il loro scopo? Sono comandamenti per raggiungere quale obiettivo?

Le poesie dei Dieci Comandamenti nascono per “illustrare” i disegni di un amico pittore. Ho visto la serie dei disegni a una mostra (i titoli sono suoi) e ho sentito la necessità di scrivere partendo da essi. Sono “comandamenti” di vita, che incitano ad abitare il tempo in maniera cosciente e ricettiva, e a rinnovarsi in una specie di “carpe diem” applicato dalla profondità della ragione.

     

I tuoi testi emanano luminosità, delicatezza, fanno pensare a un passo leggero che cammina con attenzione. Ma vi è anche un’ombra che non cerca di nascondersi, che convive con la luce e si pone le stesse domande. “Recuerda che nada es / lo que parece” [Ricordati che nulla è / quello che sembra], scrivi in Sospendere il giudizio, e poi concludi Continuare, l’ultimo dei comandamenti, con “¿O no hay violencia acaso / en la resurrección?” [Non c’è violenza forse / nella ressurezione?]. Ne traspare un’immagine del mondo e della vita perennemente a due facce, in cui le contraddizioni convivono, in cui nella vita è presente la morte, nella gioia il dolore, e vice versa. Vorrei chiederti un commento su questa osservazione.

Ciò che dici è corretto. Il libro propone una specie di cura e/o di felicità serene che nascono non dall’inconsapevolezza ma dalla volontà, e che comprende, anche, l’oscurità e le ombre. In altre parole, di una lotta contro il dolore e la miseria e di una scommessa sulla vita che non vengono offerte ma che costituiscono una conquista. Resuscitare dopo una morte richiede, in qualche modo, essere violenti con se stessi. Uscire a quella che è stata una tomba richiede disciplina e sforzo. Di questo parla il libro: di una scommessa consapevole e impegnata sulla vita.

           

Ivo Mosele, L'ultimo
Ivo Mosele, L’ultimo

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