Intervista a Enza Silvestrini e due poesie, a cura di Rosa Pierno

Metropolis, Fritz Lang, 1927

Intervista a Enza Silvestrini e due poesie, a cura di Rosa Pierno.

    

    

foto per RosaEnza Silvestrini vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato il romanzo Sulla soglia di piccole porte (Graus 2008 e Iuppiter 2012, seconda edizione) la raccolta di poesie Partenze (Manni 2009, premio San Vito al Tagliamento, sezione Opera Prima), il racconto Lido Mappatella (libro d’artista per le edizioni ilfilodipartenope, 2012); il racconto in versi Diversi amori (illustrazioni di Barbara Balbi, Iuppiter 2013); la raccolta di poesie Controtempo (Oèdipus, 2018).
È redattrice di “Levania, rivista di poesia” e responsabile regionale del Pen Club Italia Onlus.

Vi proponiamo un’intervista che Enza Silvestrini ha concesso a Rosa Pierno per Versante Ripido e due sue poesie.

       

Tornata alla poesia, dopo anni in cui ti eri dedicata esclusivamente alla critica letteraria, con “Controtempo”, Oèdipus Edizioni, hai scritto una raccolta intensa e coesa, tutta mentale, interiore. Ci racconti il tuo rapporto con la poesia?

“Critica letteraria” è un’espressione impegnativa! Nutro rispetto per i critici letterari perché la critica non è esercizio sterile, tecnicismo o narcisismo, ma mettersi amorevolmente al servizio del testo. Preferisco dire di essere una lettrice appassionata. Alcuni miei scritti accolti in riviste storiche (come “Poesia”) o l’esperienza da redattrice in una rivista giovane come “Levania”, sono occasioni importanti di lettura e di riflessione, una palestra. Così questi nove anni di silenzio (i nove anni trascorsi tra la pubblicazione di “Partenze” e quella di “Controtempo”) sono stati attraversati dai confronti, dalle collaborazioni, dalle voci di poeti che amo, dalla curiosità per i giovani, dall’osservazione di quanto nel mondo della poesia si muove. Un mondo variegato che Napoli riassume bene. Intanto mi portavo intorno le parole che sono confluite in Controtempo. Le parole a volte ti seguono come uno sciame e crescono intorno a te. Crescono con la vita e con la lettura che sa dare gioia ed essere confortante: quando sono inquieta, per esempio, rileggo il quindicesimo libro delle Metamorfosi di Ovidio. So che le parole mi aspettano da qualche parte, in agguato. Le vedo arrivare di gran fretta o a passi lenti. A volte respingo, a volte mi avventuro. In ogni caso, la poesia mi sembra necessaria, un naturale legame col mondo.

     

In “Controtempo”, la differenza tra vita e morte sembra passare attraverso la memoria che ricorda coloro che non ci sono più.

La memoria è tutto quello che resta di quelli che abbiamo amato, ma anche degli svariati io che siamo stati. In fondo, passiamo la vita cercando di annodare, in un unico filo di senso, le ombre di ciò che siamo stati e di quelli che abbiamo incontrato per costruire un’identità coerente, una storia da raccontare. La mia cultura di origine è profondamente connessa alla morte e la mia infanzia è stata popolata di luoghi e riti legati alla memoria, di racconti e di sogni in cui le barriere tra vivi e morti diventavano labili. Siamo custodi, a volte “cattivi custodi”: è questa la pena maggiore. Controtempo è un libro sul lutto, sulla perdita, anche della memoria: la fine di un intero mondo, come fu per Enea la distruzione di Troia. È il dolore di sopravvivere a questa distruzione. Per questo, il dolore di Enea (per la distruzione del suo mondo, per l’affievolirsi del ricordo di questo mondo) è diventato, per me, l’esperienza dell’Alzheimer che segna la separazione tra un tempo lineare e condiviso (quello dei “sani”) e un tempo che arretra e isola (quello del malato). Tra questi due tempi (tempo e controtempo) si apre lo squarcio dell’incomunicabilità.
La memoria è anche, e soprattutto, la memoria delle parole: l’eredità di parole di quelli che abbiamo amato, che riceviamo dai libri, dal passato. Le parole della poesia sono antiche eppure nuove, attraversano i tempi e li riassumono ma nel contempo trasportano oltre.

     

Attraverso la memoria il tempo sembra diventare elastico. Quasi una risorsa che abbatta le barriere cronologiche, vero?

“Penso che tutti – chi è vivo, / chi è vissuto, / e chi ancora ha da vivere – siano vivi adesso.” Sono i versi di Yevgeny Vinokurov che mi risuonano nella mente e che (insieme a un verso di Ovidio) aprono la raccolta in esergo. È una poesia bellissima che ci parla di come in noi tutti i tempi si raccolgono: noi siamo la memoria del futuro, ma siamo anche il presente del passato, insieme, perfettamente compiuto e incompleto. Il passato attende da noi la sua completezza. Ognuno è simile a una freccia lanciata verso un punto diverso, non determinabile. Quello che poeticamente trovo interessante è proprio questo sistema pluritemporale che ci scaglia in una pluralità di direzioni. Controtempo è nato dal desiderio di provare a seguire alcune di queste direzioni, lo scarto in cui la rassicurante successione temporale di passato-presente-futuro si distorce: l’Alzheimer, i viaggi, le migrazioni, la perdita, l’erotismo inseriscono nel tempo lineare nuovi assi temporali.

     

L’amorevole ritratto delle persone scomparse che dipingi con le parole è anche l’occasione per rivivere i segni che contraddistinguono un’epoca diversa dalla quotidianità.

Le persone scomparse ci mettono in relazione con mondi perduti di cui erano un centro relativo, una luce (tra le tante possibili) che si irradia e che illumina un piccolo cerchio intorno. Di questi mondi, a volte ritroviamo oggetti, odori, parole sbandate. Il passato è sempre mitico, soprattutto l’infanzia. Io vengo da un mondo remoto perché figlia di genitori anziani. Tra noi saltava un’intera generazione. Così l’eredità della mia infanzia è la storia della guerra, della dittatura, della povertà e dell’emigrazione, di una cultura popolare fondata sulla trasmissione orale come legame tra le generazioni. Ricordare è come entrare in mondi paralleli.

     

Passato come tessere di mosaico, come frammenti che consentono di “ricostruire” ipotesi sul passato e sul futuro.

La poesia che citi è nata in un pomeriggio perfetto di settembre a Villa San Marco nell’antica Stabiae. È un posto meraviglioso, dove si entra in una sospensione temporale. Il sito era deserto: solo reperti, tracce di splendore, l’ombra delle stanze e il sole fuori, l’odore aspro della rucola selvatica. L’archeologia è una scienza paziente: scava, osserva, accumula, conserva, lavora nel tempo e sul tempo. E dei frammenti che i luoghi, a volte, restituiscono, noi tentiamo delle ricostruzioni, cercando la frattura in cui due pezzi possono combaciare. Solo così frammenti sconnessi diventano cosmo, si posizionano in un ordine logico. Anche il futuro, in fondo, è una proiezione progettuale che nasce dalla frattura del presente, da ciò che riusciamo a coltivare nel presente. Eppure, l’archeologia e la capacità progettuale sanno che il senso che diamo, gli obiettivi che ci proponiamo sono solo ipotesi, tentativi costruiti su un taglio: è un esercizio di umiltà.

       

È anche una porta aperta all’indistinzione temporale che non investe più il singolo, ma riguarda il cosmo. È come un sentirsi parte del tutto e da sempre?

Per la scienza il tempo non esiste: noi siamo il tempo perché ne siamo coscienti, diceva Bergson. L’universo conosce il movimento e lo spazio-tempo: il tempo che la materia impiega a percorrere una distanza. A questo tempo noi diamo nome, attribuiamo un valore, ma è relativo all’osservatore. Penso, invece, che ci gioverebbe molto riflettere di più sul cosmo, come facevano i Greci, conoscere le grandi teorie cosmogoniche, considerare il tempo lento della geologia, il tempo breve di piccole creature come gli insetti. Questa conoscenza ci aiuterebbe a sentirci parte del tutto. Al momento mi sembra ancora prevalere la nostra autocentralità.

      

Ma anche un tentativo di superare l’individualità in favore della specie? La catena biologica rafforza l’idea della continuità?

Nelle poesie di Controtempo, l’idea della specie emerge soprattutto in un testo (scelto poi per la quarta) che parla di rondini senza mai dire questa parola. Sono gli animali a possedere il legame con la specie che da un lato potrebbe rafforzare il senso di continuità e di solidarietà, dall’altro mi sembra, tuttavia, una forza crudele, indifferente al dolore del singolo, pronta a sacrificarlo per la sopravvivenza. Gli uomini hanno conosciuto questa crudeltà, nel corso della storia, nelle società dei ceti, nel corso di infinite guerre di potere quando i singoli componevano le grandi masse la cui sorte era indifferente, agite come pedine sulla scena del mondo. Noi siamo in bilico tra questi due sensi che il legame con la specie può significare.

      

A tuo avviso, è questa un’idea che facendo cambiare prospettiva, porta qualche sollievo al dolore?

Credo che il dolore vada custodito, mescolato alle piccole gioie. Certo, questa prospettiva può ammansire il dolore, evitare che diventi disperazione, farlo diventare una fera mansueta che ci segue maestosa e quieta. Anche la poesia, in fondo, è camminare su questo crinale.

*

     

l’anima se ne va confusa
in questo limbo di sopravvissuti
echi di questo o quell’altro mondo
tuonano all’orecchio sbigottito
emergono frammenti di facce
storie mobili e scomposte
assapori la libertà insensata e divina
di posizionarli a modo tuo
le vie si fanno irregolari
nessuno può raggiungerti

mi batto in difesa dell’esattezza
provo a condurti sulla verità dei fatti
adduco prove minuziosi dettagli
riposiziono date e connessioni logiche

tu sembri convinta
tra le distrazioni del bucato e della pioggia
e per qualche istante
il mondo ridiventa uno
ma poi crudelmente ricominci la storia
di questo o quello
incurante di tempi e luoghi
fatti e circostanze
non c’è più modo di ritrovarsi di nuovo

*

che cosa tu poi conserverai di te stesso
è la domanda
pronta a resistere a ogni logica umana
se ci sarà ancora memoria del nome
– il tuo che unì ogni parte di te
i nostri che stavano come ponti sospesi
contro il buio delle guerre e della dimenticanza –
dei luoghi attraversati o immaginati
della giusta sequenza dei tempi
degli accidenti che occorsero
funesti o felici
di tutto il turbinio compagno dei giorni
di fantasie e sogni in tumulto
solo tu sai

qui da noi queste cose contano
e interroghiamo oracoli e dei
talvolta ci visitano in vesti regali
avanzando di notte con carri guerrieri

*

           

Metropolis, Fritz Lang, 1927
Metropolis, Fritz Lang, 1927

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