Intervista a Silvia Rosa sul progetto “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”

Branciforte, "La panchina", 1986, tempera, acquerello e papier collè su cartone telato, Bologna, coll.ne privata

Intervista a Silvia Rosa sul progetto “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, a cura di Paolo Polvani.

    

   

In questo numero di Versante Ripido inauguriamo una nuova rubrica dal titolo “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, curata da Silvia Rosa.
La rubrica è parte di un ampio progetto quindi abbiamo ritenuto interessante farlo illustrare alla curatrice tramite un’intervista che vi proponiamo qui in lettura.

Com’è nato il progetto “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”? Perché hai scelto questo titolo?

Questo progetto nasce da un viaggio intrapreso nel 2014, un soggiorno in Argentina organizzato per presentare il mio libro “Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile 1860-1960” (Ananke Edizioni), durante il quale ho avuto il privilegio di conoscere otto poeti argentini, di età e generazioni differenti, quasi tutti di origine italiana: Jorge Aulicino, Diego Bentivegna, Alicia Genovese, Irene Gruss, Mariano Pérez Carrasco, Sandro Barrella, Diana Bellessi, Leli Busquet. Prima della partenza mi ero messa in contatto con loro via mail, grazie al poeta Antonio Bux, che ci ha presentati, così al mio arrivo a Buenos Aires, nonostante il tempo a disposizione non fosse moltissimo per via dell’impegno con le presentazioni del libro in diverse località del Paese, sono riuscita a incontrarli di persona. Ho parlato a lungo con loro, e tutte le conversazioni sono state filmate da Daniele Curto, che mi accompagnava in questa avventura per documentarla attraverso la videocamera. Il risultato si è rivelato una sorpresa: questi dialoghi, infatti, si sono trasformati in una sorta di intervista a tutto tondo nella quale ogni poeta ha raccontato di sé, delle proprie origini e del rapporto con l’Italia, dell’Argentina di ieri e di oggi, di Buenos Aires, di episodi della propria esistenza, di politica, di poesia e di letteratura, delle autrici e degli autori amati, e di molto altro ancora. Quello che mi interessava era comprendere come le radici italiane, nel caso ci fossero, e la cultura italiana in genere, avessero influenzato la poetica di questi autori, nei contenuti e nello stile. Al rientro in Italia ho pensato che sarebbe stato bello far conoscere queste voci (alcune delle quali annoverate tra le più importanti della poesia argentina) e soprattutto le loro storie, presentarle tentando di conservare la delicatezza e l’irripetibilità del singolo incontro, di rivelare lo spazio intimo e ricco di suggestioni, che è stato quel raccontare e raccontarsi, in ascolto. La scelta del titolo allude proprio a queste due anime del progetto: da un lato il richiamo alle origini migratorie, al viaggio che decenni prima molte famiglie di italiani, incluse quelle di alcuni poeti intervistati, nonché la mia ‒ non a caso il libro “Italiane d’Argentina” è dedicato alla mia prozia Teresa Sardo Perrone ‒, hanno compiuto da una parte all’altra dell’Oceano, e anche al mio viaggio, anzi, ai miei viaggi in Argentina (ospite dei miei cugini Carmen e Rafael, a cui devo moltissimo e che non ringrazierò mai abbastanza), il riferimento all’andata e ritorno che sottolinea il legame ancora fortissimo tra questi due Paesi e le loro genti; dall’altro lato l’importanza dell’incontro, che è il fulcro di questo lavoro, cioè quel trovarsi di fronte a qualcuno nell’intimità di un luogo privato – tutti i poeti mi hanno ricevuta in casa loro e questa dimostrazione di gentilezza, apertura e ospitalità mi ha molto colpita – mentre racconta di sé, della propria storia che si intreccia a quella dell’Argentina e dell’Italia, e svela il percorso esistenziale e poetico che ha compiuto fino a quel momento, insomma per me questo è stato un dono, un’esperienza autentica e di per sé poetica, in cui il linguaggio ha dato vita alla narrazione, uno strumento per attribuire senso agli accadimenti, per metterli in fila e leggerli come una trama di significati che vanno al di là del semplice evento casuale, che restituiscono senso anche all’esperienza migratoria e alla frattura che ha provocato in chi ne è stato protagonista: raccogliere queste storie, conservarle, lavorarle e ritrovarne poi a volte il filo trasparente dipanato nelle poesie degli stessi autori, ecco, questo è stato il fine del mio lavoro.

Il progetto si è concretizzato grazie all’aiuto di Carlo Molinaro, che si è occupato della post produzione di tutto il materiale audiovisivo a disposizione, e poi grazie alla poeta e traduttrice Chiara De Luca, che lo ha accolto e pubblicato sulla sua rivista di poesia internazionale Iris News (http://irisnews.net/). A ciascun poeta ho dedicato una puntata, presentando il nostro incontro con un breve testo in prosa poetica firmato da me, seguito dalla biografia e da alcune poesie alla cui traduzione ho lavorato personalmente (avendo anche la possibilità di collaborare con gli autori stessi, molti dei quali sono a loro volta traduttori dall’italiano allo spagnolo), insieme agli estratti delle interviste video suddivisi per tema.

Sono oggi molto grata a Versante Ripido per l’invito a portare avanti questo lavoro, e per darmi così modo di presentare nuove traduzioni inedite delle poesie degli autori che ho conosciuto, affinché questo incontro continui ad accadere.

     

Ci sono episodi legati a questa esperienza che ricordi in modo particolare?

Ogni incontro è stato a suo modo interessante, indimenticabile, e spesso anche un po’ avventuroso, perché ha comportato ad esempio spostarsi in una metropoli come Buenos Aires, da un quartiere all’altro, per raggiungere i poeti nelle loro case e nei luoghi scelti per il primo appuntamento. Avevo infatti domandato a ognuno di loro di vederci per la prima volta in un posto che considerava significativo: spesso si è trattato di locali di Buenos Aires storici, ad esempio caffè con un passato illustre. Mi ricordo il primo (non) incontro con Jorge Aulicino, perché in quell’occasione mi sono davvero resa conto delle reali dimensioni della città. Avevamo appuntamento in un bar nel quartiere di Almagro, in Avenida Rivadavia, uno dei corsi più importanti ed estesi di Buenos Aires. Io ero convinta di non essere per nulla distante dal caffè dell’appuntamento, infatti mi trovavo ospite di mia cugina proprio vicino all’inizio di Avenida Rivadavia, peccato che per percorrere un corso del genere, che taglia tutta la città, specie in autobus, ci voglia un viaggio che dura ore! Calcolando quindi in modo del tutto errato i tempi, sono arrivata tardi all’appuntamento, e non avendo con me il cellulare non ho potuto nemmeno avvertire Jorge. Giunta a destinazione, Jorge era già andato via e mi sono ritrovata sola al tavolino del bar, e non ho potuto fare altro che andare alla ricerca di un “Locutorio/Internet” nei paraggi, con i telefoni a pagamento, per parlare con lui e scusarmi di averlo lasciato in attesa!

Ricordo bene la visita a Diana Bellessi, perché non è avvenuta a Buenos Aires, ma in un piccolo paesino con una manciata di case e il vuoto intorno, Zavalla, nella provincia di Santa Fe, in piena Pampa. Viaggiavo in quella parte del Paese per presentare il mio libro, così quando Diana mi ha detto di trovarsi lì, nella sua casa natale, in villeggiatura, e non a Buenos Aires, ho colto l’occasione per andare a conoscerla. Accompagnata in auto per la sterminata Pampa dalla mia carissima amica Lidia Piatti, dalla quale ero ospite e che ha organizzato le presentazioni del libro a Pergamino, Santa Fe e San Lorenzo, sono dunque giunta in questo paesino, dall’aspetto quasi surreale. Faceva un caldo insopportabile (era gennaio, piena estate, una delle più calde degli ultimi anni) e io ero agitatissima, perché stavo per conoscere un’importante poeta argentina, così non riuscivo quasi a parlare. Ricordo il tavolo della grande cucina semivuota, noi sedute intorno, e un vero e proprio interrogatorio, cioè Diana all’inizio mi ha tempestata di domande, e solo dopo, molto dopo, ha deciso di rispondere alla mie. Di quel pomeriggio ricordo lo sguardo celeste trasparente di questa donna dai capelli bianchi che zaino in spalla, da ragazza, ha attraversato l’America Latina, da sola, e questo dettaglio della sua biografia mi è rimasto molto impresso.

Tutti gli incontri sono stati unici, e di aneddoti ce ne sarebbero un sacco da raccontare. Sono andata incontro anche a piccole disavventure: ad esempio durante la primissima intervista, che è stata quella a Diego Bentivegna, per un problema di mal funzionamento della videocamera, dopo quasi un’ora di riprese, con santa pazienza abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo perché non si era registrato nulla, ma Diego non si è scomposto, anzi, gentilissimo ci ha detto “va bene, ricominciamo”; oppure la volta dell’incontro con Alice Genovese, che vive in una casa con un patio ricco di vegetazione, in cui ho subito un vero e proprio assalto da parte di alcune fameliche zanzare, per cui a un certo punto dell’intervista ho assunto un’espressione tra il contrito e il sofferente, perché mi sembrava maleducato grattarmi mentre intervistavo Alice e si stava filmando il tutto, ma allo stesso tempo il prurito era diventato insopportabile, così Alice si è interrotta e mi ha chiesto “ma va tutto bene?” e niente, siamo poi scoppiati a ridere quando ho rivelato il motivo, mostrando braccia e gambe divorate dalle punture (che poi, nessun altro nella stanza a parte me era diventato cibo per los mosquitos!).

Ci sono stati tanti momenti emozionanti: soprattutto ricordo il preciso istante in cui ho varcato la porta della casa di ogni poeta, perché è stato come entrare nel suo mondo privato. Spesso per pudore distoglievo lo sguardo dai dettagli che mi circondavano e che alludevano alla quotidianità, alle relazioni, all’aspetto più umano e intimo dei poeti. Posso raccontare che in qualche occasione ci sono stati a ricevermi altri ospiti molto curiosi, per nulla intimoriti e molto intraprendenti: i gatti di casa! Mi ricordo quelli che si aggiravano nel salotto popolato di libri di Irene Gruss (dove ho sorseggiato il primo mate di quel viaggio), che più di una volta mi si sono avvicinati per farsi accarezzare mentre riprendevamo l’intervista, e io ero un po’ combattuta tra il lasciarmi andare alle coccole o il restare impassibile, stile intervistatrice super professionale; ricordo bene anche lo scherzo del gatto di Jorge Aulicino, che durante la nostra conversazione è balzato sul tavolo, ma così dal nulla, all’improvviso, e niente, mi sono spaventata e ho fatto un balzo anch’io!

Di quelle case sono rimasta a osservare, incantata, le librerie ricchissime: ricordo in particolare quella di Mariano Pérez Carrasco, dalla quale non riuscivo a distogliere gli occhi leggendo titoli su titoli ordinati perfettamente, una biblioteca incastonata nel bianco delle pareti come una sorta di visione. C’erano libri e libri e sconfinate biblioteche in ogni casa in cui sono stata, a dire il vero: la cultura di questi autori, unita alla loro gentilezza e disponibilità a raccontare e raccontarsi, hanno trasformato ogni incontro in un’occasione assai stimolante per me, per acquisire nuove conoscenze e imparare tantissimo.

Ricordo poi anche che ogni poeta mi ha presentato una piccola porzione della “sua” Argentina e di Buenos Aires, e che, come dicevo all’inizio, i primi incontri sono avvenuti nei luoghi per ognuno particolarmente significativi: mi è rimasta impressa ad esempio la passeggiata insieme a Leli Busquet, in un quartiere molto interessante, luogo storico dell’emigrazione italiana, Barracas, dal caffè in cui avevamo appuntamento fino alla casa in cui lei viveva da studentessa.

A conclusione di questa intensa avventura, prima del rientro, ho pensato di organizzare una lettura con tutti i poeti (ma solo alcuni sono poi riusciti a essere presenti) e con l’aiuto di Jorge Aulicino abbiamo scelto come luogo dell’evento la Libreria Norte, nel quartiere Recoleta: in quell’occasione ho incontrato Sandro Barrella, che non mi era stato possibile intervistare prima, e di cui ho conosciuto la storia e le poesie durante la lettura. Nel reparto sconfinato destinato ai libri di poesia della Libreria Norte ho scelto, con la supervisione di Sandro che lavora lì, un’antologia dedicata agli ultimi duecento anni della poesia argentina: non so descrivere la sorpresa e l’emozione quando sfogliandone le pagine (più di mille!) ho trovato tra i nomi presentati quelli di alcuni poeti che avevo conosciuto e intervistato. Insomma, ho realizzato forse solo in quel momento, alla fine del mio viaggio, il giorno prima di ritornare in Italia, con quel tomo nelle mani, quale privilegio sia stato davvero conoscere queste autrici e questi autori.

      

Cosa ti ha lasciato questa esperienza a livello personale?

Una sconfinata inguaribile a tratti dolorosa nostalgia di Buenos Aires e dell’Argentina, il desiderio di tornarci ancora e ancora: dopo i primi viaggi che sono stati una sorta di innamoramento, quest’ultima esperienza, con i suoi significativi incontri, ha rappresentato po’ la fase dell’amore maturo, quello per un Paese di cui a lungo ho studiato la storia migratoria, di cui non ignoro le contraddizioni, in cui spesso mi sono sentita a casa, ma che vorrei conoscere meglio fino a sentire di appartenergli.

Poi anche la consapevolezza dell’importanza di confrontarsi sul piano umano e letterario con autori che scrivono in altre lingue e vivono in altri luoghi, lontano dall’Italia, stimolo fondamentale per ampliare il proprio mondo interiore e il proprio universo poetico.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la volontà di continuare a raccogliere storie sull’emigrazione, a lavorare perché si mantenga sempre memoria del nostro passato migratorio, e il desiderio di usare la narrazione come chiave di svolta nella lettura e nell’interpretazione dei vissuti dei migrati, affinché si costruisca una biografia senza confini e senza tempo di tutte le esistenza del passato e del presente segnate da questa frattura.

Credo che i ricordi e le relazioni d’amicizia che questo viaggio e questi incontri mi hanno regalato siano però in assoluto l’eredità più importante, intangibile, che ho portato via con me, insieme alla poesia.

                        

Branciforte, "Punti di vista su un albero", 2014, olio e papier collè su tele e tavola - in apertura "La panchina", 1986, tempera, acquerello e papier collè su cartone telato
Branciforte, “Punti di vista su un albero”, 2014, olio e papier collè su tele e tavola – in apertura “La panchina”, 1986, tempera, acquerello e papier collè su cartone telato

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