Intervista a Christoforos Triandis, a cura di Anna Belozorovitch

Il posto, Ermanno Olmi, 1962

Intervista a Christoforos Triandis, a cura di Anna Belozorovitch.

    

    

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Christoforos Triandis è nato nella regione di Etolia-Acarnania, nella Grecia occidentale. Si è laureato alla facoltà di Teologia dell’Università Aristotele di Salonicco e alla facoltà di Storia e archeologia presso l’Università di Atene. Lavora come docente della pubblica istruzione a Trikala, regione di Tessaglia.
Sue poesie e racconti sono stati pubblicati in numerose riviste letterarie e blog. È del 2017 il suo primo libro di poesia: Ταξίδι στην άκρη των λέξεων [Taxidi stin akri ton lexeon /Viaggio alla fine delle parole], Dianysma, Atene.

In questo stesso numero di VR potete trovare un articolo con una selezione di poesie tradotte da Francesca Zaccone.        

         

Vorrei chiederle di raccontarmi il suo primo contatto con la poesia. Come ne ha scoperto l’esistenza e che percezione aveva del suo ruolo? Infine, quando ha cominciato a scrivere?

Il mio primo contatto con la poesia è avvenuto durante l’infanzia. Il contesto nel quale sono nato, la Natura nel corso delle stagioni, mi diedero immagini che diventarono l’alimento della poesia. Ho scoperto la poesia attraverso canzoni e fiabe tradizionali.
Per fortuna a casa mia non mancavano mai libri e le mie sorelle più grandi leggevano poesia. Da allora non mi sono mai allontanato dalla poesia. Credo che sia necessario leggere molto per poter scrivere, e poi bisogna amare tutto ciò che riempie gli occhi di lacrime.
Negli anni scolastici, ho iniziato a scrivere un diario dove riportavo gli episodi che ogni giorno vivevo a scuola. E continuo a scriverlo ancora oggi. Le mie prime pubblicazioni sono arrivate dopo i trent’anni e si è trattato di saggi storici e filosofici. Nello stesso periodo, ho scritto poesia.
Il primo libro di poesia che ho letto è stata l’opera di Dionysios Solomos.

       

Come è cambiata la sua percezione della scrittura – e della poesia – nel corso della vita?

Sicuramente la mia percezione della scrittura si è modificata. Si tratta di un lavoro quotidiano, ma è un “lavoro dell’anima”. Ci richiede di trovarci al di fuori del mondo, di leggere e pensare, non di agire. Scrivere è un impegno personale. Non salva il mondo. Borges diceva di scrivere per addolcire il passare del tempo. Anch’io lo faccio per lo stesso motivo.

     

Posso chiederle che lavoro fa? È un lavoro scrivere poesia? E infine: come si differenziano le diverse cose che chiama lavoro?

Sono un docente di lettere per la pubblica istruzione. Insegnare fa parte dei lavori “fortunati”, perché gli insegnanti – la maggior parte di loro – amano ciò che fanno. La loro parte umanistica sopraffà quella utilitaristica, guidata dall’interesse monetario. La motivazione sono i ragazzi, non i soldi.
“Scrivere” è un lavoro. Come dissero i romani, Nulle dies sine linea. Secondo W. Benjamin, dobbiamo prendere ogni giorno in mano i nostri strumenti di scrittura.
Nel contesto capitalista, il lavoro è schiavitù. Questo non cambia. Ogni lavoro mirato al profitto è schiavitù e sfruttamento. Il motto nazista ad Auschwitz, “Il lavoro rende liberi”, rende chiarissimo il grado di oppressione e di privazione della libertà che deriva dal lavoro.

     

Questo numero di Versante Ripido è dedicato al lavoro e al suo cambiamento. Ci è sembrato che molti suoi testi affrontassero questo argomento ed è interessante che la poesia possa essere riconosciuta come strumento per trattarlo. Può dirci qualcosa di più in proposito?

Io ritengo che il lavoro è e sarà un argomento importante per la poesia. In un modo o altro, il linguaggio poetico combatte l’ideologia piccolo-borghese e il cinismo della felicità capitalista. Ogni forma di proprietà è contraria alla moralità e alla libertà, dal momento che comporta ingiustizia sociale. Io sottoscrivo totalmente le parole di Baudelaire quando dice che “una persona utile è una persona volgare”.

      

Che cosa può fare la poesia di fronte al cambiamento? È qualcosa a cui tenerci per essere più al sicuro nell’incertezza o è lei stessa strumento di cambiamento?

La poesia è ecumenica, lo è sempre stata. Ogni azione che sopraffà la barbarie, i miracoli e i misteri, è poesia. La poesia non genera il cambiamento ma soddisfa attraverso la creazione. Si colloca dalla parte opposta del profano, nel pronunciare l’essenziale contro la bruttezza e il potere. La poesia crea un contro-mondo, dove la decadenza e la volgarità non hanno luogo.
Le parole, secondo Conrad, possono conquistare la terra, purché abbiano, come disse Nietzsche, passione, attenzione e sangue. La poesia non cambierà il mondo (la poesia non è un catalogo). Come Prometeo di Eschilo, il linguaggio della poesia possiede nemici: gli dei, la violenza, la tortura.

         

Il posto, Ermanno Olmi, 1962
Il posto, Ermanno Olmi, 1962

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