Intervista al “poeta di Calliope” Paolo Zanardi

322 - Bruxelles, agosto 2011

Intervista di P.Polvani al poeta di Calliope: Paolo Zanardi.

     

       
Hai scelto come titolo del tuo libro “Calliope minore”
Ci spieghi il motivo di questa scelta ?

Questo titolo include due concetti. Il primo è quello incarnato, per così dire, da Calliope, la musa a cui i poeti greci dell’antichità chiedevano ispirazione. Chi usa la scrittura come forma espressiva che trascenda il linguaggio codificato e come mezzo di introspezione, sa quanto sia importante quella magia, quell’attimo di illuminazione razionalmente inspiegabile. Penso che una poesia scaturisca dalla combinazione di vari fattori, ma ritengo vitale l’accendersi di una scintilla creativa che inneschi un processo lungo il quale prenda forma il componimento. Calliope, tuttavia, deve essere chiamata, risvegliata. Credo che occorra una costanza di “allenamento”, un lavoro quasi artigianale di limatura, cesello, sottrazione, che a opera ultimata lasci un’essenza, un distillato di parole. Pablo Picasso diceva una cosa che trovo assai azzeccata: “L’ispirazione esiste, ma quando arriva è necessario che ci trovi al lavoro!”. Perchè proprio Calliope, la musa della poesia epica? Semplicemente per il fatto che le passioni dell’uomo, in termini di potenza, non sono mutate nel corso dei secoli. Sono cambiati, in parte, gli ambiti in cui esse si manifestano e le modalità secondo cui vengono espresse. E qui si tocca il secondo concetto, quello rappresentato dall’aggettivo “minore”. Per spiegarlo prendo in prestito due passaggi della presentazione che hai scritto per il libro: “All’origine c’è la stessa scelta di San Francesco che chiamò minori i suoi frati per un eccesso di umiltà? Probabilmente sì”. E anche: ”passioni forti, se ci sono, sono dette con voce piana, a volte sussurrate”.

     

Viaggiare lungo un filo di cotone
bianco come l’estate

è uno dei tuoi versi. Diverse tue poesie sono riconducibili al tema del viaggio. Che significato ha per te il viaggio dal punto di vista poetico e dal punto di vista umano?

Il viaggio, soprattutto come metafora, è da sempre presente nella poesia e nella letteratura in genere. L’essere umano è per natura un curioso e insaziabile ricercatore. Sarebbe inutile citare esempi illustri rispetto ai quali la “mia” Calliope è inevitabilmente minore. Credo che ognuno, a seconda della propria personalità, abbia specifiche e differenti modalità di esplorazione. In questo senso, il viaggio è per me un mezzo importante: rappresenta il distacco, forse a volte anche – ma non necessariamente – la fuga da una realtà conosciuta e apparentemente non più o non abbastanza in grado di soddisfare lo spirito di ricerca. Vorrei però sottolineare che la cosa fondamentale per me non è tanto l’entità dello spostamento fisico rispetto al luogo in cui normalmente vivo, quanto l’entrare in contatto con ciò che mi è ignoto e l’impregnarmi di esso. In particolare sono interessato a conoscere l’essere umano e come egli vive nei luoghi che non sono quelli che solitamente frequento, la sua quotidianità differente dalla mia. Mi sento arricchito dal divenire parte almeno temporaneamente di quella affascinante quotidianità. Amo il viaggio inteso come pellegrinaggio (anche interiore), non tanto come turismo. Faccio un esempio per rendere più comprensibile ciò che intendo dire: mi interesserebbe poter parlare con i pescatori delle Maldive, mangiare insieme a loro i cibi che insieme a loro cucinerei, conoscerne i rituali sacri e laici. Sarei assai meno interessato, salvo che per ragioni di puro svago, a stendermi sulle splendide spiagge di quelle isole. Succede poi che quando mi trovo in un luogo altro, magari solo, quella diventa l’occasione per entrare più in contatto con me stesso, per guardarmi dentro, per vedere con maggiore distacco ed obiettività la mia consueta e abitudinaria vita quotidiana. E magari per scoprirne la poesia nascosta. Non nego che vi siano anche luoghi dai nomi che, per ragioni legate a letture, amicizie, vicende personali, ideali, ecc. facciano presa sulla mia immaginazione e su una certa mia parte romantica; un aspetto di cui parlo con un certo pudore ma che non posso negare. Ma questo forse è un altro discorso.

     

Geografie domestiche è il titolo di un’altra tua poesia. Che importanza annetti all’esplorazione delle tue geografie domestiche?

A questo argomento ho accennato nella risposta alla domanda precedente: non c’è reale differenza in termini di possibilità di ricerca, se si è animati dal giusto spirito di osservazione, tra un viaggio transoceanico e quello realizzabile grazie a una consapevole e profonda attenzione rivolta ai pochi metri quadrati del nostro appartamento. La luce che entra da una certa finestra ad una certa ora e produce quel particolare riflesso sul piano del tavolo, il quadro leggermente storto, la ragnatela nell’angolo dietro il divano che vibra per uno spiffero d’aria… Tutto può essere materia di osservazione e di scoperta. Tutto possiede una propria bellezza, umile e timida, una bellezza – per così dire – “minore”. Tutto racchiude poesia. Sta al poeta riuscire a divenire il mezzo grazie al quale essa si possa manifestare. Altro discorso riguarda ciò che l’ambiente domestico rappresenta in quanto geografia conosciuta, priva di insidie nascoste. Nel momento in cui si avverte la necessità di aggrapparsi a qualcosa di stabile, l’ambiente immediatamente circostante diviene un appiglio sicuro. I gesti più consueti e quotidiani diventano un ormeggio affidabile e anche un semplice atto, come può essere quello di lavare i piatti, garantisce la certezza di non andare alla deriva. Questa è una cosa che trovo decisamente confortante, rassicurante.

     

Se anche tu adesso fossi qui
E compartissimo la musica
E io ti stringessi nel ballo
Che non ho mai imparato
E tu mi sfuggissi e poi tornassi
In quel passo che mai
Mi insegnasti

E’ una delle tue più belle poesie, un ritmo di passi di danza e di vita che si inseguono. Com’è nata questa poesia?

Quella che citi è l’unica poesia inclusa in “Calliope minore” che, dopo essere nata di getto, è rimasta tale quale. Il tema mi sembra evidente, non sarà quindi necessario spiegarlo. Aggiungo però che è scaturita, letteralmente esplosa, durante l’ascolto di alcuni musicisti di strada (la musica è uno dei mezzi più potenti e più frequentemente utilizzati da Calliope per mettersi in contatto con me). E’ nata da un rimpianto, dalla sofferenza dovuta non tanto alla fine di una certa vicenda quanto al non essere potuto arrivare all’epilogo della vicenda stessa, positivo o negativo che potesse essere. Tu hai scritto di questi versi che vi echeggiano il ritmo e la malinconia del tango argentino; in effetti è ben presente l’influenza di una commistione di culture e provenienze, l’incontro di mondi differenti; questo si riallaccia al discorso che facevamo prima rispetto al viaggio. Come dicevo, in questo componimento non è presente l'”artigianato” di cui ho parlato in precedenza, non c’è stata revisione; quindi, l’analisi che sto facendo adesso con te è frutto di riflessioni posteriori che non hanno avuto alcuna influenza razionale sulla scrittura. E’ una poesia che ha le radici in un forte senso di incompiutezza e di impotenza. Forse anche la poesia stessa è incompiuta, non terminata. Anzi, direi che non potrebbe essere altrimenti.

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In questo numero di VR potete trovare anche “sette poesie da Calliope minore di Paolo Zanardi.

 

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Foto di testata: 322 – Bruxelles, agosto 2011 di Paolo Zanardi

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