Intervista e poesie del primo classificato al concorso “nuovi luoghi”: Fabrizio Bregoli

Giuseppina Brintazzoli,"Fantasmi"

Intervista e poesie del primo classificato al concorso “nuovi luoghi della contemporaneità”: Fabrizio Bregoli, a cura di Paolo Polvani.

   

   

Ai primi tre classificati del concorso “nuovi luoghi della contemporaneità” dedichiamo uno spazio personale in cui rispondere ad alcune domande per i nostri lettori e in cui proporci alcune loro poesie. Iniziamo con il vincitore: Fabrizio Bregoli.

    

Come si è sviluppato il tuo percorso poetico?

Il mio percorso poetico è nato all’insegna della casualità e dell’imprevisto. Dopo le prime esperienze adolescenziali di confronto con la parola poetica, testimonianze tutte rigorosamente soppresse e cestinate, e dopo molti anni di silenzio, è emersa la necessità di tornare ad esprimermi con la poesia solo quattro anni fa. In realtà non ho mai abbandonato la passione per la poesia, ne ho sempre letta, ma vedevo il mio rapporto con essa esclusivamente nella veste di lettore, non certo di attore che s’azzarda al cimento nell’agone. Negli ultimi anni è stato un crescendo impellente, un’urgenza di comunicazione poetica che mi ha portato a confrontarmi con gli altri autori, ad approfondire la contemporaneità e l’attualità del linguaggio poetico, alle prime pubblicazioni, alle letture poetiche in pubblico, alla partecipazione a premi letterari ottenendo risultati che ritenevo impensabili, tutti sproni che mi hanno spinto a continuare questa ricerca, a cercare il miglioramento di sé e la possibilità di convogliare messaggi a cui sia attribuibile la qualifica di poesia, con l’ipotesi di un lettore (spero più reale che presunto tale) che li possa raccogliere.

    

Su quali temi è soprattutto incentrata la tua poesia?

La mia poesia si permea attorno al motivo conduttore dell’uomo che va recuperato a se stesso, un uomo sempre più costretto dalle logiche consumistiche della società moderna a rinunciare alla sua ragione (e regione) più profonda, a snaturare ciò che è più profondamente umano e vero. Questo fulcro tematico impone il recupero del valore della parola che va restituita al suo nucleo fondante e catartico, ripulita dall’abbrutimento della quotidianità per restituirla alla sua potenzialità edificante ed evocativa, sostanziale. Nei miei ultimi lavori propendo quindi per la composizione in metrica privilegiando l’endecasillabo con alcune infrazioni volontarie, rime ma disordinate o insolite, commistione di un linguaggio più tradizionalmente poetico a gergo tecnico o prosastico per effetto di contrasto, nell’intento di dare rappresentazione concreta di questa inquietudine che è quel movimento magmatico e sotterraneo che permea i miei versi (o per lo meno che ambiscono ad essere tali). L’ironia è uno degli ingredienti sempre necessari, una necessità per resistere all’urto della quotidianità.

   

Ci sono motivi particolari per cui hai scritto poesie sui non luoghi?

Credo che la poesia sia necessariamente espressione di quel non luogo d’elezione che è il mondo della verità a cui ciascuno di noi autori cerca di attingere. Ogni luogo, anche se espressamente e toponomasticamente connotato, viene nella poesia dematerializzato per esprimere un senso che trascende la sua radice concreta di fattualità.
Ho scelto di presentare al premio la poesia “Corridoi” perché credo che bene incarni questo principio; la poesia nasce come occasione contingente da un pomeriggio di acquisti in un ipermercato semi-deserto che diventa simbolo trasfigurato di quella ineluttabilità consumistica che trasforma tutto, compresa la vita degli altri esseri viventi, in materia di scambio, in un recinto di incomunicabilità fra l’uomo e il confine che delimita la sua esistenza.

   

Ci sono autori contemporanei ai quali ti senti legato?

La poesia è un processo che vede tutti gli autori dei semplici attori che possono dare un loro contributo, sostenerne il percorso. Ciò che realmente conta è però la poesia in sé. Per questo fare dei nomi ed ometterne altri è sempre sgradevole, oltre ad essere pericoloso o sbrigativo. Tuttavia, accettando la sfida: molti sono gli autori contemporanei a cui sono legato; preferisco confrontarmi con gli italiani per la possibilità di comprendere appieno il nesso significante-significato, espressione formale – nucleo contenutistico. In particolare fin dall’adolescenza ho una passione viscerale per Pavese, più recentemente mi sono accostato a Sereni, Fortini, Pusterla, Magrelli, Giudici, Caproni, tutti nomi che considero già classici pur nella loro relativa vicinanza temporale. Oltre a loro, apprezzo molto Daniela Raimondi, Ivan Fedeli, Fabio Franzin, Rodolfo Vettorello, Bruno Piccinini (alcuni di questi so anche essere fattivi e preziosi contributori della vostra rivista che leggo ad ogni numero con grande entusiasmo e curiosità – e vi assicuro di essere immune alla lusinga della captatio benevolentiae).

*

 

 

UN ALTRO MATTINO

Si raccoglie nel nido delle mani
si difende dall’impudenza di passi
dall’ovvietà di tragitti, dall’uggiolio
di freni che addentano rotaie.

Visi affondano occhi nei giornali
s’assolvono nello scudo delle spalle
respirano per abitudine, per rassegnazione.
Sono le nuove tavole della legge
irreprensibili, scolpite sul monte
dei pegni, dei facili pentimenti,
delle conversioni estorte sulle ceneri
d’un rovo combusto, morente.
E nessun altrove
mai.

Sono fuscelli impastati di fango
inermi fili di paglia le dita.
Così si stinge un altro mattino
implume alle rapacità del giorno,
balbettio su opacità di labbra.

***

MAZINGA E L’UOMO RAGNO
(D’un carnevale antico, e nuovo)

Passare la domenica allo specchio,
estrarre la sequenza delle rughe
per farne perno, fingersi più vecchio,
rimpiangere il passato fra le fughe
delle piastrelle sorde ad ogni passo.
Così si sfoglia l’album di famiglia
convinti che ci possa dar la sveglia
con rapidi rintocchi di memoria,
rivedi poi la maschera di Zorro,
lo scudo di Mazinga, l’uomo ragno
gettare la sua tela in bianco e nero
sul volto imbalsamato di chi resta
e in controluce sai, si fa straniero.

E’ vita trattenuta sulle labbra,
riavvolta sulla spola il lunedì
nella promessa nuova del mattino,
resistere alle code in tangenziale,
fuggire il cannocchiale del vicino,
indovinare il titolo al giornale
espedienti tutti, e ali di fortuna,
sopravvivenza spiccia, da manuale.
Il cellulare piatto sotto petto,
la giacca abbottonata, la cravatta
fanno scordar l’azzurro del costume,
la chiazza di colore, dozzinale.
E’ tempo d’oggi, d’attizzare il lume
del quotidiano giogo al carnevale.

***

STORIE DI PIANURA

Restano i nomi, pronunciati per abitudine
distrattamente, obliqui serbano gli echi dei luoghi,
i riverberi – tre cantoni, feniletto di sotto,
il mulino del conte, la vecchia filanda, la seriola –
o neppure restano per i cascinali rossi
diroccati, nell’alternarsi di muschio e gramigna.
Qualche racconto tramandano i vecchi
sottovoce; se verità o mito
più nessuno sa dirlo:
Zaira verde bendata, passo di riccio,
la più abile a domare le mosche con le mani
o Pietro, pelle tabacco arsa dal sole,
smorfie di sorriso come carezze di vanga
o Diletta immobile nella sua sedia di giunco
o Demetra la bigotta, Nando il pazzo, Vittorio
e lei – per chi sa – nata quella notte, vissuta
nello spazio fra i primi vagiti e il silenzio,
battesimo consumato su occhi di madre, soltanto.
Sono le ferite della terra, appena più profonde
nel reticolo fessurale, nel duro delle zolle.
Le diresti durare, per un’ora più lunga di sole,
le leviga poi un breve scroscio di pioggia.
Sono le storie catturate nei cerchi dei tigli
che le annodano ai tronchi, in riva ai fossi
per preservarle forse…
e mentre sfiorata dal plettro del tempo
più alta ne avvampa la voce
non ho che labbra di sabbia
mani di paglia.

                     

Giuseppina Brintazzoli, "Dimenticata" - in apertura "Fantasmi"
Giuseppina Brintazzoli, “Dimenticata” – in apertura “Fantasmi”

 

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