Intervista e poesie del secondo classificato al concorso poetico “COMUNItariSMO”: Fabrizio Bregoli

Intervista e poesie del secondo classificato al concorso poetico “COMUNItariSMO – pensare è oltrepassare”: Fabrizio Bregoli, a cura di Paolo Polvani.

   

   

Ai primi tre classificati del concorso “COMUNItariSMO – pensare è oltrepassare” dedichiamo uno spazio personale in cui rispondere ad alcune domande per i nostri lettori e in cui proporci alcune loro poesie. Il secondo classificato è Fabrizio Bregoli.

Fabrizio Bregoli, nato nella bassa bresciana, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora a Milano nel settore delle telecomunicazioni.
Ha pubblicato alcuni percorsi poetici fra cui la plaquette “Grandi Poeti” (Pulcinoelefante, 2012) e “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015 – Finalista al Premio Caproni). Il suo ultimo lavoro è “Il senso della neve” (Puntoacapo, 2016) con prefazione di Ivan Fedeli e postfazione di Tomaso Kemeny (Finalista al Gozzano e al Merini)
Suoi lavori sono stati pubblicati in antologie di Lieto Colle, della Fondazione Mario Luzi e sulle riviste Euterpe, Alla Bottega, Pickwick e Versante Ripido. Partecipa a letture poetiche, dibattiti culturali e blog di poesia.
Ha conseguito numerosi riconoscimenti in premi di poesia, fra i quali merita ricordare i Primi Premi al Letteratura d’Amore, al Marietta Baderna, all’Eridanos, al Lino Molinario, al Daniela Cairoli, al Giovanni Descalzo, al Piemonte Letteratura, al Terre di Liguria, al Centro Giovani e Poesia di Triuggio, il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme, la segnalazione al Guido Gozzano.

    

Com’è nata la poesia Croci bianche?

La poesia “Croci Bianche” nasce come ricordo di un viaggio, l’unico, che ho effettuato a Berlino nel 2009. Berlino, già nel mio immaginario città simbolo per come mi era apparsa nei film di Wim Wenders e nel romanzo testimonianza di Christiane F., ha confermato dal vivo la mia idea di una città che meglio di qualunque altra da me visitata è simbolo del nostro tempo, nel suo crogiolo di culture e di contraddizioni. La poesia è dunque la trasposizione di una breve scena di vita vissuta proprio nei paraggi del sito che ricorda coloro che, nel disperato tentativo di fuggire da un regime insopportabile, persero la propria vita nel tentativo di attraversare a nuoto la Sprea, che segnava la linea di confine fra i due settori della città. La poesia vuole proprio mettere in scena, in una sorta di drammatizzazione poetica che mescola anche elementi di immaginario, la convivenza, al limite del paradossale, fra l’esigenza della memoria storica e il presente con il suo frenetico ritmo, che tende a fagocitarla nella sua macchina onnivora.

     

E’ molto bella l’immagine della Sprea come un gattino azzurro che – riposa come un catino smaltato -. Quanto è importante la resa estetica perché i versi si facciano strada nella sensibilità del lettore?

Le immagini visive hanno l’indiscussa capacità di fissarsi indelebilmente, se efficaci, nella mente del lettore e di creare un contesto emotivo che è lo scenario in cui può muoversi il pensiero. Mi fa dunque piacere che l’immagine da te citata abbia fatto breccia e si sia impressa attraverso la lettura. Nel caso specifico della poesia l’immagine non è solo un capriccio estetico, che pure non mi senso di stigmatizzare in senso lato, ma una figura plastica attraverso la quale ho voluto rappresentare uno stato di attesa, di raccoglimento interiore che si contrappone con le successive scene di quotidianità quasi banale e di adeguamento al consumismo vigente, da cui nemmeno la memoria ormai riesce a trovare scampo. Il gatto è poi da sempre, nella simbologia, fin dai tempi degli antichi Egizi, immagine di passaggio tra la vita e la morte, divinità protettrice della fertilità e della terra, quindi quanto mai pertinente in questo specifico contesto. Si contrappone idealmente con la successiva immagine della torpedine (ricordate “l’immondo pesce” di Montale?) che invece è simbolo di una modernità straniante che seduce sottilmente, cerca di stravolgere la memoria.

     

Può la poesia contribuire al risveglio delle coscienze e costituire un argine contro la crudeltà e la stupidità umane?

Ho sempre creduto che la poesia non possa essere altro che tentativo di trasformazione della società mediante la capacità evocatrice, creatrice e palingenetica della parola. Nel solco della dualità, che fin dalla sue origini ha visto la poesia vivere sul discrimine fra poesia lirica o dell’io (Alceo, Saffo) e poesia epica o sociale (Omero in primis), mi sono sempre più sentito schierato a favore della seconda e ho dunque cercato di rifuggire dalla poesia puramente intimistica od esistenziale, che vedo spesso incapace di estraniarsi dall’autocompiacimento consolatorio, e quindi poesia del particolare e non dell’universale. Credo che non esista poesia che non si debba prefiggere il compito di rappresentare la modernità, con l’intento di svelarne il nervo scoperto e promuovere il cambiamento interiore e quindi collettivo, ossia credo che non esista vera poesia che non possa definirsi, nel senso nobile ed autentico del termine, politica. Solo in questa modalità il messaggio del poeta diventa patrimonio comune dell’altro e può ambire ad essere universale.

    

Di croci bianche è disseminato il Mediterraneo, in una strage che sembra non debba finire mai. Cosa dovrebbero fare le nazioni per rimediare, per arginare, per recuperare un minimo di decenza umana?

Il problema dei nuovi flussi migratori che hanno ormai assunto la proporzione di autentici esodi è una delle maggiori criticità che la nostra moderna società si troverà a dover affrontare nei decenni a venire. Popoli per millenni confinati in un ruolo di subordine, se non di sfruttamento, si trovano oggi a chiedere di poter condividere quel benessere che la società occidentale ha costruito, anche a loro discapito. Non esiste – credo – una soluzione semplice al problema, né tantomeno è possibile procedere per prese nette di posizione di per sé acritiche ed inefficaci. Le nazioni dovrebbero cercare di contribuire alla trasformazione ed al miglioramento delle condizioni di vita nei paesi maggiormente piagati dalla povertà e dal totale discredito nei confronti dei valori della libertà e della uguaglianza, in modo tale da rendere ogni nazione vivibile e consentire dunque ai popoli di mantenere saldo il contatto con le proprie radici, che siano dunque materne e non matrigne. In questo lungo processo non si può per ora far altro che dimostrare accoglienza, contribuire alla tutela della vita umana di chi legittimamente cerca un futuro migliore, o forse solo sopportabile e non esecrabile. Ma qualcuno crede che sia bene che di questo non si curi la poesia… ed è bene che non lo si ascolti.

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CROCI BIANCHE

Sette croci bianche.
Fondale lucido, d’ardesia.
Qualcuno vi legge i nomi, le date.
Nessuno ne conosce volti, storie.
Soltanto le acque della Sprea.
Erano studenti, ragazzi, madri
ed in fuga verso nessun destino.
Qui, simbolo di libertà.

Oggi la Sprea è un gattino azzurro
riposa come un catino smaltato.
La cupola di vetro arde, scintilla
è una scaglia lucente di torpedine
sullo svernante banco di turisti.
Qualcuno suda, si gratta, sbadiglia.
Poco più oltre si vendono brandelli
di muro colorati, orsi dipinti
belle mostrine decorate DDR.
Vicino alle croci solo un curioso
sfoglia una guida, legge poche righe.
Poi spegne un mozzicone e zitto passa.
S’infuria un cellulare, sveglia un cane.
Qualcuno ride, sbotta, sputa birra.

Libertà, anche questa.

***

UGUALI ASSENSI

Crescevi sulle ceneri del secolo
nello straziarsi d’ali d’un crepuscolo
che errore dopo errore vi periva,
quel solo frastagliarsi della luce
in rari attimi esatti, il franto lascito
di quel nulla che solo si fa storia,
come quegli occhi trasognati e abnormi
dei manga giapponesi, le domeniche
di navi spaziali sui primi atàri,
l’arco di pura trasparenza ed aria
di Nadia Comănéci, il suo volteggio
a compiere la curva d’ogni spazio.
Come se nello slancio di quell’asta
ambisse a levità tutto l’azzurro,
scintilla che ne scava il cuore, sempre
Sergej Bubka a fenderlo, oltre ogni cielo.
Fiabe dirai, confetti ormai stantii.
Ma cosa narrerai di questo tempo?
Epiche d’isole e grandi fratelli
pigolii d’insonni tamagotchi
o i padri licenziati dalle fabbriche?
Tablet e assottigliarsi di telefoni
o la quieta abitudine alle stragi
quel loro appiccicarsi sullo schermo?
Temo narrerai solo dell’affronto
d’una primavera che ancora irrompe,
scuote trame d’identica caligine
e elemosina un’alba che dia sera,
d’una ferita che solo rimargina
se sa pronta ad aprirsi quella nuova.

***

L’ULTIMO DEI MOHICANI

Ogni utopia si sa si deve attendere
         Lo gnocco lo si scola appena aggalla
E la nomenklatura è dura a vincere
         Salsicce sei per fila un po’ di spalla
Si sprecano i sorrisi sugli schermi
         Attento e gira prima che biscotti
Mulinano tra chiocciole di fumo
         Si mantecano a freddo gli agnolotti
Quei trapezisti soliti, da saldo
         Lambrusco e piada al cotto, e fanno otto euro
Il flusso valutario a pronto termine
         Tu liretta fuori corso un allosauro
Si vende allo scoperto salvo credito
         Farcisci ancora pane a salamelle
Lo spread il crack lo yen orsi e artiodattili
         Tace l’orchestra piove a scuoiapelle

E pensare che ancora sei capace
d’una lacrima se alla radio fischia
La Locomotiva e le guance vizze
come il libretto rosso ti s’imporporano
se senti d’una fabbrica che chiude,
a un abuso occhi di bragia t’infervorano
in quel tutto nostrano tuo sapere
ragionar di storia, quel tuo perfetto
– ostia o anatema – spirito di sintesi
e pigoli: «Se per dispetto avesse
in quel ’94 vinto Occhetto…»

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