Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli, recensione di Carla Villagrossi

Johannes Franciscus Hoppenbrouwers, Paesaggio invernale, 1854

Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli, OXP Ed., 2015, recensione di Carla Villagrossi: le radici nel futuro.

    

    

Una panoramica dell’umanità guardata con disincanto critico. Idolo Hoxhvogli, giovane scrittore di origine albanese, dedica il libro Introduzione al mondo (Orientexpress Edizioni), a coloro le cui radici sono nel futuro.
L’autore ci suggerisce di non riflettere unicamente sul tempo trascorso, ma di fare rotta verso ciò che saremo nel futuro. Emil Cioran, segnalato dallo stesso Hoxhvogli, chiamò caduta nel tempo la modalità del pensiero proiettato in avanti, verso il rapporto prioritario dell’uomo con il mondo. Chi accumula passato, secondo il filosofo e saggista rumeno, non elude la magia del possibile divenire, a patto che riesca a scorgere un passato a venire. L’ipotesi è quella di uno sconvolgimento cronologico che altera ciò che fu, è e sarà, perché questi sono i modi equivoci del tempo.
“Le radici dell’albero della vita” sono, per noi tutti, collocate nel passato per garantire la crescita della pianta, uomo – anima – corpo, nel presente e la raccolta dei frutti nel futuro.
Se volessimo immaginare una dissimmetria che prevede le radici nel futuro potremmo far riferimento a una pianta che prende forma mediante una sua matrice genetica che prevede lo sviluppo senza terreno: una crescita solo in altezza, e non in profondità, come succede ad alcuni esemplari tropicali le cui radici assorbono acqua e ossigeno dall’ambiente circostante e non dal suolo.
Le modalità audaci dell’autore, mettono alle corde una società che interpreta le radici come antenne. Entriamo con lui nel “roboante mondo dell’allegria” trascinati in un confuso fragore. Assaporiamo la vacuità della vita somministrata dal Ministero dell’Intrattenimento, ovvero la condanna dei diffusori di allegria. I costrutti multidimensionali a cui l’essere umano si attiene strutturano la società contemporanea, la civiltà della conversazione oziosa, spregiudicata, amorale, che procura al personaggio Leo una malattia che si chiama eccesso d’anima. Per tale disturbo si può utilizzare un farmaco utile a fermare i sintomi così da permettere al paziente di non sentire più nulla. Il nulla. Si interroga sul nulla, il nostro, incontra venditori di nulla che si interpongono alle sue riflessioni sulla non esistenza.
La società, vuoto assurdo, commercializza il nulla anche nella letteratura, sforna romanzi di successo che non devono essere riletti o approfonditi, perché subito tutto appare evidente.
Idolo Hoxhvogli ci sconsiglia di leggere un libro che non ha bisogno di essere ri-letto e, paradossalmente, ci invita a passare subito alla ri-lettura, prima di affrontare la lettura. Se in questa fase di approfondimento il romanzo non risulta interessante, non si perda tempo a leggerlo. Nel rivedere e riconsiderare si scoprono idee, pensieri e il libro si rigenera, rivive. Un percorso inverso rispetto alla logica comune, che riporta alla mente l’immagine della pianta tropicale che ha le radici all’aria. Essa non ha bisogno della terra.
Approfondire guardando in alto, eppure rendere profondo, farsi profondo. Oppure andare a fondo? E per di più senza sapere se il fondo sia in alto o in basso.
Il puzzle che si compone attraverso la ricerca della verità, svela una coscienza inerme, il mondo si dissolve nella sua stessa stupidità?
Siamo vittime e complici, perduta gente.
Stranieri ai nostri stessi occhi, disconosciuti nel silenzio assordante dell’indifferenza, estranei, forestieri, impossibilitati alla responsabilità.
Sollecita una domanda il nostro autore, meglio restare nella propria rassicurante dimora-prigione, o vivere i pericoli della libertà e del disincanto? Un mondo della menzogna serpeggia nella città degli altoparlanti che con le loro allegrie sembrano ritagliarsi il loro ruolo di mito incantatore che difende l’uomo dalla realtà per consegnarlo all’inganno, alla potenza della menzogna.
Quale coraggio intellettuale può sconfiggere l’ignoranza?
Il mondo dell’allegria è luminoso come il paradiso delle utopie. Cultura e barbarie si mescolano nella civiltà, si confondono; questo potrebbe sopprimere i problemi piuttosto che risolverli. L’inciviltà regna sovrana se manca l’interiorità: la coscienza è debellata.
All’interno del capitolo Civiltà della conversazione, Idolo Hoxhvogli scrive:

“Mi servono gli occhiali da vista di marca Coscienza. Permettono una visione impareggiabile delle cose” “Mi spiace, il Coscienza è fuori produzione dallo scoppio della crisi economica. Se vuole vedere bene, prenda un Corruzione tartarugato, o un Cosca, rendono il massimo nelle situazioni poco chiare e di scarsa visibilità. Inoltre se ha un bimbo miope, può farlo iniziare col classico Traffichino”.

Emil Cioran, mio accompagnatore nel viaggio tra le pagine di Introduzione al mondo, suggerisce, nel saggio sulla caduta nel tempo[1], il seguente parallelismo: “Si vive soltanto per difetto di sapere. Non appena si sa, non si è più in armonia con niente. Finché siamo nell’ignoranza, le apparenze prosperano e serbano un’ombra di inviolabilità che ci permette di amarle e di odiarle, di avere a che fare con esse”.
La saggezza è dunque una disgrazia che sancisce una condizione alienata, fuori dal tempo, quindi fuori dalla storia, quindi fuori dal mondo.
“Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità” leggiamo già alle prime righe del citato saggio di Cioran. E subito sappiamo di trovarci di fronte a qualcuno che non si identifica con l’uomo, né con la specie, né con una causa qualsivoglia, e neppure con se stesso.

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[1]   La caduta nel tempo, prima edizione 1964

Copertina Introduzione al mondo
in apertura Johannes Franciscus Hoppenbrouwers, “Paesaggio invernale”, 1854, Metropolitan Museum New York

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