Io e il poetry slam, di Clara Vajthò

Dismaland, Figure di porcellana tatuata di Jessica Harrison

Io e il poetry slam, di Clara Vajthò.

    

   

Nel 2009, un po’ titubante, ho cominciato a partecipare ai poetry slam, con un’esperienza di contatto col pubblico fatta, fino ad allora, solo di reading, letture e presentazioni di libri. È stata una bella scoperta, perché l’esperienza del poetry slam è molto diversa da quelle citate sopra: diverso è il pubblico e il tipo di rapporto che si instaura con lui, che in questa situazione è partecipante attivo e non solo fruitore passivo, diverso quindi è il tipo di ascolto, che dev’essere attento e giudicante, diverso è pure il contesto, dove la competizione con altri poeti rende le proposte poetiche uno spettacolo coinvolgente e, non di rado, divertente. L’alternanza delle voci poetiche, la gara, le votazioni con la partecipazione del pubblico fanno le serate di poetry slam vivaci e leggere, anche se ha grande importanza la capacità di conduzione dell’Emcee (Master of Cerimony), che spesso fa la differenza tra un poetry slam riuscito e uno meno.
Quello che mi piace di questo modo di proporre la poesia è che non travolge e intontisce il pubblico con quintali di versi e di parole, come spesso fanno i reading, soprattutto quelli con molti partecipanti, dove la gente non di rado sbadiglia e si addormenta. Inoltre permette ai poeti di conoscere e misurarsi con “colleghi” di tutti i tipi, e questa varietà e confronto delle voci proposte è una strategia leggera di diffusione e avvicinamento alla poesia. Interessante è anche vedere come uno stesso testo può essere accolto in modo diverso a seconda del pubblico e del tono della serata e quindi alle volte si vince e alle volte si perde, cosa che fa bene, perché ridimensiona il narcisismo del poeta; e anche avere dei tempi precisi da rispettare è un buon allenamento per il contenimento dell’ego.
Certo non tutti i testi vanno bene per una gara poetica, e così capita che spesso i poeti ripropongano nei vari poetry slam i loro testi “vincenti”, e questo può portare i poeti a preoccuparsi più della gara che della varietà delle loro proposte, anche se, quando cambiano i luoghi e il pubblico, i testi vecchi possono risultare nuovi. Poi alle volte succede che si creino fazioni e tensioni nel mondo del poetry slam, e ci sono molte più rivendicazioni di paternità qui che nelle paternità di sangue. Bisognerà che gli scienziati mettano a punto un test del DNA che risalga senza possibilità di dubbio a chi ha inventato il poetry slam, a chi lo ha portato in Italia e a chi per primo ha usato questa formula qui o quella formula là.
Il pubblico del poetry slam di solito è un pubblico simpatico, variegato: a volte misto, a volte maturo, altre volte prevalentemente giovane, anche a seconda dei luoghi e degli orari in cui si svolge; io preferisco il pubblico misto/giovane, è più partecipe, più aperto e più coinvolto, mentre il pubblico adulto/maturo ha un po’ di rigidità e diffidenza, sia pure con le dovute eccezioni. E poi che dire, per quanto mi riguarda io nei poetry slam mi diverto di più, i reading quasi sempre mi annoiano, quasi subito non ne posso più di sentire me stessa e gli altri, preferisco in alternativa la poesia proposta in altre forme di spettacolo, magari abbinata alla musica. Ma questa è un’altra storia.

                          

Dismaland, Figure di porcellana tatuata di Jessica Harrison
Dismaland, Figure di porcellana tatuata di Jessica Harrison

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