La celebrazione della lingua come luogo della gioia: Rimolo e Del Vecchio, di P. Polvani

Due giorni, una notte, Luc e Jean- Pierre Dardenne, 2014

La celebrazione della lingua come luogo della gioia: Temeraria gioia di Eleonora Rimolo e Arimanere di Maria Del Vecchio, di Paolo Polvani.

     

     

Mi hanno incuriosito due libri molto diversi tra loro ma che hanno qualcosa in comune, anzi più di qualcosa:  provengono entrambi da autrici, donne o meglio ragazze giovani, con anni di nascita invidiabilissimi, una del ’91 l’altra del ’88, entrambe meridionali, entrambe al primo libro, entrambe laureate in lettere classiche, entrambe accolte con favore da diversi critici; oltre queste notevoli assonanze, da registrare anche una curiosa rima tra le città di provenienza: Nocera e Lucera; entrambe hanno scelto un percorso poco frequentato in questi ultimi tempi: inscrivere i loro versi dentro un’atmosfera di certo non inflazionata, anzi probabilmente trascurata, che invece per un poeta dovrebbe rappresentare un rapporto di vicinanza se non di stretta parentela: la gioia.

Sebbene non mi piaccia mai ricorrere a citazioni e a versi altrui, mi concederò  diverse eccezioni,  per cominciare una poesia della Szymborska, Disattenzione, dove dice: ieri mi sono comportata male nel cosmo. / Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/ senza stupirmi di niente- e conclude invitando a – una partecipazione stupita a questo gioco / con regole ignote.-
Lo stupore, la meraviglia, la gioia, proclamano una prossimità innegabile con la poesia.

     

Il primo di questi libri è Temeraria gioia, di Eleonora Rimolo, edito da Ladolfi. Per una strana coincidenza tempo fa avevo scritto una cosa col titolo Sul bordo della gioia, che ritrovo in un verso di questo libro. Mi è venuto spontaneo chiedere a Eleonora il motivo alla base della scelta del titolo. Ho ricevuto questa bella risposta, che evidenzia lo spessore culturale dell’autrice:
“Temeraria gioia è un titolo a cui inizialmente non avevo pensato. Il progetto era organico nei contenuti, ma non riuscivo a individuare un titolo adatto. Mi sono lasciata condurre dalla voce di Orazio, che mi aveva già guidato per la terza sezione della raccolta (pulvis et umbra). Ho aperto le Odi in un punto casuale e l’occhio è caduto su questo emistichio: insolens laetitia, che Mandruzzato traduceva, appunto, con temeraria gioia. Ed è appunto questa gioia insolente la vera, unica protagonista delle tre sezioni del libro: nella prima parte sperimento la gioia crudele, autolesionista, della memoria antica, l’ostinazione a voler ricordare il “tempo felice nella miseria”, la malinconia in cui annegare; nella seconda sezione tento di riconciliarmi con la realtà e con le sue forme anomale, a tratti aberranti, attraverso un uso rassegnato della gioia, che nasce dalla resa, dalla piena e placida accettazione del male, a cui opporre uno stoicismo attivo. Infine, in pulvis et umbra canto la gioia del limite, del termine della vita umana e di tutte le cose: questo sentimento irriverente nei confronti delle lacerazioni dell’esistenza va coraggiosamente preservato anche nel momento della sconfitta, perché ciò che è tragico è sempre solenne.”

Il libro si apre con una citazione di Callimaco, che parla di un fuoco sotto la cenere, e subito una bella e creativa compattezza di linguaggio:

I diseredati della parola
restano tra i loro schiamazzi
accalcati alla fermata
dell’autobus:

una lingua colta, attenta, che viene da lontano e per questo può proiettarsi in direzione di un futuro carico di promesse; lì dove nacqui erano già in cammino i tuoi passi, e ci introduce in una bella atmosfera di affetti familiari, con quel maglione a quadri e sul tavolo allineate le forbici e le carte e la fruttiera; credo che l’aspetto più rilevante del libro, la sua caratteristica gioiosa, più vicina e aderente al titolo sia questo continuo festeggiare della lingua, con affettuosi squarci sul quotidiano e sapidi rimandi a una tradizione alta, con richiami classici e alcune belle acrobazie, e qualche sconfinamento ironico e molto riuscito:

Nessun contorno noto compare,
sfigurato, nella clessidra,
e questa lagna sussurrata
del vento tra le fronde
non è che un falso fischio
prolungato,
non un lamento come
il nostro corpo
quando sbatte contro se stesso
fa della silenziose capriole
e l’urto non lo scalfisce
ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

Scrive acutamente Elio Grasso: “temeraria gioia avanza l’ipotesi che dentro le sue spire ci sia ancora confidenza bastante affinché la condizione storica della poesia goda di fedeltà fra le parole e quel che vede il poeta”

     

Il secondo libro è Arimanere, di Maria Del Vecchio, edito da Interno poesia. Nella prefazione Maria Grazia Calandrone scrive:
“Eccezionalmente per la nostra poesia contem­poranea, nelle poesie di Maria Del Vecchio ricorre la parola “gioia” e, altrettanto eccezionalmente, viene ripetutamente dichiarata un’inclinazione alla gioia della persona scrivente, un muovere “a favore del sole” e “a scapito della notte”.

Già la dedica: ai miei genitori, a zia Immacolata, dischiude uno spiraglio di gioie casalinghe, di panorami domestici. Anche qui echi di studi classici, Andromaca e Ettore, anche qui piccoli squarci biografici nei versi:

Leggo quattro libri contemporaneamente,
traduco amemus, congiuntivo esortativo,
assieme alla ragazza dagli occhi color liquirizia.

Fin dalla prima poesia la gioia è declinata nel paesaggio tinto di nostalgia della controra al suo paese, quando i raggi del sole trafiggono le mura bianche. E subito a far da controcanto, come in certe posizioni yoga che necessitano dell’opposto, ecco una sventagliata di motivi forieri di gioia appartenenti alle sere trasteverine: una bella epifania di tetti  una sequenza di ragioni che fanno sì che l’autrice li avverta come una condanna: come se un eroe avesse nostalgia di una patria non sua.

E subito dopo il ricordo della preparazione della salsa, antica consuetudine pugliese, una sorta di liturgia collettiva celebrata nei cortili, dove alcuni profumavano le bottiglie con il basilico e tutti avevano i vestiti impregnati di quel profumo e di una gioia condivisa difficile da esprimere con parole, eppure l’autrice riesce a restituire il gusto di quel gesto in cui intere popolazioni si riconoscono.

Tutta la raccolta è protesa in direzione della felicità, con suggerimenti pratici come questo:  – bisogna immaginarsi felici / prima di esserlo -. Inoltre: la gioia è una stanza da riempire. E tutto il libro è una continua, e lodevole, tensione verso questi sentimenti:

M’incantano le questioni del cielo, ancora, lo so,
ma trovo la forza d’essere felice, di scoprire la
difficoltà della gioia
contro la facile tristezza:
perché la pianta del mio piede calpesta,
perché il cappotto mi copre dal freddo,
perché sbadiglio per il sonno,
perché ho fame.

In questo secondo libro la gioia e tutti i suoi principali affluenti vengono elencati, descritti, analizzati, a volte sezionati con maniacale spirito di condivisione e con evidenti tentativi di contagio nei confronti del lettore.

      

Un punto importante di convergenza dei due libri si trova in una frase di Giorgio Agamben tratta dal libro Il fuoco e il racconto, una frase importante perché segna la linea di demarcazione tra la poesia e lo sfogo esistenziale, ed è questa:
– Scrivere significa contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore. –

Ora entrambe le due autrici si ritrovano in questo luogo di festa della lingua, nella celebrazione consapevole delle infinite sfumature e ricchissime possibilità, ed è questo un aspetto assolutamente  non secondario della poesia, una sorgente inesauribile di creatività e di originalità di visioni.

 

in apertura, Due giorni, una notte, Luc e Jean- Pierre Dardenne, 2014

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