La cruna di Salvatore Contessini, note di lettura di Gabriella Modica

Utagawa Kuniyoshi, "Il monaco Nichiren in esilio sulla isola Sado", ca. 1830, MET Museum New York

La cruna di Salvatore Contessini, La Vita Felice Editore, 2018, note di lettura di Gabriella Modica.

   

   

L’esercizio del silenzio aspira al vuoto tra il pieno delle parole. Vuoto è lo spazio creatore, la dimora dello spirito.

Fisica teorica, fisica e psicologia quantistica,  teorie del tutto e ricerca psichica che, inglobata a pieno titolo nelle prime discipline citate, spazia dallo studio olistico di medicina, biochimica, neuroscienze, neurolinguistica e antropologia agli innumerevoli tentativi di attestare la riproducibilità di svariati fenomeni come l’esp, la chiaroveggenza, la telepatia, la visione e la guarigione a distanza solo per citarne gli aspetti più “clamorosi”. L’ignoto, elemento di riflessione de La cruna di Salvatore Contessini, ci gravita attorno.
Tutto, è uno. La mia posizione, la lampada che illumina il mio tavolo, la sua storia, la luce che filtra dalla vetrata della stanza attigua alla mia, I miei pensieri, gli occhi di chi sta leggendo.
Tutto comunica istantaneamente tutto. Ci affanniamo a compiere un destino che ci siamo cuciti su misura, ma non riconosciamo gli eventi sincronici che ci indicano che siamo su una strada ben lastricata. Viviamo tra spiritualità varie, i cui insegnamenti ci esaltano, edificano l’ego, ci conducono sulla cresta di un’onda dalla quale, al momento di procedere sui nostri piedi, generalmente collassiamo in un nuovo stato di smarrimento, dove il dubbio viene percepito come una battuta d’arresto, e non come indicatore di messa a fuoco della questione.
Fiducia e dubbio si continuano nel circolo del respiro: contrazione ed espansione. L’oggetto del nostro osservare è chiaro limitatamente ai nostri parametri razionali. Allo stesso tempo esso contiene materia oscura, sconosciuta, che si svela passando per il portale stretto, l’irrazionale, la cruna al di là della quale Il demone sostanzia la verità, e all’occorrenza è ottimo consigliere.
La silloge è un percorso atemporale, nonostante ogni componimento sia accuratamente datato, nel quale impera come un suggerimento la grande domanda: conosci il silenzio? cosa ne pensi? È una camminata di aggiornamento con un interlocutore che incontriamo a cadenze regolari, con cui amabilmente possiamo scambiare questioni pindariche e atterraggi in picchiata.
La vita dura una giornata. Abbiamo più confidenza con il rumore dei pensieri che col suo imprescindibile compagno, il silenzio, in cui le risposte stanziano in luoghi da contattare con l’esercizio del vuoto, dell’inattività taumaturgica, dell’assenza di vento in cui semplicemente fermarsi, ascoltare la verità, o dare forma a una delle infinite possibilità disponibili nel cosiddetto vuoto quantico. Il silenzio è dimensione parallela, in cui la vita acquista un senso diverso, e il cui termine assume la valenza di un cambio di scena, e non di una estinzione.
Quello della ricerca è un senso atrofizzato. Quando osserviamo qualcosa, quando la descriviamo nell’intento di trovare delle risposte, in realtà la stiamo creando, la stiamo evocando. E il vero appagamento, dato scientificamente dimostrato, è nella ricerca, non nel risultato. Per questo motivo, anche crescendo, abbiamo la sensazione di dover dare ancora risposta a domande che ci poniamo fin dall’infanzia.

Il poeta cerca chi come lui non sente appartenenza verso ciò che è canonicamente definito realtà, e verso chi, magari condizionato da una parziale interpretazione di certe tradizioni iniziatiche si ostina a dire che anche la parola non possiede più vitalità. Le parole hanno il potere di spostarsi laddove abbiamo chiuso delle porte. Ma non aprono porte: le parole creano squarci, abbattono muri, fendono con piena luce, ridestano ciò che è riposto,  possono distruggere o dare vita a uomini e civiltà.

Nel sogno possono presentarsi elementi di realtà, personaggi realmente esistenti o luoghi del passato, o simbolismi riscontrabili nella tradizione. Ci sentiamo in tale affinità con alcune persone da recitare la proverbiale espressione: mi sembra di averti sempre conosciuto. In molte  tradizioni, tutti coloro che stringono forti amicizie, le classi di scuola, coloro di cui ci innamoriamo, e persino gli oggetti cui siamo particolarmente affezionati, non sono lì per puro caso, ma in qualche modo sono nostri compagni di viaggio in quello che i ricercatori seri chiamano il sempre. E probabilmente qualcuno, in altre dimensioni sogna frammenti di immagini dalla nostra dimensione. Il plesso dell’assenza mette in comunicazione l’urgenza del vivere con il suo aspetto più profondo, col quale feconda nuove idee, restituisce alleanze, riempie la vita di pienezza. Si potrebbe dire che la pienezza della vita è direttamente proporzionale all’assenza di pensiero.
Per raggiungere lo spirito bisogna lavorare di massa, di località, di carne. Nel libero vagare del pensiero riusciamo a percepire e costruire geometrie, e a svelare il significato vero degli altari.
Mandala, Cabala, costellazioni familiari, angeli, religioni,  percorsi spirituali vari. È possibile che si tratti di semplici motivi di vanto e di soddisfazione delle proprie illusioni? Le poesie di Contessini sono passibili di interpretazioni multidimensionali e aprono domande coraggiose.
Secondo alcune teorie il nostro destino è determinato dall’ambiente, dalla zona geografica, dal clima affettivo in cui siamo cresciuti, dalle relazioni familiari e persino dalle scelte dei nostri antenati. Dunque, la storia di ognuno è predeterminata, formalizzata. Basterebbe tornare a dialogarsi, specchiarsi, rapportarsi alla grande varietà delle divinità-possibilità, che suggeriscano in modo dinamico in che modo poter essere autori del proprio divenire.
L’essere umano attinge risorse essenziali dal sogno, e da una condizione che tutti sperimentano, la maggior parte dei quali in modo non cosciente: la cosiddetta O.B.E, esperienza fuori dal corpo. A cosa serve tutto ciò? Semplicemente a mantenere un dialogo vero con se stessi, ad avere un supporto, ad aggiustare le cose, ad avere dei consigli o a ricordarsi che tutto quello che vediamo ha una sovrastruttura che in condizioni normali non potremmo neanche immaginare. Serve a nutrire il senso della ricerca, e a ricontattare le emozioni. Serve a rendere elastica e leggera l’esistenza.
La nascita, l’amore, il big bang, sono sostanza dell’energia vitale. Tutti gli universi possibili sono concentrati in un fragile corpo che ha fatto della parola la principale fonte della sua fragilità, anziché della sua potenza. È una lotta: il poeta osserva intorno a sé tutti questi corpi, e le stringhe d’energia a loro interferenti di possibilità di espansione. La vastità è complementare alla vergogna d’aver rinnegato questa potenzialità, disperdendone la memoria.
La tirannia del tempo, diceva Shakespeare. Se avesse saputo che una delle ultime certezze documentate della scienza, asserisce che il tempo non esiste, forse non avrebbe concentrato tanto splendore nei sonetti. O chissà, alla luce di questo nuovo punto fermo, in quali sentieri si sarebbe avventurato. Forse, a parlare di silenzio, di universi, di quanti e campi morfici, di buchi neri e obe, di sogni lucidi e di stringhe, oppure delle teorie del tutto, che provano con grande impegno a far combaciare tutte le possibilità. È una possibilità.

Queste poesie propongono la considerazione di un ambiente di meditazione, caratterizzato dalla carica opposta delle proprie certezze. Un luogo in cui ri-unirsi, in cui completare la sostanza dei pensieri, in cui individuare le questioni inutili e dannose, e trasformarne la visualizzazione in un buco nero destinato, lentamente ad esaurirsi, come teorizza la radiazione di Hawkings.
Il punto di arrivo è passibile di evoluzione, ed è parte del tutto che si compie nell’esercizio del vuoto, nella fiducia nel possibile, senza tempo e multidimensionale. L’attivazione di questo senso, quello del possibile, conferisce  le soluzioni alternative alla storia che vogliamo raccontare alla vita.

    

Molti mondi

Unioni parallele di vite arate
e produzioni di creature nostre
fanno di slittamenti d’anni scorsi
porte scorrevoli da valicare.
Quanti dei molti mondi affermano
la numerosità dell’esistenza
la debole coscienza del sapere
d’originaria astronomia.

                                                                              (2011)

   

Aurora

Il sole sta per sorgere
dove rifugge l’ombra
la notte liquida si scioglie
senza velocità ingombrante;
lo annuncia in fremiti sonori
la moltitudine di esseri minuti
creature d’eterico formato
prive di legge gravitale.
Simile abbraccio d’aria
a te conduce come fanciullo
in un profumo di candore al quale è avviluppata
la curva della mia esistenza.
Torno là dove tutto è nato
In una terra che non è lamia
al giorno che pieno di paura
ho pianto col bruciore del respiro

                                                                (2014)

    

Spostamento

È la bellezza di sistema
assente nel progetto
che misera raccoglie astio.
Quanta avventura accade
nel solco dell’aratro
sotto la terra degli umori!
Al cielo mira nel punto in cui
vedere fa svanire tutto;
dove le nuvole compilano epicedi
per lo scomparso mondo.
Allora chiedi:
<<Dove siedi?>>
<< Alla sinistra del padre,
prima della lama che ferisce
alla destra della madre che cura,
dopo preghiere imposte dagli oranti.>>
<<Che porti in dote?>>
<<Porto l’oscillazione che turba la materia,
l’osservazione che ne cambia il senso, il suono travisato che scorta la parola.>>
Il sole attende l’alba per brillare,
Ercole stellato è da inseguire.

                                                                            (2014)

   

Elaborazione dati

Non sono più uno di voi
perché non lo sono mai stato,
non sono più quello che sono
perché mai riuscito.
Tutti abbiamo la cruna stretta
e il passaggio improponibile di cima;
nessuno valuta il paradosso materiale
come flusso di quantità indulgenti
e interstizi vuoti di sostanza: si guarda al fulvo, si pensa la criniera.

Se l’esistenza pensiamo in ologramma
possono i segni esprimere materia?
È l’interrogativo che galleggia
prima che sonno rotoli dal cosmo
e la coscienza tacitata trovi l’artiglio

*

la cruna
in apertura Utagawa Kuniyoshi, “Il monaco Nichiren in esilio sulla isola Sado”, ca. 1830, MET Museum New York

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