La dubitosa fede del vecchio poeta, editoriale di Paolo Santarone

dervisci

La dubitosa fede del vecchio poeta, editoriale di Paolo Santarone.

  

  

Il vecchio poeta si era candidato: l’editoriale lo faccio io. E ora era pentitissimo.

Fede e fedi. Per lui in realtà la parola aveva un significato unico e univoco, fede era fede nell’Altro. Ma decenni di bon ton e lustri di relativismo l’avevano portato a parlare di queste cose solo con se stesso.

Poesia era quasi sempre, per lui, preghiera. Era il suo modo di parlare con Dio (o forse, avrebbe detto qualcuno, di farsi Dio). Credeva con indubitata fede alle parole dell’incipit di Giovanni: in principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio, e cassava con ostinata intolleranza l’opinione di chi voleva tradurre il greco Logos non “parola” ma “ordine, pensiero sistematico”. Come i Latini, era certo in cuor suo che Logos volesse dire Verbum, Parola.

Il fatto è che a lui risultava dannatamente difficile, per non dire impossibile, dissociare la bellezza dal sacro e il sacro da Dio.

Ricordava i versi di una sua vecchia poesia

Negli occhi ho ancora

e resterà

io credo

fino all’ultima ora

la festosa fiera

di pesci multicolori

e d’ogni altra bizzarria marina

nelle gioiose acque

del Mar Rosso

dove solo pregare

puoi

per dominare un incanto

che acceca

e di parole e suoni

priva la mente

splendore abbacinante dell’ineffabile

Non erano barocchismi. Davvero alla vista di quel mondo sottomarino non aveva saputo che pregare. Altri avrebbero pensato “che bello”, lui aveva mormorato “grazie Signore”. E ogni volta che qualcosa lo coinvolgeva profondamente nel miracolo della bellezza lui ripeteva quella preghiera di una sola parola: ”Dio”.

Ma sapeva che, se avesse detto queste cose, già alla decima riga il lettore sarebbe passato ad altro.

Per scegliere una strada più leggera bisognava dare un’interpretazione più leggera  all’espressione “fede e fedi”.

dervisci_rotantiDa buon ex assiduo frequentatore della Programmazione Neuro Linguistica e di alcuni degli sviluppi eretici che intorno a questa… fede (?) parascientifica erano tentacolarmente cresciuti, il Nostro pensò che con “fedi” si potessero intendere le credenze. In fondo è “fede” anche ciò che sappiamo della storia o della scienza: lasciamo che altri sperimentino o teorizzino e noi ci accontentiamo di crederci, di crederci sulla parola. E dunque, se non ci fosse la fede, la conoscenza procederebbe lentissima, aspettando che tutti abbiano sperimentato tutto.

La pista delle fedi, o credenze,  non era priva di suggestioni: il Vecchio pensava a tutte le credenze relative, per esempio, all’amore.

“Amor ch’a nullo amato amar perdona…”.

“Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende…”.

“Ah, l’amore farebbe guaire un cane in rima”.

“Les liasons commencent dans le champagne et finissent dans la camomille”.

Ma non sarebbe meglio, più che la camomilla, la caffeina, o addirittura il viagra?

E via declamando.

L’amore stesso, con ogni probabilità, non era che una credenza, una fede. Una sorta di addobbo sovrastrutturale arbitrariamente cacciato sopra l’elementare necessità di accoppiarsi per riprodursi? Scopano anche i ricci (antonomasticamente!) ma non è probabile che s’innamorino ogni volta.

Eppure la poesia amorosa che per secoli e secoli aveva infestato tavoli d’amanuensi, botteghe di stampatori, tipografie, e ora colava come un ectoplasma dai motori di ricerca di internet… la poesia amorosa – nella sua gamma dal sospiro al sesso estremo – era uno dei fondamenti stessi della poesia.

E così la poesia eroica, con la sua degenerazione moderna in poesia civile, entrambe fondate su più che opinabili principi e valori.

E così la stessa poetica, un insieme di regole, più o meno scritte, che più campate per aria non si poteva, come le dispute astruse sull’a capo, sul ritmo interno e via di questo passo.

Oh sì. Il vecchio poeta era proprio pentito.

E’ che a pensare a un fede, quale che fosse, o peggio professare, quale che fosse, una fede, si faceva sempre la figura del fossile. Perfino le fedi politiche erano ormai robaccia obsoleta. E non faceva parte dello stile poetico neppure professare l’unica, ultima fede, traballante anch’essa ma ancora viva: la fede calcistica.

Il vecchio poeta era un tifoso dell’Inter, ma certo non lo avrebbe dichiarato nel mezzo di un consesso di poeti.

Insomma. Le fedi, quando ci sono, s’arroccano sempre più in una sorta di distratta clandestinità…

Forse un numero dedicato di Versante Ripido avrebbe fatto uscire i cornini dei poeti come quelli delle lumachine quando l’ambiente diventa piovoso. Era solo una speranza, forse una scommessa…

“Ma se non hanno fede i poeti, – gridò a se stesso il vecchio, – a che cosa si ridurrà la poesia? e con essa l’amore, e la speranza, e… e la vita?”

Così piangeva il poeta tra sé e sé.

Poi spense il computer perché stava cominciando la partita.

Ziya-Azazi-DERVISH-by-Kerem-Sanliman-4 GRANDE

  

 

3 thoughts on “La dubitosa fede del vecchio poeta, editoriale di Paolo Santarone”

  1. Bellissima sintesi di fedi plurime, condotta in modo estremamente originale. Inutile aggiungere quanto sia bella e nelle mie corde la tua scrittura, Paolo, per quella naturale scioltezza ed eleganza che da sempre le appartiene.

  2. “Poesia era quasi sempre, per lui, preghiera. Era il suo modo di parlare con Dio (o forse, avrebbe detto qualcuno, di farsi Dio)”

    Sì: il “vecchio poeta” mi ha coinvolto. Per condivisione, per affinità di pensiero e dintorni. (Calcio a parte) 🙂
    E la poesia non è una vecchia poesia ma una fantasmagoria di colori e suoni che lasciano sospesa la parola, sopraffatta dallo stupore, di fronte alle “gioiose acque /del Mar Rosso /dove solo pregare /puoi / per dominare un incanto” Ogni volta che si contempla il miracolo del Creato, la parola diventa preghiera di fronte allo “splendore abbacinante dell’ineffabile”.

    Grazie.

    R.S.

    1. Il calcio, cara Rosanna, è sempre una buona metafora: ti proietti in una speranza di vittoria – o addirittura di gloria – e poi quasi fatalmente te ne torni a casa con l’amaro sapore di una sconfitta di cui non sei responsabile.
      Ringrazio te e Nunzia per questa lettura simpatetica, fatta da due poetesse che apprezzo e stimo moltissimo

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