La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Paolo Polvani

Ivo Mosele, Sottotracce di potere

La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Paolo Polvani.

 

 

La fabbrica dell’infelicità è il titolo di un libro di Franco Berardi Bifo del 2001, ed è anche il titolo di un capitolo di un libro successivo dello stesso autore, L’anima al lavoro, in cui analizza le nuove forme di alienazione, quelle derivanti dalle tecnologie digitali e dall’organizzazione reticolare della comunicazione.

Bifo scrive: – Anche se non si può tenere un discorso scientificamente motivato e coerente sulla felicità, nel discorso pubblico vediamo circolare flussi di comunicazione costruiti intorno a un’idea della felicità. Vediamo circolare frammenti e sollecitazioni immaginarie, scarsamente motivate e coerenti ma non per questo meno efficaci. Negli anni novanta, mentre il processo produttivo si immaterializzava, la retorica predominante divenne felicista: essere felici non solo è possibile, ma quasi obbligatorio, e se si vuole ottenere questo scopo è necessario attenersi ad alcune regole, seguire certi modelli di comportamento-.

Tuttavia, prosegue Bifo, l’economia liberale, con il culto del profitto e del successo ha finito per produrre una infelicità da competizione, da sconfitta e da colpevolizzazione.

Nel buddismo si parla di quattro inevitabili sofferenze, quelle che non risparmiano nessuno, e tuttavia, considerate le successioni temporali, intercorre un certo lasso di tempo tra la nascita e la morte, inoltre il processo di invecchiamento ha tempi in definitiva comodi, e la malattia rappresenta una situazione episodica. Sembrerebbe che certi margini di manovra per il conseguimento della felicità, o almeno per tentativi pratici, siano concessi; però ecco che astutamente vengono buttate lì altri inevitabili motivi di sofferenza, stare lontano da chi si ama e stare vicino a chi non si ama, e qui nessuno sfugge, perché i parenti non si possono scegliere, così come non è data facoltà di scelta su vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni di viaggio! e, ancora più devastante: non realizzare ciò che si desidera.

Inoltre arriva Bifo e ci dimostra che la società attuale è una mostruosa macchina produttrice di infelicità, che siamo schiacciati dal mito del successo e del denaro, e che in qualunque direzione ti volgi è tutto un rombare di infelicità, e come diceva con saggezza spietata un amico, se lavori sei infelice perché lavori, e se non lavori lo sei perché non lavori, e se ti sposi idem e se non ti sposi il risultato è identico e così via senza apparenti vie d’uscita.

Ora il libro di Bifo è bellissimo e mi sento di consigliarne la lettura. Quello che ci interessa non è tanto suffragarne la rispondenza nel reale, quanto piuttosto cercare varchi, vie d’uscita, rimedi, o almeno provare a individuarne, o anche solo stimolare una riflessione e una discussione.

Intanto una breve considerazione sull’etimologia di felicità: deriva dalla radice di un verbo greco il cui significato è produrre! Sembra una coincidenza paradossale, se pensiamo che la crisi del capitalismo trova una delle sue cause nell’eccesso di produzione, in uno squilibrio tra l’offerta e la domanda, in una dissennata rincorsa alla crescita.

Pssiedono la stessa etimologia fertilità e fecondità. Questo apre uno spiraglio di speranza per le persone ossessionate dal demone della scrittura, per le quali produrre versi o comunque parole allineate è una specie di tormento. Interessante notare che il corrispondente greco di felicità è eudamonia, che significa essere posseduti dal buon demone. Quindi lo spiraglio si allarga, sappiamo bene la gioia che nasce dall’essere visitati dal buon demone della scrittura, sebbene questo comporti anche battaglie dure col rischio di sconfitte, o comunque un impegno fisico e psichico a volte sfibrante.

Il sociologo De Masi nel suo ultimo libro Lavorare gratis, lavorare tutti, prevede che nel giro dei prossimi trenta anni il lavoro così come lo concepiamo oggi sparirà, sostituito quasi totalmente dall’automazione.

La prospettiva è sicuramente allettante a condizione che ci si cominci ad attrezzare fin da ora, perché la società non ha bisogno di più lavoro, abbiamo bisogno di ridurre drasticamente il tempo dedicato al lavoro per poterci dedicare all’amicizia, alla conoscenza, alla solidarietà, alla comunicazione, che costituiscono le nuove, future forme di ricchezza.

Attualmente il corpo sociale è attanagliato da una depressione acuta, non si vedono spiragli per una possibile svolta antropologica, per un cambio di mentalità essenziale.

Secondo Deleuze e Guattari creare o rinforzare rapporti di amicizia è un modo per andare oltre la depressione, perché l’amicizia consiste nel condividere un senso, nel condividere una visione.

Altrettanto importante è aprire nuove strade all’immaginazione.

Certo non saranno nuove amicizie e nuove visioni che ci traghetteranno fuori dalla fabbrica dell’infelicità! ma se il sistema imprigiona l’individuo e rende i rapporti affettivi sempre più difficili, sempre più complicati, e alimenta l’ immaginario collettivo in maniera subdola e fasulla, anche solo il tentativo di ribaltare questo schema appare una buona pratica, un buon sistema per prepararsi al futuro che sta per nascere e ha bisogno urgente del contributo di tutti.

Uno spazio che si occupa di poesia appare un luogo privilegiato per l’esercizio dell’immaginazione, per creare nuovi linguaggi che sappiano anticipare e interpretare gli orizzonti che stanno per aprirsi, per creare forme di aggregazione e di socializzazione basate non sulla competizione ma sul reciproco sostegno, sul desiderio di offrire un contributo fattivo al cambio di passo indispensabile per creare un assetto sociale differente e al momento solo ipotizzabile.

Per smantellare i meccanismi della fabbrica dell’infelicità è indispensabile uno sforzo immaginativo senza precedenti.

          

Ivo Mosele, Sottotracce di potere
Ivo Mosele, Sottotracce di potere

18 thoughts on “La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Paolo Polvani”

  1. Lascio un commento all’interessantissimo editoriale di Paolo iniziando dalla fine: “Per smantellare i meccanismi della fabbrica dell’infelicità è indispensabile uno sforzo immaginativo senza precedenti.”. Già, sono profondamente convinto che questo occorra per ribaltare (uso di nuovo un vocabolo contenuto nel testo e nel titolo di un saggio recentissimo dell’amico Franco Campegiani)) un sistema ed un modus vivendi alienante che impone – quasi fosse un obbligo – la ricerca di una pseudofelicità; e, cosa ancora più ipocrita e sporca, per fini prettamente materialistici volti al culto del profitto e del successo (v. citazione riportata dal libro di Bifo). E’ conseguente che da questi presupposti non possa nascere nessun valore interiore ma soltanto un insano squilibrio. Uno squilibrio che porta comunque a non essere felici né coloro che sembrano esserlo né quelli (e sono i più) cui non è consentito. Per concludere una nota sull’aspetto apparentemente paradossale dell’etimologia della parola “felicità”; apparentemente, appunto, perché – come Paolo scrive – produrre (dal greco) ha la stessa radice di “fertilità” e “fecondità”. Bisogna riflettere su questo: sta qui la chiave. E, non dimentichiamolo (soprattutto i poeti devono tenerlo sempre in mente): anche il termine poesia deriva da poiein, cioè fare.
    Grazie, Paolo, sarà faticoso – hai ragione – ma non dobbiamo farci spaventare se abbiamo a cuore il futuro dell’uomo.

    Sandro Angelucci

      1. molto interessante quello che scrivi, Giuseppe, sarebbe bellissimo se tu illustrassi questo concetto, il confronto è sempre motivo di miglioramento e arricchimento, ed era appunto questo il nostro intento

    1. grazie mille Sandro per l’attenzione e il commento, e si, è interessante la tua notazione, sia felicità che poesia hanno a che vedere in qualche misura con un’attività, con un fare, con un atteggiamento dinamico della mente e del corpo, è davvero un ottimo spunto di riflessione!

      1. Secondo lo Stagirita la praxis è un tipo di azione che ha il suo fine in se stessa, nel libero agire dell’agente, mentre la poiesis, proiettata verso la produzione di oggetti materiali (di qualunque tipo), non avrebbe in se stessa il proprio fine e sarebbe condizionata dall’esteriorità. Con tutto il rispetto per Aristotele, a me sembra che questo sia un lapalissiano travisamento della realtà. Come si può pensare che l’azione politica, la conversazione amichevole, la partecipazione civica, la convivialità ed il comportamento in genere dell’essere umano (tutti esempi di praxis) possano essere immuni dal condizionamento sociale, dalle mode, dai costumi, dall’educazione, dalle ideologie dominanti, dal tornaconto personale soprattutto e da un’infinità di altri fattori cogenti? E come si può supporre, al contrario, che l’attività creativa, tesa alla produzione di oggetti materiali, possa prescindere da quell’elaborazione personale, inventiva, che in qualche modo la pone al riparo del plagio, pur contribuendo alla costruzione di un gusto comune mai definitivo e statico, ma sempre in divenire? Dove la praxis, l’azione pubblica, tende all’omologazione e al livellamento collettivo, la poiesis tende alla rottura degli schemi e, come tale, è assoluta garanzia di libertà. L’uomo non è soltanto, come dice Aristotele, un animale politico. E’ anche un animale creativo, dotato di progetti autonomi, destinati a misurarsi con la vita inautentica ed anonima: quella (come dice Heidegger) del “si dice, si pensa, si fa”, quella di tutti e di nessuno, dove “ognuno è l’altro e nessuno è lui stesso”. Nella Praxis, inevitabilmente, l’uomo è indotto a pensare in fotocopia; nella Poiesis al contrario è libero e pensa in originale. Beninteso i due modi di pensare sono entrambi indispensabili e si giovano l’uno dell’altro.
        Franco Campegiani

  2. Quando leggo Paolo Polvani mi emoziono per i contenuti – indice della sua lucida e sensibile intelligenza- e resto ammirata dalla duttilità e limpidezza della sua scrittura. Paolo è un poeta dentro e fuori.

  3. Paolo, la tua analisi è del tutto condivisibile, e vorrei solamente aggiungere ed esporre una mia piccola convinzione : con la felicità non si scrivono quasi mai buone poesie, quindi…………….

    1. grazie Luigi per la tua lettura e per il commento, quello che dici è vero, ma credo anche che fecondità e fertilità abbiano origine in un tormento, nel travaglio della crescita e della nascita, come tutte le cose, e che siano il risultato di correnti alterne

  4. Un errore che spesso viene compiuto è di far risalire a motivazioni sociologiche delle lacune la cui origine risiede nell’individualità. Può sembrare che sia la società a formare gli individui, ma ciò accade solo se gli individui lo consentono. Sono comunque loro i protagonisti della propria esistenza. Condivido pertanto il pensiero di Polvani, laddove scrive: “se il sistema imprigiona l’individuo e rende i rapporti affettivi sempre più difficili, sempre più complicati, e alimenta l’immaginario collettivo in maniera subdola e fasulla, anche solo il tentativo di ribaltare questo schema appare una buona pratica, un buon sistema per prepararsi al futuro che sta per nascere e ha bisogno urgente del contributo di tutti”. Gli individui debbono ribellarsi al sistema che tenta di soffocarli, non però immaginando e costruendo nuove ideologie, perché in tal modo non si cava un ragno dal buco. In altro modo si deve sfuggire all’agguato, e non certo fuggendo nei boschi, in montagna, bensì imparando a vivere nel mondo senza farsi rubare a se stessi. Altrimenti non si vive, ma ci si lascia vivere. Le modifiche sociali non vanno inseguite direttamente, ma avvengono automaticamente e sono consequenziali al lavoro che gli individui riescono a fare su se stessi. Prendere in mano la nostra esistenza, dunque: è questo il compito che ci attende per tentare di sfuggire agli artigli di un mondo che ci vuole fagocitare. Questo non significa inseguire illusoriamente la felicità, bensì divenire padroni dell’infelicità, accettarla senza battere ciglio entro i propri confini. Le risposte che materialismo e spiritualismo danno al problema dell’infelicità non tengono conto di questo abbraccio necessario. La gioia e il dolore, come il bene ed il male, sono inseparabili e sta nella loro divisione – secondo il Genesi – l’inizio di ogni sciagura umana. E’ l’equilibrio che si deve coltivare, per cui il mostro non è la macchina, non è la tecnica, non è la crescita, non è il denaro. Il mostro è l’uomo che si fa schiavo del benessere e non è all’altezza morale del progresso raggiunto. L’uomo sta uscendo di scena non per colpa delle macchine, ma per colpa della sua pigrizia morale, della sua decadenza e della sua aridità di spirito. E’ un comodo capro espiatorio l’automazione. I danni di questa possono essere combattuti solo se l’uomo diviene padrone di sé. Davvero interessante la riflessione sull’etimo svolta da Polvani: “felicità” deriva da un verbo greco che significa “produrre” ed ha la medesima radice di “fertilità” e “fecondità”. Entrando nel merito, fa bene Sandro Angelucci a sottolineare la convergenza di questo termine con un altro termine greco, “poiein”, attinente alla produzione poetica e artistica in generale. Ciò conferma la diversa possibilità di intendere il “fare”, l'”agire”, il “produrre”. La “techne” infatti può essere secondo natura o contro natura, dipende dall’uso che se ne fa. Non mi affascina la prospettiva di un mondo totalmente automatizzato, dove l’uomo sia finalmente liberato dalla necessità di lavorare. Il mio auspicio, invece, è che possano essere riscoperte le valenze spirituali del lavoro stesso, oggi degenerato a livelli prettamente materialistici. Gli avi contadini erano definiti “artisti creatori” perché sapevano mettere direttamente le mani in pasta nei processi creativi del creato. Questa è la tecnica, nella sua essenza più pura. Il lavoro, dice giustamente Polvani, è quella “gioia che nasce dall’essere visitati dal buon demone della scrittura, sebbene questo comporti anche battaglie dure col rischio di sconfitte, o comunque un impegno fisico e psichico a volte sfibrante” (unione di gioia e dolore, di felicità e infelicità). Anche quella dell’aratro, in fondo, è una scrittura. E l’aratura, per estensione simbolica, può essere riferita ad ogni tipologia di lavoro e di tecnica che abbia a cuore la vita.

    Franco Campegiani

    1. Desidero ringraziare pubblicamente l’amico Franco Campegiani per essere intervenuto sullo stimolantissimo editoriale di Paolo con argomentazioni che incoraggiano a proseguire nel confronto (condivido senza riserve ciò che afferma Paolo: “il confronto è sempre motivo di miglioramento e arricchimento, ed era appunto questo il nostro intento”.
      Credo che Franco abbia fornito il giusto apporto per il fine che ci si propone a nome della fanzine. Conosco il suo pensiero da lustri e le fondamenta sulle quali poggia: la collaborazione fra i contrari, e non la loro scissione, in nome dell’armonia universale.
      Tengo a rassicurare Paolo – oltreché ad essergli riconoscente delle parole di stima spese nei miei riguardi – che da parte mia avrà tutta la collaborazione che desidera.

      Sandro Angelucci

    2. grazie mille per questo prezioso e illuminante spunto di riflessione di Franco Campegiani! la gioia e il dolore, come il bene e il male, sono inseparabili…concordo perfettamente come pure sulla necessità di coltivare l’equilibrio; quindi grazie per letture e commenti!

    1. Polvani si limita a dire che il termine felicità “deriva dalla radice di un verbo greco il cui significato è produrre” e che “possiedono la stessa etimologia fertilità e fecondità”. Io accetto questo assunto sviluppando le mie tesi, per cui non mi sento di scavalcarlo rispondendo all’interrogativo. Fermo restando che ciascuno può ampliare il dibattito, dichiarando lui stesso le proprie prospettive.
      Franco Campegiani

  5. Felicismo si accoppia a feticismo. Siamo nell’epoca della merce elevata a feticcio, come analizza Guy Debord nel suo testo fondamentale ” La società dello spettacolo” e tutti dovrebbero apparire felici se impegnati come spettatori/consumatori: prima si innesca il desiderio con la parata delirante dei video pubblicitari – dalla carta igienica alla caramellina all’auto di lusso all’Iphone, tutto luccicante, tutto invitante, tutto epico, tutto inevitabile, quindi si passa all’acquisto dell’oggetto non per il suo carattere funzionale, ma per lo status symbol che rappresenta. Ma l’uomo può essere felice nella contemplazione e manipolazione dell’oggetto/feticcio? Deleuze e Guattari definivano gli esseri umani come ‘macchine desiderantei’, ma il desiderio era una categoria che proiettava l’individuo a oltrepassare i propri limiti personali per proiettarsi in una relazione ‘feconda’, problematica, eversiva con il mondo.Il controllo delle nascite è stato superato nel capitalismo avanzato dal controllo del desiderio! La nostra epoca non fa che confermare, con lo sviluppo del binomio felicità/feticismo, i confini di un io sempre più ipertrofico e narcisista. La nostra è l’epoca del trionfo dell’onanismo, per dirla con parole educate! Anche tra i poeti molti rischiano di diventare ciechi. E’ vero, Paolo, occorre uno sforzo immaginativo immenso, perché la macchina del potere quando fai un tentativo in questo senso, è sempre pronta a fagocitare nuovi pensieri e nuovi modi di vivere. Cosa si inventeranno i liberi pensatori per tutelare la libertà di pensiero, per renderla nuovamente rivoluzionaria?

  6. Che bell’articolo, Paolo. Il discorso è complesso e sfaccettato. Dovremmo sederci intorno a un tavolo con i nostri bicchieri di vino. Un caro saluto.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: