La meraviglia di Ivan Fedeli, nota di lettura di Luigi Paraboschi

Grand Budapest Hotel, Wes Anderson, 2014_3

La meraviglia di Ivan Fedeli, Puntoacapo Ed., 2018, nota di lettura di Luigi Paraboschi.

     

     

Questa ultima fatica poetica di Fedeli mi sembra rappresenti il completamento di un cammino già ben delineato nei due ultimi libri dei quali mi sono  occupato : “Campolungo” e “Gli occhiali di Sartre “, in cui  era messa  in evidenza  l’empatia dell’autore verso ogni persona ritratta, l’occhio attento e benevolmente aperto verso quella “ gente da niente “ che affolla numerosa i suoi lavori, e ancora di più questo ultimo.

In questo libro che si articola in nove capitoli, o partizioni, tutte con un tema ben preciso, Fedeli completa il suo viaggio nei territori a lui congeniali, quelli dei quartieri periferici attorno a Milano, e specificatamente quello dell’Olgettina, e dichiara subito nella prima poesia che incontriamo da quale parte si colloca il suo osservatorio, quando scrive

Dicono sia dell’umanità questa
meraviglia di nomi che non sai

I nomi che non sappiamo sono quelli delle persone nelle quali egli si imbatte quotidianamente, “la gente” (e lo scrivo con una “g“ solamente, non con tre o quattro come usa fare una certa tendenza di moda nei talk show televisivi) che vive, lavora, ha nostalgie, ama, e soprattutto  sa di dover scomparire prima o poi, e per questo avverte il bisogno di esorcizzare un poco quel destino che incombe su tutti noi.
Infatti la chiusura della poesia già citata  è:

Importa il passo giusto, il giusto odore,
se questo mai bastasse a esorcizzare
l’idea che davvero si scompare.

E mi sposto da questa prima poesia ad una delle ultime, che fa parte della sezione “l’ora del grigio“, per la quale sarebbe forse il caso di citare il detto nomen omen. Se vi entriamo e la leggiamo con attenzione, notiamo, dalla scelta dei vocaboli usati, nella discrezione dei problemi toccati, nelle situazioni vissute quotidianamente dai personaggi rappresentati, nel ritrarre tutto il bene e l’amore che c’è nel vissuto di molti di noi, divisi tra il sabato festivo in cui si deve cercare di tenere sotto controllo le spese per la breve vacanza, e la presa di coscienza che “insieme o soli è la stessa realtà che ci divide“, ci troviamo in un’atmosfera che non richiama certo colori sgargianti. Viene a galla non solamente  il poeta ma l’uomo-poeta che condivide la sorte comune a tanti anonimi e quasi soffre con i suoi personaggi perché sa che per tutti c’è  “lo stesso spazio a resistere“. 

La gente della mezza età, la casa/ pagata e il pensiero a dire ho fumato /troppo. Vigila sul mondo contenta/del voto bello di un figlio, del sabato/di calcio su Sky. Niente di speciale/c’è chi vince all’ enalotto ma è poco,/chi spera ancora nei sogni pensando/che tutto si risolva prima o poi.

Si sorride nonostante il dentista/o la festa dei nonni con la pioggia/a ricordare che si scivola/ogni tanto. E si tenta un viaggio la domenica/col ponte attenti a far quadrare i conti/che la chiusura del mese poi arriva/e la vita non si concede a rate.

Si associa all’estate perché il sole/aiuta a vedere in fondo e nessuno/si lamenta tra sconti all’ Esselunga/e l’aria condizionata qua e là/a esorcizzare l’afa. Sono cose/comuni, come l’amore, il silenzio/e vanno e vengono nel grigiore/di un giorno qualunque: è l’anonimato/la forza, l’idea che insieme o soli/è la stessa realtà che si divide,/resta il medesimo spazio a resistere./

Se non fosse una frase spesso usata in occasioni come quelle riportate sopra, vorrei usare una espressione che ha caratterizzato molto i lavori di Albert Camus, quando, parlando della condizione umana, affermava che si doveva essere “solitaires et solidaires“ con l’umanità che cammina la vita e  che non si può essere che  soli in mezzo  agli altri e solidali  per via del destino comune.

Se posso tentare una lettura non solamente testuale, ma cercare di leggere meglio nell’animo dell’autore che di professione è insegnante di lettere in un liceo, oserei dire che da tutta questa opera viene fuori una sottile spossatezza che nei lavori precedenti non avevo avvertito in modo cosi preciso. Voglio dire che tutto il libro è un cammino nel quale l’autore guarda il mondo e gli uomini che lo vivono, però nella sezione “ aule “ il poeta mette se stesso un po’ sotto la lente di ingrandimento; ma occorre attenzione perché il Fedeli, un poco stanco della professione svolta, leggermente affaticato per il ménage con il mondo della scuola, talvolta deluso dagli incontri di lavoro, non perde mai lo smalto di uomo che si pone in modo benevolo e attento agli altri. Tuttavia non si può negare che qualche filo consunto nel tessuto dell’abito che egli indossa quotidianamente cominci ad affiorare:

Solo un’aula, un cubo di spazio chiuso /dove è fermo il tempo e un po’ ci si arrende/tra uno sguardo all’orologio e il sudore/dell’ultima lezione. Sa di grigio/l’aria quando posano libri e cuori/dopo la fretta degli zaini e va/il pensiero di un futuro per tutti.

Fermiamoci sul “ un po’ ci si arrende “ e su quel “ sa di grigio l’aria “ espressioni sopra le quali staziona quel “ va il pensiero di un futuro per tutti ” ed interroghiamoci meglio con questi altri versi

…l’idea del giorno che scorre sempre/uguale mentre scrivono il registro/o posano qua e là borsette e libri./Tutto ciclico, tutto si ripete/e pensi a Montale, al male di vivere/quasi la vita rimanesse in bilico/fino all’appello.

Inutile sottolineare la validità dell’accenno a Montale e a quei versi famosi, ma non perdiamo di vista quella ciclicità del tutto che si ripete, e quella conclusione  che rimanda al biblico  Qoèlet sul destino comune nel quale tutti restiamo in bilico fino all’appello.

Ritorna anche nella poesia che segue l’accenno a quella “idea che davvero si scompare“ che figurava nell’apertura di questa lettura.

La paura in fondo è solo/appassire, essere senza radici/perché ti dice ogni giorno si nasce/crescendo e il dubbio è non capire, almeno/non del tutto.

Non capire, almeno, non del tutto. Quante volte nella giornata di ognuno di noi si presenta la domanda “ma che senso ha ciò che sto facendo?“
E’ la stessa domanda che passa in questi versi

E ogni giorno va così uguale/a se stesso mentre scivola via//un’altra pagina dal manuale/di arte e ti appunti di noi, di che cosa/ sarà da qui a vent’anni

E’ un uomo forte  l’insegnante Fedeli, ma talvolta anche coloro ben strutturati interiormente soffrono la condizione comune agli altri esseri umani, quelli più deboli, quelli che hanno letto meno libri, quelli che hanno sogni di non troppo grande respiro:

Sai che arriva giugno così, tra un forse/ci si vede e la cena tra colleghi,/mentre niente è come prima e invecchia/anche l’aria, anche il conto alla romana/dopo la solita pizza di fretta/e l’idea di un tempo che va via.

e malgrado la forza della cultura ( o forse a causa di  questa ) è difficile scacciare l’idea di un tempo che va via per tutti e non resta che rassegnarsi, accettare l’idea di invecchiare. La consolazione di “ amare per solo amore “  mi sembra essere il messaggio ultimo di questo viaggio nelle aule scolastiche

di chi corre lontano, all’uscita/quasi il cielo non fosse mai abbastanza./Deve essere così invecchiare: amare/per solo amore anche le loro frasi/sconnesse, i cappelli buttati qua/e là, la presenza di idee che/verranno prima o poi.

Ma l’uomo che scrive versi, come è sensibile alle contraddizioni implicite nel nostro esistere, lo è altrettanto verso gli aspetti teneri, quelli più delicati, direi quelli più sognanti ( anche se in modo contenuto ) che affiorano in tanti punti della raccolta e che ci mostrano quanto anche una persona che per la sua scelta di fede non dovrebbe quasi essere coinvolta nelle debolezza umane, può manifestare la sua interiorità in un modo sussurrato che però non sfugge al poeta.
Leggiamo per intero questa dal titolo “la suora di Savona“  e ci convinceremo di quanto ho detto poc’anzi:

Chissà a chi pensa la giovane suora/mentre legge L’arciere del re e aspetta/il treno per Loano./Forse vuole//un caffè ma non osa e sta tutta/lì come il mondo non ci fosse. È bella/nella divisa azzurra e passa gli occhi/qua e là tra pagina venti e un silenzio/solo suo. Si tocca dopo il polpaccio/spostando i sandali di cuoio e vive/in quel gesto quasi l’eternità/rimanesse incagliata nel sudore/delle mani. Ma ha l’età dell’amore/dentro e sembra dire non muoio mai/e qualcuno la guarda e s’innamora/un po’. Allora sorride e anche tu sai/che lo sa mentre la terresti in te/per sempre, anche dopo Savona o il cielo./E deve essere così il paradiso,/un momento irripetibile e pieno/che spiegano accada per caso, ora/che va via lasciando un odore intenso/di lavanda e l’idea di una vita/lenta, che presto o tardi ti asseconda.//

Una religiosa, giovane, carina, che non disdegna di essere guardata perché forse è consapevole che solo l’amore può vincere la morte, riempie l’animo dell’autore che, immerso nell’intenso  profumo di lavanda della giovane, accantona gli interrogativi affrontati nelle  poesie precedenti e si sente gratificato dal fatto che “presto o tardi la vita ti asseconda“.

La ricerca spasmodica dell’amore da parte di tutti gli uomini e le donne sembra essere un tratto caratteristico di tutti i personaggi di Fedeli, e prendo questa poesia

Qui non l’ha voluta nessuno, l’Elena/quella dagli occhiali spessi e il sorriso/lontano. Forse per la voce dura/o per la mimica da maschio tutta/sul viso da adolescente mancata./Ti dicono sappia amare comunque/e si dia alla bene in meglio se cercano/l’amore qua e là. È felice così tra un libro di Sartre e il sabato al centro/commerciale dove un po’ si sparisce/tutti e la cosa fa bene. Ma vuole/la vita come a prenderla con lei,/tenerla stretta religiosamente./E mente sugli anni che fa dolcezza/quando le chiedono i ragazzi in giro/e diventa rossa, quasi il colore/la nascondesse al mondo. Poi respira/a fondo, cercando nell’aria un senso,/qualche protezione al sole e all’età./Chi sa giura sia questione di un attimo,/giusto a stringerci l’esistenza intera/prima del lunedì di turno al bar/e i giorni uno dopo l’altro, a scalare.

Una donna non giovanissima, mascolina, non molto bella, dalle lenti molto forti, che legge Sartre ed è felice al centro commerciale, che mente sull’età, ma “ vuole la vita come a prenderla con lei “, e “ che respira a fondo cercando nell’aria un senso “: quante persone così conosciamo tutti noi, persone che ci passano accanto e che spesso non notiamo, quante donne come questa che segue,  ci sono nei nostri alveari-condomini ?

…Che dici della signora di sotto,/quella al piano basso del gatto sordo/che parla con la tele poi lo dice/se passi perché così sai che esiste./Forse imbianca un po’ alla volta in attesa/del figlio che non chiama mai

o quante persone come questa Greca del bar abbiamo incontrato in certi bar di periferia?

È donna d’età/e si maschera così come viene/tra il biondo tinto e l’idea che prima/o poi si invecchia comunque./ 

e che tratto pittorico sa trovare Fedeli nel gesto di questa donna che segue, che si liscia la gonna, gratificandosi immaginando di essere pensata o desiderata ancora  da qualcuno, e direbbe Leopardi “ mira ed è mirata “ ( malgrado l’età, mi sento di aggiungere ) lieta di mostrare le spalle e ovviamente i fianchi

Vorrebbe/la vita lunga per sé e un sogno vero/che vinca la notte ogni tanto, giusto/per credere senza vergogna a un dio/buono. E veste alla meglio carezzando/la gonna che fa bene al cuore pensa/quando pensano a lei. Cose da nulla/mentre si specchia furtiva qua e là/per non dare nell’occhio, ma si piace/proprio come mamma l’ha fatta e mostra/le spalle finché si può.  

Anche nella parte intitolata CODE, Fedeli approfitta per osservare chi come lui è in fila sulla tangenziale al mattino per andare al lavoro ed anche in questo caso vengono fuori degli spaccati umani di uomini e donne immersi nei loro pensieri che l’autore cerca di decifrare analizzando i piccoli gesti che ognuno compie inavvertitamente durante le attese.

In questo caso osserviamo un uomo al volante accompagnato dalla famiglia che osserva una donna che è nella vettura accanto:

Forse è il silenzio del suo sguardo l’uomo/in coda sul raccordo, forse ha un nome/anche lui, anche lui ha ricordi. Vorrebbe/fumare un po’ ma sa che non si può,/più per la moglie e il figlio pensa mentre/osserva di là i riccioli rossicci/della signora che sbuffa e la immagina/tutta in gonna e tacchi, poi si vergogna/quanto basta.  

ed il ragazzo che guida ha qualcosa di certi giovani  carichi di vitalità e di speranze di certi racconti di Pavese:

Accarezza/l ‘asfalto allora pensando alle donne,/i baci che saranno.

Ma il continuo arrovellarsi attorno al senso del vivere non abbandona il nostro autore che, pur se in coda in tangenziale, non può fare a meno di riflettere sul fatto che

La chiamano/libertà questa svolta senza meta/finché c’è strada e ciascuno si dà./Per meraviglia o realtà si procede/e ci si assomiglia senza pretese./È il miracolo di un giorno che va,/l’intesa dei respiri uno via l’altro,/il fatto che soli o insieme si vive.

I due versi finali tratteggiano un’amarezza profonda, un’attesa che non si sa esprimere, ma  tutto è in questo verso “soli o insieme si vive“. 

Ed anche il Pino della Barona che ha un nome che poteva andar bene ad un personaggio di Gaber o Jannacci non si sa sottrarre al destino comune e

Però gode, che la vita va e viene/quasi non ci fosse tempo abbastanza/e finisse lì prima delle chiacchiere/al bar o di uno sguardo buttato/sulle donne in giro, giusto a capire/che ogni cosa è a posto. Tanto a morire/nessuno ci pensa, ammicca toccandosi/un po’per scaramanzia, nemmeno/il gesto nascondesse un orizzonte/comune, una democrazia piena/come nelle canzoni di Gaber.

I personaggi che Fedeli ci mostra sono tutti come quelli ritratti da me in modo approssimativo. Come in altre raccolte, egli è capace di coniugare una visione abbastanza esistenziale dell’esistenza con una concezione positiva del mondo e delle persone, senza pregiudizi e senza alcun moralismo di maniera. Sembra dire siamo così fragili, stanchi a volte, depressi, avviliti,  conscio che sia indispensabile coniugare l’aggettivo “ buono “ come egli fa in tutto il suo lavoro con il maggior numero di sostantivi possibili, proprio come questa “ signora del lunedì “ con la quale chiudo questo mio viaggio nei versi di un poeta che io continuo a ritenere tra i più attenti alla vita ed agli uomini che fino  ad oggi io abbia incontrato

La signora del lunedì prende//le cose del mondo come una mamma/buona. Vorrebbe un futuro per tutti/se pensa alla vita e il pensiero va/fin dove si può. Poi stende il bucato//in silenzio, quasi il gesto annunciasse/un rito a guardia dei tempi, che portino//bene si dice ridendo e il sorriso/tiene a bada le nuvole perché/la pioggia non venga. Si sfila dopo/immaginando maggio e un po’ il sole,/che si scopra nella democrazia/dei giusti e ciascuno ne goda almeno./C’è una poesia di fondo ammette/quando il balcone acquista luce e vanno/le voci sotto, tra giacche e parole/di fretta: è la fatica del giorno/che si dà, nessuno ne è immune.

cover la meraviglia
in apertura, Grand Budapest Hotel, Wes Anderson, 2014

 

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