La mia lingua, la mia poesia, di Vincenzo Mastropirro

1_Arthur Dove, Albero, 1935 copia

La mia lingua, la mia poesia, di Vincenzo Mastropirro.

    

    

Sono un musicista che ama molto la poesia soprattutto quella contemporanea, scrivo poesie in dialetto perché mi è capitato, mi è piaciuto e poi ho continuato.
Ho esordito nella scrittura da “adulto” dando una forma ai miei pensieri, in maniera parossistica posso dire che “camminavo Nudosceno”.
“Nudosceno” pubblicato da LietoColle del 2007 appunto, è stato ed è tutt’ora il mio impegno personale per abbattere molte delle ipocrisie, convenzioni e banalità che affiorano troppo spesso nel nostro vivere. Un mettersi a nudo al di là delle falsità della nostra società che talvolta brucia, sovrascrive, cancella, rimuove l’ideale della Poesia stessa. Quasi contemporaneamente scrivevo versi in dialetto di Ruvo di Puglia, il mio paese in provincia di Bari e, scrivendo sentivo che le immagini e il versificare era più immediato, più diretto, più forte. Ho continuato a scrivere in ruvese scoprendo che, se da una parte il dialetto lo avevo nel sangue, dall’altra acquisirne la consapevolezza mi ha portato a rivolgermi alla poesia dialettale con maggiore interesse. Il dialetto, per quanto mi riguarda, è qualcosa di concreto; è fatto di un’immediatezza sfrontata, tangibile, tanto che i versi si susseguono in modo più dinamico, più colorato rispetto all’italiano, una sorta di movimento dinamico, dove il poeta a volte è il regista del pensiero perché le immagini sono già tutte contemplate, e così, non mi rimane che osservare e scegliere!
Il valore della poesia in dialetto è certamente un potente arricchimento culturale. E’ la forza che si condensa nella lingua parlata con l’irruenza di una rapida che diventa cascata dentro l’energia, il turbine e l’impeto del proprio rapporto con le cose. E, proprio la potenza di questo in fieri, che induce al cambiamento, così anche io ho intrapreso un cammino poetico variegato, inizialmente timido, poi sempre più manifesto ed estroverso, per arrivare adesso al gioco. Il gioco degli specchi, il gioco di opposti, a tratti riappare quel “gioco” che per Pessoa era il mestiere primario del Poeta: il fingitore! Colui che deve saper fingere per raccontare la verità. Adesso infatti vivo e convivo in questa mia poetica in un clima festoso, giocando con le parole e soprattutto i suoni. I bambini sperimentano il suono gettando gli oggetti per terra, io faccio la stessa cosa con le parole, le lancio per aria e, al loro impatto col suono, decido: tengo o lascio, aggiungo, sostituisco o inverto ecc.. In queste mie ultime prove di volo c’è la voglia di impastare l’italiano al dialetto, sia in forma poetica tradizionale che in forma aforistica. Certo non poteva mancare nel mio repertorio la massima rappresentazione della sintesi: l’aforisma! Pensate un po’ cosa può diventare un aforisma in dialetto! Questa è una scommessa che voglio provare a condividere con chi sarà abbastanza pazzo da seguirmi in queste virate poetiche, perché sono una persona aperta al cambiamento, aperta alla diversità e soprattutto contro le barriere architettoniche fisiche e mentali: “senza regole” è, in campo artistico, la migliore regola da seguire è il proprio istinto! Del resto, l’innovazione è il coraggio del divenire! In fondo se qualcuno non si fosse spinto oltre a strofinare due pezzi di pietra, non saremmo qui adesso!

Chiudo questo mio breve inciso con le parole del poeta lucano Albino Pierro: “Quello di Tursi, il mio paese in provincia di Matera, era una delle tante parlate destinate a scomparire. Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente.” Ora, basta cambiare Tursi con Ruvo di Puglia, e “u sciuche è fatte…” il gioco è fatto!! Naturalmente considerando la distanza che corre tra il grande Poeta lucano e il…
poemusico che sono e amo definirmi.

  

Èje so note arrangiòte
cume quanne t’appunde la brachìétte
cu le bettiune all’ammìérse.

So note arrangiòte
saupe a re scole de la vèite
cu chjande ‘nganne e u saule ‘mmone.

Èje so arrangiòte
acchessèje nascibbe
acchessèje me ne voche.

    

Io sono nato arrangiato/ come quando ti abbottoni la brachetta/ con i bottoni al contrario.// Sono nato arrangiato/ sulle scale della vita/ col pianto in gola e il sole in mano.// Io sono arrangiato/ così nacqui/ così me ne vado.

*

l’uomo nero

quanne ère uagnaune
pe’ famme peghjò paghiure
deciàine: mo viene l’uomo nero

ère bescèje ed èje u sapaje

mo vìénene da ddà pe’ sto ddò
assèise saupe a re nudde, so nirue
e fascene paghjure a le granne

    

l’uomo nero
quando ero bambino/ per spaventarmi/ dicevano: ora viene l’uomo nero// era bugia ed io lo sapevo// ora vengono da lì per stare qui/ seduti sul niente, sono neri/ e fanno paura ai grandi

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Prèime de merèje
vogghje scèje saupe la Murge
acchjò na fungiaràule de cardengìdde
angenecchjàmme au custe e dèisce reziìune.

     

Prima di morire/ voglio andare sulla Murgia/ trovare una fungaia di cardoncelli/ inginocchiarmi al lato e recitare preghiere.

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Due aforismi

…quande danne pote fo na capesciòle de carne.

…quanti danni può fare un lembo di carne.

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…amòre è u more pe’ ci more inde a more.

…amaro è il mare per chi muore nel mare.

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L’ètérnetò

A nu funéròle,
so acchiòte iune ca chiangiàje
e chiangiàje cu tutte le sinze.

Ci t’è murte?
Nescìune – m’è ditte – stoche dò
assalìute pe’ chiange l’ètérnetò.

    

L’eternità
A un funerale/ ho trovato uno che piangeva/ e piangeva con tutti i sensi.// Chi ti è morto?/ Nessuno – mi ha detto – sono qui/ solo per piangere l’eternità.
 

Da Timbe-condra-Timbe (puntoacapo ed. 2016)

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U ardaspalle

U ardaspalle
arevuogghje aneme e curpe
ma cure ca faciàje mamme
rescaldàje pure u core
cure core ca me sckattàje ‘mbitte
assaliute a vedaje felò la lone.

Fèile e fèile calde, ca sfèrruzzajne colorote
e ‘mmìézze a re mone saue e l’arie s’agnaje d’ìédde.

    

Lo scialle
Lo scialle/ copre anima e corpo/ ma quello che faceva mamma/ riscaldava pure il cuore/ quel cuore che mi scoppiava nel petto/ solo a veder filare la lana.// Fili e fili caldi/ che sferruzzavano colorati/ tra le sue mani/ e l’aria si riempiva di lei.

Da Timbe-condra-Timbe (puntoacapo ed. 2016)

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Vincenzo Mastropirro è di Ruvo di Puglia, 1960 vive a Bitonto (BA).
È flautista, compositore, poeta, didatta; ha inciso oltre 20 CD, essenzialmente col Trio Giuliani e col Mastropirro Ermitage Ensemble e altre formazioni, cimentandosi in un repertorio classico e contemporaneo. In poesia ha pubblicato cinque raccolte: Nudosceno (LietoColle, Faloppio 2007); Tretippe e Martidde / Questo e Quest’altro (G. PerroneLab, Roma 2009, ampliata e ripubblicata presso SECOP, Corato 2015); Poèsìa sparse e sparpagghiote / Poesia sparsa e sparpagliata (CFR, Piateda 2013); Timbe-condra-Timbe /Tempo-contro-Tempo (puntoacapo editore Novi Ligure 2016); Notturni (Terre Sommerse Roma 2017). Compare in numerose Antologie e Blog letterari. Ha collaborato con Alda Merini, Vittorino Curci ed Anna Maria Farabbi musicando i loro versi. Tra i numerosi premi letterari, gli è stato conferito il prestigioso Premio Lerici Pea 2015 – Sezione poesia in dialetto “Paolo Bertolani”.
Pubblicazioni in poesia: Nudosceno – LietoColle ed. Faloppio (Co) 2007, Tretippe e Martidde (Questo e Quest’altro) Ed. Perronelab nel dialetto di Ruvo di Puglia 2009, VV. Pugliamondo, Edizioni ACCADEMIA di TERRA d’ OTRANTO – NEOBAR 2010, VV. – “Guardando per terra – Voci della poesia contemporanea in dialetto a cura di Piero Marelli e CD allegato al cura di V. Mastropirro – LietoColle ed. Faloppio (Co) 2011, VV. Materia prima 13 Poeti a cura di Letizia Leone – Giulio Perrone ed. Roma 2012, Poèsìa sparse e sparpagghiote – Poesia sparsa e sparpagliata – ed. CFR Piateda (So) 2013, AA.VV. L’Italia a pezzi Antologia di poeti italiani in dialetto a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi, C. Sinicco – Ed. Gwynplaine Ancona 2014, AA.VV. Con la stessa voce Antologia di poeti dialettali traduttori a cura di Piero Marelli e  Maurizio Noris – LietoColle ed. Faloppio (Co) 2015, Tretippe e Martidde 2.0 SECOP Edizioni Corato (Ba) 2015, Timbe-condra-Timbe (Tempo-contro-Tempo) – puntoacapo editore Novi Ligure 2016, Notturni -Terre Sommerse Roma 2017.

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Arthur Dove, "Tetti innevati e alberi", ca 1935 copia - in apertura "Albero", 1935, Metropolitan Museum New York
Arthur Dove, “Tetti innevati e alberi”, ca 1935 – in apertura “Albero”, 1935, Metropolitan Museum New York

 

 

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