La misura dello zero di Bruno Galluccio, considerazioni a margine di Lella De Marchi

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La misura dello zero di Bruno Galluccio, Einaudi ed. 2015, considerazioni a margine di Lella De Marchi: “la natura umana più alta”.

    

   

“La misura dello zero” è un’opera eccellente, complessa e compatta, ricca di intrecci e di snodi, di salti e di rimandi. Un’intelligente forma di poesia, che sceglie un percorso piuttosto sui generis, che fa della inusualità e del difficile, ma non incomprensibile, il proprio cavallo di battaglia. Galluccio gioca la partita della conoscenza, del cercare di penetrare il mistero dell’indicibile dell’inspiegabile dell’insensato dell’ingiusto e dell’ignoto, il mistero della vita e della morte tout court (punti in cui da sempre si condensa e si convalida l’origine di ogni ricerca poetica) su due registri profondamenti differenti, ma entrambi capaci, a modo loro, di descrivere e svelare “le umane sorti e progressive”, come direbbe Giacomo Leopardi.

Da un lato Galluccio adotta nel suo seno il ragionare scientifico, derivandolo in special modo dalla fisica (scienza di cui è profondo conoscitore), inseguendo un sistema cosmogonico, che lo ricollega forse al più grande tentativo della latinità in questo senso, ovvero al De Rerum Natura di Lucrezio, opera tanto studiata quanto censurata per molto tempo. Solo qualche esempio, tra i numerosi che si rincorrono magistralmente e senza forzature in tutte le cinque sezioni del libro, che hanno, tra l’altro, titoli fortemente emblematici (Misure, Sfondi, Matematici, Transizioni, Curvature):

“fu scoccata al bing bang la freccia del tempo / e segna ancora oggi la nostra direzione/ e pure fu lanciata la freccia dell’entropia / per cui la tazza che si infrange non si ricompone / la polvere non ritorna spontaneamente al muro ” , “l’universo non tace mai / e quello che fu detto tra noi si propaga / rimane una piccola frazione / della vibrazione al fondo degli spazi” , “ abbiamo geometria in quattro dimensioni / per ogni evento e punto che accade” e poi ancora “ quel che possiamo conoscere / entra nelle formule / il nostro osservare non è innocuo / gli stati di materia sono possibilità infinite sovrapposte / quando guardiamo ne scegliamo una”. Il linguaggio segue il periodare scientifico, è asciutto e terso, è capace di sedurre con la sua obiettività e deriva certe sorde sonorità dalla narrazione scientifica.

Dall’altro lato, Galluccio non rinuncia al ragionare poetico, con le sue incursioni nel mondo gli oggetti e le cose, le sue domande umane nei confronti del tempo, dell’universo insondabile, più o meno scibile, della nostra presenza in forma di corpo materia e memoria, della nostra umana piccolezza. Cito ancora, dall’enorme inestricabile messe di cose e sensazioni: “dici dove non sei / dici attraverso il corpo / la linea degli edifici sull’orizzonte / che ti racchiude / il fango dove passi illeso”, “quella che sarebbe potuta essere mia figlia / sta correndo e mi chiama / ancora indecisa se esistere”, “al di là di questa luna sollievo / inizia la navigazione del tuo corpo / le scapole sono isole dove mi dirigo / salpando dall’attrazione della nuca “ , “il presente mi manca / quel tempo trascorso in cui ora sorridi / le cose oscurate “ , “ abiti la casa che hai dimenticato / un passo più in là e trovi il vuoto / i frantumi che si radunano”. Il linguaggio che segue il periodare poetico è minimalista. Arreso e dolente al tempo stesso, sa velarsi di forme di cristallino lirismo.

Sono solo poche e brevi considerazioni a margine, poiché l’opera nel suo intero è un tripudio sommesso e dolente di molti frammenti, di molte cose, anche in apparente divergenza tra loro. Anche e solo da questi pochi, in senso numerico, versi, possono aprirsi riflessioni a ventaglio, direzioni infinite di lettura. O di non lettura, se volete, poiché niente qui può restare com’è sempre stato, al limite può ritornare a quello che era, per un tempo brevissimo, prima di sparire ancora una volta e magari di ritornare. Come direbbe lo stesso Galluccio “anche le particelle maturano e crescono / aggrappandosi alle nostre riflessioni”.

Il fatto è che il nostro adotta, sì, due registri mentali e linguistici differenti, per calibro e origine, spesso anche scissi dalla storia e dal tempo, ma il loro continuo accostamento non produce né disarmonie, né dissonanze, né appare in nessun luogo azzardato o posticcio, resiste molto bene alle possibilità dell’intellettualismo. Galluccio tiene le fila dei due registri con mirabile maestria, senza costringerli alla fusione, senza eccedere in fuorvianti lirismi del sentimento, li fa emergere e rifulgere nelle loro specifiche funzioni, mentre si rinforzano vicendevolmente. Poiché, infatti, il modello fisico su cui si fonda l’opera è quello più attuale e recente, quantico ed antimaterico, l’idea di uno spazio non lineare, fatto di curvature scissioni transizioni ricongiungimenti, di fotoni cellule particelle buchi faglie fessure e ritorni, entrambi i registri si ritrovano, per così dire, e naturalmente in uno stesso punto, svelano senza collidersi una sorta di forte comunanza d’origine, lo stesso presupposto: l’umana impossibilità di ogni certezza definitiva, di una verità immutabile e statica, fosse anche di tipo mistico, il nostro esistere in forma di caduta, in un vuoto e in un tempo che ci raccoglie e rigetta, il nostro proliferare e moltiplicarci, il nostro scinderci e riaggregarci, la nostra umana schiavitù al punto di vista: “sottratte alla volta del tempo / le vite rimbalzano senza rumore”, “sei capitato qui per caso dicevano / è il vapore che si leva sulla strada / è lo sguardo smarrito dai cappotti lucidi / ora tremi nel corpo / esci / ti sembra di non lasciare segni”.

Particolarmente toccante, in una poesia che non fa del toccante il proprio punto di forza, la serpeggiante presenza di una sommessa nostalgia per quello che abbiamo lasciato perdendolo definitivamente, che appare sempre migliore di quello che abbiamo acquisito evolvendo: “sangue sparso sul metallo / sembra sia stato un improvviso dimenticare il mondo / un ciclista perso in una diramazione di pensiero”. Fosse anche e solo lo spazio euclideo tutto quello che abbiamo perduto: “ma noi ci sentiamo a volte perduti / in questo vincolo primario / e proviamo una strana nostalgia / di un ambiente pienamente euclideo”.

Il mondo, visto da entrambe le angolature, è caos primigenio (“perfino quando con la teoria tentiamo / di mettere ordine nell’idea dell’universo / ne accresciamo il disordine totale”), un vuoto assoluto pieno di cose (“scaviamo nell’unico tempo presente / ciascuno di noi entra / nell’accoglienza dell’altro”). Vuoto che si rigenera da se stesso e in se stesso conflagra (“solo rivedendo la forma / avremo spiragli sui possibili / per tutti i treni perduti / gli orari mai consultati”). Il mondo è uno spettacolo inaudito e impensato (“l’uomo delle notti di stupore / si china ora ad esaminare i dati raccolti / dagli strumenti estensioni del suo corpo”). Il mondo è l’attimo di pura energia vitale. La stessa energia vitale che ricercano e che cercano di fermare per un attimo, di “misurare” (“data una sfera nella luce nera / quanto dista il suo centro dall’origine?”) su due piani perfettamente identici e senza ledersi a vicenda, scienza e poesia. Il mondo è “l’invenzione dello zero” che “pone un numero al vuoto / una misura”. “Occasione del niente”, per la scienza, “quantità e pura meraviglia” per la poesia. Il mondo è la nostra creazione di esso, casuale ma al tempo stesso capace di donarci ancora lo stupore e il senso del miracolo. Vale la pena di gustarla tutta, anche graficamente, la poesia che rende un perfetto omaggio al titolo dell’opera.

Contro gli eccessi dei luoghi aperti
Che portano strade di troppe cifre
Si leva l’invenzione dello zero
Sul vuoto finestra quasi ellittica
Occasione del niente
Quantità e pura meraviglia
Si pone fermo ad impedire
Ogni tentativo di moltiplicazione
Varco di sbarramento ai naturali
Simbolo da eresia
Pone un numero al vuoto
Una misura

Ma ancora di più mi preme constatare quello che ritengo, a mio parere, il luogo cruciale di tutta l’opera, mentre ci tengo a sottolineare quanto, pur dovendo o derivando gran parte di se stessa dal ragionare scientifico, quest’opera andrebbe letta senza interruzioni di pensiero o spiegazioni, poiché tutto è contenuto nel suo svolgimento, senso e sensazioni. Il verso o l’insieme di versi che ritengo illuminanti recitano così, per bocca di uno dei più grandi matematici di tutti i tempi, Pitagora, che, insieme a Evariste Galois e Kurt Godel sono presi ad esempio nella sezione Matematici:

“Generare collegamenti è la natura umana più alta / dimostrare è possedere / una parte di mondo dopo averla osservata / condividere una regione del linguaggio. / Frase genera frase e il buio si dirada”.

Sono prese nello stesso nodo scorsoio, scienza e poesia, sono luoghi e necessità della natura umana, abbisognano dell’umano per palesarsi e compiere la loro differente ma uguale missione, creare collegamenti per diradare il buio che offusca le menti ed i cuori. Senza collegare le cose, anche le più apparentemente disparate, non c’è conoscenza. Sia che avvenga collegando punti di osservazioni sul mondo o collegando modi del linguaggio per ridirlo o entrambe le cose insieme, la conoscenza resta la nostra natura più alta. Natura, necessità e linguaggio ad un tempo. “Frase genera frase e il buio si dirada”.

Potevamo anche accorgercene da subito, fin dai primissimi emblematici versi: “la geometria ha i suoi sogni e la sua fame / la matematica di altri mondi germinata / nel recinto delle umane meditazioni”. Ma non si poteva né capirlo né sentirlo da subito, come non si può penetrare il mistero di un libro senza leggerlo tutto, ammesso che sia possibile. Come non si può arrivare da subito alla poesia. La poesia, questo straordinario impasto di teoria e linguaggio, arriva sempre alla fine, dopo dissertazioni o sentimenti che si contraddicono per convalidarsi. La poesia è una pura dissertazione sul sé, sul nostro stare nel mondo, spesso temuta e spesso taciuta, spesso misconosciuta, come l’amore: “si può ricostruire / il guardarti le labbra / dovremmo stare l’uno nell’altro / nella voce dell’altro / senza le scorie / come dopo la forza / dell’avere taciuto”, ammette Galluccio nell’ultima sezione, svelandosi. Ci vuole forza e l’aver superato molte teorie e molti silenzi per stare l’uno nell’altro, per stare in sé.

galluccio

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