La musa del coraggio di Gemma Bracco, recensione di Luciana Moretto

L'uomo leopardo, Jacques Tourneur,1943

La musa del coraggio di Gemma Bracco, Mondadori Ed., 2017, recensione di Luciana Moretto.

   

    

‘Ma se conosci il segreto delle piccole muse
delle piccole frasi…’

Chi ama e coltiva con passione il genere letterario denominato poesia Haiku non può non restare affascinato dalla meditazione lirica che permea la raccolta di Gemma Bracco, poetessa milanese di nascita e romana di adozione, autrice di ‘La musa del coraggio‘ pubblicato dalla casa editrice Mondadori che già negli anni passati aveva dedicato attenzione alle raccolte dell’autrice.
Nell’insieme potremmo tranquillamente definire questa recente silloge come ‘monotematica‘: in effetti ciò che colpisce è l’assoluto protagonismo della natura nelle sue varie accezioni o declinazioni.
Attenendosi ma senza farlo trasparire nei suoi versi o velatamente incline essa stessa al pensiero orientale, è al mondo della natura (alberi, fiori, uccelli, insetti ecc.) che si rivolge lo sguardo di Gemma Bracco tanto da escludere in modo categorico l’elemento umano, proponendo invece una scelta di vita appartata che nel suo caso gira intorno a un terrazzo o al giardino come luoghi di riconciliazione, specole dalle quali guardare il mondo nutrendo una speranza di calma e serenità

Se non fosse per i vasi e per qualche fiore
Non troverei ragione di contare i giorni ammassati
L’uno sull’altro senza numero

Per poi ribadire:
Alberi farfalle uccelli corolle come ali protettive ‘e trascriverle sembra l’unico fine di questi giorni travagliati‘

Un’apparente fuga dal mondo, un distacco dai mali che lo affliggono vestendo i panni di una giardiniera operosa che continua il suo lavoro nell’attesa di una ipotetica salvezza e poi comunque – giorno dopo giorno – ‘la mattina spacca il guscio‘: salvifico spiraglio di luce che accende di mille sfumature il colore verde di una primavera agli albori

‘ora smeraldo ora giada
ora noce di mandorla
ora verde veronese ora burro ora paglierino
una vestizione che dura un paio di settimane
e si svolge nell’indifferenza generale‘

Ciò che balza agli occhi già nel titolo della raccolta è l’escamotage classico di chiamare in causa la ‘musa‘ – qui essenzialmente l’autrice stessa che a lei si affida e in lei si rispecchia – musa più che invocata, designata nel corso dell’opera come musa avara, musa sospesa, musa dell’assenza, musa minuscola, musa ammutolita e in tante altre varianti espressive, ma soprattutto musa del coraggio, quel coraggio necessario per vivere giorno dopo giorno nella precarietà e nella rovina cagionata dallo scorrere del tempo. E le rovine di Roma antica stanno lì a testimoniare il danno che il tempo arreca alle persone e alle cose.

Senza titolo, i brevi testi della silloge, quasi appunti di diario, si presentano come sequenze vagamente scandite sul ritmo delle stagioni e le ore del giorno, privi di punteggiatura, formalmente semplici e misurati, di piacevolissima lettura. Appare a volte un po’ troppo insistita la ricerca della rima che del resto ha il potere di suggerire una cantabilità oltre ogni algido classicismo.

‘Esperta di solitudine‘ così si autodefinisce Gemma Bracco nell’incipit di uno dei suoi testi migliori mostrandosi peraltro coraggiosamente ostinata nonché fiduciosa nel sostegno della poesia, risoluta nell’accettare la sorte di una intrepida vecchiaia e le inevitabili trafitture

‘il fresco desiderio dei venti
sospinge sull’onda
anche le nostre vele temerarie‘

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in apertura L’uomo leopardo, Jacques Tourneur,1943

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