La Paura e la Città, di Franco Campegiani

Il villaggio dei dannati, John Wyndham, 1960

La Paura e la Città, di Franco Campegiani.

     

    

Nei progetti originari la polis non era espressione di un desiderio di separazione dell’uomo dall’ordine naturale, ma una presa d’atto dell’autonomo destino dell’uomo nell’alveo comunque della Terra Madre, in simbiosi strettissima con l’universo e le sue leggi. L’antropocentrismo nacque con un doloroso strappo dal substrato prelogico e mitico-sapienziale del pensiero più antico, rispetto al quale maturò visioni logiche e al tempo stesso tragiche che inevitabilmente lo condussero fuori dalla realtà naturale e cosmica, fuori dalla comunione edenica e fuori dalla relazione che ogni individuo è chiamato ad instaurare con se stesso. La Filosofia e la Tragedia (Razionalismo e Nichilismo) nacquero in parto gemellare da quello strappo, opponendosi al pensiero misterico precedente, contrassegnato dall’adesione alle leggi della vita.

Di certo la polis greca non può essere paragonata alle metropoli dei nostri tempi, ma già il greco classico, al contrario del greco arcaico che si sentiva avviluppato nei misteri della natura e del cosmo, dovette maturare, in virtù del suo fiero razionalismo, visioni trasgressive e inedite, labirintiche e tragiche, di separazione dagli elementi. L’avvento del razionalismo stravolse la visione sorgiva del greco arcaico, aperta ai venti della natura e del cosmo, così l’uomo iniziò a pensare al proprio autonomo destino non più in sintonia, ma in antitesi alla natura e alle sue leggi. E furono germogli destinati a svilupparsi nel corso dei millenni, dando corpo ad una trasgressione sempre più offensiva del creato, e sempre più autolesiva per gli uomini, fino alle odierne aberrazioni autodistruttive, tese ad affrancare radicalmente l’uomo dall’ordine naturale.

A caratterizzare l’attuale fase della storia (il cosiddetto Postmoderno), rispetto alla cultura dei borghi contadini di un tempo, è l’anonimato, la dispersione dell’identità individuale e civica. Le odierne metropoli sono abitate da una massa grigia di automi e non più dai colori variegati di un popolo che fondava tutto sulla diversità e sulla coralità, a partire dalla coralità dell’uomo con se stesso. Sono questi gli esiti di un umanesimo contrapposto al terrestrismo delle arcaiche culture, dimentico del ruolo di custode dell’Eden, assegnato all’uomo dalla creazione universale. Quello odierno, a dispetto delle aggressive comunicazioni di massa in cui siamo immersi e da cui siamo sovrastati, è sostanzialmente un mondo irrelato, dove ciascuno è chiuso in se stesso, ripiegato su se stesso, artefice di relazioni inautentiche, avendo smarrito il primo anello della catena relazionale che pone l’individuo in comunione con se stesso.

Saltato quello, è saltata l’intera catena e l’uomo si è ridotto a vivere nella periferia di se stesso, in una convivenza superficiale e parolaia, conformista e omologata, senza autenticità. La sua esistenza, consumata all’interno della sferragliante gazzarra megalopolitana, é paradossalmente schiacciata in una solitudine dolorosa ed estrema, fonte di angosce e disagi sconosciuti al tempo in cui la vita era corale e ciascuno viveva in comunione con se stesso. La morte del popolo va di pari passo con la morte dell’individualità. Entrambi (individuo e popolo) sono stati infatti immolati sull’altare della società di massa dei tempi attuali. Il nichilismo sta qui. Qui il senso tragico di un vivere irrimediabilmente separato dal vero, smarrito nella vita anonima e robotizzata della grande città.

Sta qui lo spaesamento e la profonda inquietudine dell’uomo d’oggi, l’accentuazione del male di vivere e l’angoscia per una diaspora interminabile, per una discesa senza fine agli inferi, per una caduta nel baratro del nulla, nelle fauci insaziabili del buco nero dell’infelicità. Qui infine la paura di vivere dell’uomo d’oggi, disorientato nei labirintici paesaggi urbani, dove i mostri e i fantasmi della psiche scavano gallerie inespugnabili, con improvvise esplosioni in superficie, eccessi, violenze e follie d’ogni tipo. Non tutte le paure – è ovvio – sono uguali. C’è paura e paura. Un conto è la paura che induce a reagire e a combattere, come anche a fuggire di fronte a una minaccia invincibile, aderendo in ogni caso alla vita. Un altro conto è la paura che blocca e irretisce, chiudendo gli esseri in se stessi, lasciandoli in balìa degli eventi e allontanandoli dalla vita.

La paura del primo tipo è secondo natura ed è un sano istinto naturale che serve a proteggere, a usare prudenza nella lotta, vagliando e affrontando con buon senso le avversità. La paura del secondo tipo non è un istinto naturale, ma un’elaborazione arbitraria, un’inibizione innaturale indotta da plagi e condizionamenti. Un’elucubrazione mentale arbitraria, eccessiva, patologica, che presuppone uno stato raffinato e decadente di intelletto, di civiltà. Da sempre la cultura tende al livellamento, all’omologazione ed al plagio, attentando all’autonomia e alla forza vitale degli esseri, alla loro originalità. Nei tempi moderni la tela del ragno è divenuta particolarmente insidiosa, attraendo e fagocitando senza alcuna pietà, con il risultato di uomini assolutamente fragili, di zombie impauriti e senza spina dorsale, in fuga dall’essere alare che gli vive dentro e che li vorrebbe padroni di sé, senza paure, lieto di viaggiare in simbiosi con il loro intelletto, illuminando e colorando i meandri più bui ed anonimi della loro città.

         

Il villaggio dei dannati, John Wyndham, 1960
Il villaggio dei dannati, John Wyndham, 1960

2 thoughts on “La Paura e la Città, di Franco Campegiani”

  1. Interessante e convincente l’articolo di Franco Campegiani, che – ripercorrendo il cammino dell’agglomerazione umana partendo dall’arcaica polis greca – giunge ai giorni nostri, con una rara capacità di sintesi ed un efficace incontro/scontro con i problemi che assillano e opprimono ormai le realtà metropolitane.
    “Nei progetti originari la polis non era espressione di un desiderio di separazione dell’uomo dall’ordine naturale, ma una presa d’atto dell’autonomo destino dell’uomo nell’alveo comunque della Terra Madre, in simbiosi strettissima con l’universo e le sue leggi” – scrive -, e ancora: “Di certo la polis greca non può essere paragonata alle metropoli dei nostri tempi, ma già il greco classico, al contrario del greco arcaico che si sentiva avviluppato nei misteri della natura e del cosmo, dovette maturare, in virtù del suo fiero razionalismo, visioni trasgressive e inedite, labirintiche e tragiche, di separazione dagli elementi”.
    Ciò sta a significare che il processo di distacco non è da attribuire soltanto a tempi recenti ma che, nell’uomo, è sempre esistito il desiderio di volersi affrancare, in qualche modo, dalle leggi naturali. E, aggiungo, fino ad un certo punto, anche questo rientra nella naturalità delle cose: voglio dire che è legittimo che il figlio voglia “disfarsi”, liberarsi della presenza ingombrante del padre e della madre e vivere la propria personale esperienza di vita. Le difficoltà (i guai, se mi è consentito) nascono quando salta “il primo anello della catena relazionale che pone l’individuo in comunione con se stesso”: già, perché è in quel preciso momento che ci si conforma, ci si condanna alla solitudine (con buona pace della sbandierata era della comunicazione) e dunque alla paura.
    “C’è paura e paura. Un conto è la paura che induce a reagire e a combattere, come anche a fuggire di fronte a una minaccia invincibile, aderendo in ogni caso alla vita. Un altro conto è la paura che blocca e irretisce, chiudendo gli esseri in se stessi, lasciandoli in balìa degli eventi e allontanandoli dalla vita.” – dice Campegiani mettendo il dito nella piaga – ed è vero. La paura del fuoco fa fuggire e salva dal rogo oppure fa imparare a domarlo e ad amarlo; quella – condizionata, mentale e “arbitraria” – del vuoto interiore che non si riesce a colmare ci porta dritti dritti a cadere nel baratro.
    E’ quello che sta avvenendo: paradossalmente, siamo arrivati ad avere paura di noi stessi, noi che – parafrasando ancora Franco – dovevamo essere i custodi dell’Eden.

    Sandro Angelucci

    1. Carissimo Sandro, grazie per la tua condivisione. Hai sintetizzato in maniera esemplare il mio pensiero, rendendolo più chiaro e fruibile, in particolare nel punto in cui sostieni che le relazioni tra gli esseri si fondano innanzitutto sulla relazione di ogni essere con se stesso e che in assenza di tale incontro “ci si condanna alla solitudine… e dunque alla paura”. Paura di se stessi, che irretisce, da distinguere nettamente dalla paura per un pericolo esterno che invece spinge ad essere reattivi, secondo natura. Molto interessante trovo anche la sottolineatura che “il processo di distacco (dall’ordine naturale) non è da attribuire soltanto a tempi recenti”, alludendo al fatto che l’analisi svolta parte da molto lontano (dalle origini della civiltà occidentale nel razionalismo greco e greco-romano). Andando più in profondità, possiamo anche dire che quel razionalismo non è che una variante della superbia razionalistica che da sempre affligge il genere umano, già nel Genesi adombrata nella splendida metafora dei “frutti proibiti”.
      Franco Campegiani

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: