La poesia contro l’oscurità, di Max Ponte

Dismaland, foto Yui Mok/PA Wire

La poesia contro l’oscurità, di Max Ponte.

    

   

Accolgo con piacere l’invito di Versante Ripido ad esporre i miei pensieri sulla poesia contemporanea, sulla poesia performativa e il poetry slam.

La poesia è un lavoro continuo, di scrittura ed esistenza, un percorso per ogni autore, nel quale è necessario guardarsi e riguardarsi allo specchio più volte, rinnegarsi se necessario. Ritengo che ogni poeta, come la poesia e la natura umana di cui è espressione bien sûr, sia potenzialmente infinito. Ogni giorno il poeta si trova davanti a limiti di spazio, tempo, davanti a limiti di tipo materiale che frenano l’espressione del suo sentire. In questo il suo destino è più simile a quello di un artista che a quello di un narratore. Non che non ci sia artigianato, labor limae, non lo nego, ma nel poeta vedo maggiormente l’incidere del tocco geniale ed improvviso e la conseguente emergenza del “quid”. Che cos’è il “quid”? Non c’è una risposta, il “quid” è quel qualcosa che tu sai esserci e che fa la differenza, che ti dice che quel poeta è arrivato dove doveva arrivare.

Se un poeta arriva ad alti livelli è merito suo? Esiste meritocrazia quindi? Io penso, e in questo il romanticismo già disse tutto, che il poeta non sia un semplice realizzatore e compilatore. Il poeta è un interprete, se vogliamo dirla con un termine impegnativo il poeta è un vate. Calato nel proprio tempo, gettato nella realtà storica dei nostri giorni il poeta come un rabdomante sente le vene della propria civiltà, le sente fino a fondersi col tutto, fondersi con/fondersi e s/fondersi ritornando ad essere uomo. Il poeta è un mutante, metamorfico si insinua negli oggetti di ogni giorno, nei rifiuti negli scarti, li odora, guarda come un cane famelico nell’immondizia. E poi risorge ed ama e di ogni amore ne fa una questione universale se raggiunge la scrittura. Perché nella poesia c’è il passaggio filosofico dell’induzione, dal particolare si passa all’universale e il tutto in un soffio. Io lo chiamo “soffio induttivo”, è uno dei poteri della poesia.

In questi tempi infausti che corrono, fra neonate guerre, fra il venir meno dei diritti fondamentali dei cittadini, la poesia assume un ruolo fondamentale, e si impone come un fenomeno assolutamente anacronistico. La poesia non si compra, non si vende, spesso non si legge, non si distingue immediatamente, eppure la poesia c’è. E la poesia ritorna oggi alle sue origini in cui era poesia orale e poesia totale.

Il poetry slam, che è oggi un fenomeno in crescita in Italia, è una gara poetica in cui tutti possono partecipare leggendo componimenti di non più di tre minuti di proprio pugno. Le poesie vengono votate da una giuria popolare, non viene ingaggiato alcun critico e non ci sono diplomi o patacche. La poesia ritorna al pubblico, si scopre, si manifesta anche a coloro che non la ascoltano da tempo o l’hanno rimossa dalla loro vita. La poesia ritorna alla sua dimensione orale, quella che ci arriva dall’antichità, è la rivoluzione al contrario, quella di cui parlava Adriano Spatola. Oggi esistono due organizzazioni nazionali, che nella loro diversità e non senza polemiche, propongono gare poetiche in tutto il paese.

Ma non sono tutte rose e fiori, la poesia italiana è un campo di battaglia. In questi anni ho assistito alle brutalità della società poetica entrando in prima persona in alcune attività letterarie: eventi, dibattiti, recensioni. Questo lato oscuro è rappresentato da chi vive la poesia come un territorio da occupare militarmente, da difendere urlando contro l’avversario, una bandiera a cui aggrapparsi irrazionalmente secondo la legge del branco. Dialettica, democrazia e rispetto del prossimo diventano fantasmi. Ed emerge prepotente in alcuni autori l’ansia di intascare quei quattro danari che sono legati al poetare (rimborsi, gettoni, viaggi) ma che diventano uno status-symbol. Questa aggressività, sottolineo, non è un segno di appartenenza ad uno spirito neoavanguardista ma solo una forma di oscurantismo autoreferenziale. Vorrei ricordare che Marinetti, da gran disturbatore e qual era, fu un intellettuale generoso nei confronti dei suoi prossimi (finanziava tutto il movimento e soprattutto gli artisti più poveri) inoltre aveva una grande apertura nei confronti dei giovani. Lo ricorda Maurizio Calvesi che, giovane poeta, fu ricevuto dal Marinetti in casa sua dopo una semplice telefonata. La questione non è nella secolare diatriba fra poesia lineare e poesia sperimentale, la questione è fra persone in buona e cattiva fede. La poesia può essere declinata in vari modi, possono essere modi complementari. Io stesso sono autore di poesie “classiche” e poesie performative, visive, sonore. Non è la forma della poesia il problema ma le persone. Così come qualcuno diceva (Kafka) che il problema non è l’amore ma sono coloro che vi sono coinvolti.

A giocare a favore della poesia c’è il tempo. Libri, fenomeni e poeti alla luce del tempo possono essere visti con maggiore attenzione ed oggettività. La poesia italiana si presenta comunque come una poesia viva come viva è la cultura del nostro paese. Più volte qualcuno ha provato a sostenere il contrario ma non ci ha creduto nessuno. La poesia c’è e vi dirò di più, la poesia può far paura, perché nasconde il grandissimo potere che è il potere della parola. Alcuni versi possono sconvolgere far piangere o indurre qualcuno a far qualcosa. Nella poesia c’è la possibilità di incantare e di condizionare. Questo è quello che in fondo si invidia ai poeti, la capacità di far entrare le persone in un’altra dimensione, astrarle dalla quotidianità, e il tutto con poche parole che non costano niente. E basta una penna su uno scontrino o basta ricordarsele. MP

      

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Il blog dell’autore con biografia e opere
http://www.maxponte.blogspot.it/

                       

Dismaland, foto Yui Mok/PA Wire
Dismaland, foto Yui Mok/PA Wire

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