La poesia e il futuro, di Francesco Di Lorenzo

Lewis Hine, "Jo Lehman, 7 anni, venditore di giornali, New York", luglio 1910, in apertura"Bambini in fabbrica n. 440", Sud Carolina, 1908, Met Museum

La poesia e il futuro, di Francesco Di Lorenzo.

     

     

Definire oggi (e da sempre) che cosa sia la poesia è un’impresa difficile se non impossibile.
La questione è stata ampiamente dibattuta e una soluzione accettabile non si è trovata. Certo, ci si potrebbe accontentare adottando una definizione disponibile sul mercato. Già da altri confezionata. Adattarla alle singole e particolari caratteristiche e il gioco è fatto. Almeno all’apparenza.
Oppure ci sarebbe da inoltrarsi in altri territori, scendere su un terreno più tecnico, pensare che la poesia sia quella particolare forma di scrittura letteraria con delle regole precise: riga corta, andare da capo, contare le sillabe, essere attenti alle rime e alle assonanze. E poi, continuando su questo binario, arrivare a pensare di possedere la ricetta per scrivere buone poesie. Sarebbe bello, ma non è così. Insomma, neanche frequentare la facoltà di lettere, ti fa diventare poeta.
C’è, poi, anche a disposizione una soluzione minimalista, vale a dire il tentativo di circoscrivere l’ambito particolare in cui ci si muove, usando termini ‘banali e terra-terra’. Dopo le parole ‘alte e forti’ qua e là sentite, riportare l’argomento al suolo. Far scendere dal cielo l’eterna discussione e poggiarla sulla superficie terrestre, adagiarla ad altezza d’uomo, o anche rasoterra, per rendere la cosa più compatibile ed accessibile a tutti. Potrebbe essere un’idea. Tra l’altro, qualcuno ha suggerito che la poesia serve ‘ad accompagnare regali, oggettistica, pegni d’affetto, a guarnire lettere ed e-mail, soprattutto in momenti topici come nascite, matrimoni, compleanni, morti’.
Ma si capisce che, sia con questa che con le altre soluzioni, pur nella loro attualità e sincerità di fondo, si resta ancorati nel regno dell’effimero.
Un ulteriore tentativo (o esperimento che dir si voglia), potrebbe essere quello di partire da presupposti più generali, senza alcuna pretesa di oggettività, ed arrivare a prefigurare, questa volta, uno scenario futuro per la poesia.  In altri termini, proprio riconoscendo la volatilità del tentativo di definire la poesia e in virtù di questo, costruire un percorso essenzialmente non lineare, poco accademico, quasi anarchico, che sia preludio però ad un discorso che basi la sua essenza su che cosa possa attendersi la poesia dal futuro, un futuro che spesso a nostra insaputa è già iniziato, solo che non ne vediamo bene i contorni.

Partiamo dall’ipotesi non assurda che la poesia sia un movimento che attraversa l’uomo.
Assumiamo quest’ipotesi come punto di partenza. La poesia è quindi una forza, un’emozione che attraversa l’uomo e che può essere generata sia dall’esterno che dall’interno della persona che scrive. Non c’è una regola precisa. In effetti, la poesia o è il frutto di qualcosa di nostro, che nasce e si sviluppa in noi, oppure viene da fattori esterni che ci colpiscono in modo particolare tanto da farci sentire il bisogno di parlarne. Si tratta naturalmente di emozioni, sensazioni, percezioni, stupori, meraviglie, dolori, gioie, eccetera.
Però le emozioni, sia quelle generate da noi, sia quelle da noi surrogate, pur se partono o si servono di noi attraversandoci, non sempre arrivano da qualche parte. Spesso si bloccano. In pratica, pensandoci, sono in maggioranza le emozioni che non arrivano a destinazione, cioè non diventano poesia, che si perdono. Altrimenti sarebbe molto più alto il numero dei poeti. Tutti, in misura diversa, abbiamo e proviamo emozioni, ma non tutti sentono il bisogno di esprimerle in poesia.
Alcune addirittura sono false, non mantengono le premesse/promesse e risultano vuote. Appena passato un po’ di tempo, un minuto o cent’anni (ma generalmente poco) si smaterializzano, perdono consistenza, ti salutano e se ne vanno per sempre.
Altre volte invece succede, chissà perché, il raggiungimento del miracolo poetico.
La poesia allora è essenzialmente un moto inconscio come lo è l’amore. In percentuale altissima non si riesce a gestirlo, l’amore. E neanche la poesia. Un poeta diceva che arriva, se ne va, ti abita per un po’, poi ti saluta, fa come se fosse a casa sua. E in effetti, a pensarci, lei (la poesia) si sente/si comporta così.
Però, quando ci abita, in quei momenti che ci abita (anche se in affitto), se si riesce a darle una forma, allora si sente/comunica, una grande quiete interiore. Come se avesse raggiunto uno scopo. Quando invece non arriva alla coscienza allora siamo inquieti, non troviamo pace, ci intristiamo e anche peggio.
A questo punto e proposito, anche per scomodare qualcuno di importante, ci viene in aiuto M. Cvetaeva, la quale diceva che “la poesia è qualcuno o qualcosa che dentro di noi vuole disperatamente essere”. Non esprimere qualcosa, ma essere qualcosa. In fondo, esprimere può anche essere falso, essere invece è diverso: se pure fosse falso, il nostro essere sarebbe un falso d’autore. In tutto questo agisce e prospera qualcosa che noi non conosciamo, o non conosciamo abbastanza: il nostro IO. Che in effetti copre l’essere non per proteggerlo solamente ma proprio per difenderlo, chissà? Eppure, quando raggiungiamo veramente l’essere, per tornare alla Cvetaeva, preferibilmente andiamo in crisi. Non reggiamo il confronto.
Per fare tutti questi passaggi ed arrivare al dunque, si sa, usiamo la parola, senza sarebbe impossibile anche pensarlo un simile discorso. E spesso la parola che usiamo non è affatto cosciente. Anzi. Di più anche. Il poeta non sa quello che scrive, si esprime attraverso il proprio inconscio, è in balia di qualcosa/qualcuno più grande di lui, ma può farcela. La poesia non ha una funzione esplicita, rivela solamente chi siamo; è scarnificante, ci mette nudi in relazione agli altri i quali giudicano, lo fanno per mestiere, ma non in senso negativo. D’altra parte, però, mentre entriamo nella nostra profondità, mentre incontriamo il nostro essere (la nostra profondità) noi cambiamo e ci trasformiamo e lo facciamo senza saperlo, senza volerlo. Nel mentre capiamo meglio noi stessi, abbiamo la grande opportunità di sapere qualcosa in più di noi stessi, di strappare una manciata di spiaggia (di terra) al mare magnum dell’incoscienza. La poesia è la passerella per raggiungere la coscienza, un mezzo per arrivarci. Ma non tutto è così semplice: ci vuole pazienza e soprattutto ci vuole perseveranza. Questo il segreto, ma è un segreto che sanno tutti, il segreto di Pulcinella. Per capire però la poca linearità di tutto il discorso (e di tutto il percorso), c’è solo da rovesciare l’arazzo o il ricamo. Dietro una poesia ci sono fili interminabili, intricati e inestricabili, impossibili da capire, da razionalizzare. E questo è un riferimento a M. Foucault.

D’altra parte quello che finora si è detto per la poesia, avviene dentro una visione individuale che coincide con una visione paradossalmente collettiva: una visione espressione di una intellettualità passata e presente. Ma per il futuro? Ecco, per il futuro l’ipotesi potrebbe essere rivolgersi ad ambiti e punti di vista diversi e nuovi. Campi che mettono in rilievo l’importanza della soggettività, come potrebbe essere la psicologia politica. In un suo recente libro, appunto, il professor Enzo Spaltro, ci indica alcune ipotesi per il futuro. Anche per il futuro della poesia. Il libro si intitola “Un futuro bello”, edito dalla Uppress di Bologna. Egli parte dalla costatazione che sono cambiati e stanno cambiando i paradigmi che ci hanno accompagnato in passato. “Cambia il senso del tempo e dell’appartenenza. Cambiano i linguaggi con cui esprimiamo le nostre relazioni. Tutto diventa più numeroso, più grande e più bello”. Anche la poesia può oggi permettersi di ampliare i suoi tempi, raggiungere molte più persone, essere fonte di grandi promesse. Oggi la poesia può raggiungere questi obiettivi come mai nel corso dell’umanità. E se è vero “che l’umanità oggi può autodistruggersi, è altrettanto vero che questa stessa umanità oggi può auto svilupparsi incredibilmente”.
Pensando alla qualità della vita del soggetto uomo, la poesia diventa veicolo e traino per la bellezza del futuro in una dimensione di gruppo. Da un punto di vista antecedente, una dimensione poetica di questo genere potrebbe sembrare di essere al ribasso, ma non è affatto vero ‘se si pensa al sempre maggior numero di persone che scrivono poesie, e possono pubblicarle, diffonderle, leggerle’. Ed anche alle numerose traduzioni di poesie da tutte le lingue.
Corsi e laboratori di poesia sempre più presenti, la ‘poetry therapy’ accoppiata con la psicoterapia in aumento, aiutano a superare stati di difficoltà ed essere una fonte di benessere. “Esprimersi poeticamente aiuta la sopportazione di tensioni, dolori psichici e stati di frustrazione”, dice il professor Spaltro.
Oggi occorre trovare nuove vie di espressione e occorre farlo in tempi brevi se vogliamo evitare di stare male. Quando cogliamo che esprimerci ci porta al benessere, e che in questo processo sono implicate direttamente sia la nostra libertà che le nostre capacità personali, siamo al punto di poter capire che ci vogliono, che abbiamo bisogno, di altri modi di pensare e di comportarci. Altri modi e vie di/per comunicare. La poesia può essere una di queste vie.

Il piacere dell’arte può essere direttamente collegato ad una delle forme artistiche più espressive che è il linguaggio. Parlare e ascoltare, sia chi scrive poesie che chi le legge, pone al centro della sua espressività la speranza del nuovo che è quella di stare bene e far stare bene. Un attore e un pubblico, un presente e un futuro, l’energia psichica affidata a nuovi oggetti d’amore, ai versi.
Migliorare la qualità della vita delle persone è dove forse la politica in questo momento non può arrivare. Mentre ci arriva benissimo la poesia. Il che implica che esprimersi (poeticamente nel nostro caso) è andare contro la repressione per raggiungere il traguardo dello star bene. Un traguardo che ha a che fare con la liberazione e quindi con la libertà. Liberazione da certi vincoli, da certe cesure per arrivare alla ‘poesia diffusa’. E qui sta il punto. Spaltro propone il chiasmo tra bellezza della poesia e la poesia della bellezza, e poiché come ricorda Dostoevskij, la bellezza salverà il mondo, c’è l’incontro contrapposizione tra il primo ramo ‘che controlla la bellezza della poesia stabilendo se una poesia è bella o no. Invece il secondo ramo sviluppa e lancia la dimensione estetica, sociale e futura della poesia’.
A questo punto vengono fuori un polo espressivo ed uno repressivo, la poesia come viatico al desiderio degli uomini, alla conquista del loro spazio vitale, al benessere e alla ricchezza spirituale che deve però lottare contro il desiderio che a sua volta può diventare paralizzante. Perché il desiderio (come l’emozione) se è poco o se è eccessivo paralizza. Tutto sta nel superare questo stress.
Intanto, resta il fatto che oggi c’è sempre più possibilità di esprimersi, con o senza poesia. Ma con poesia è meglio. Perché? Perché la poesia è un mezzo di espressione ma con un campo ristretto in una dimensione più umana: la poesia è un dialetto. Usa segni e simboli per restare un dialetto, usa opacità, apparenze e trasparenze, usa metafore ma lo fa per arrivare a far star bene. Libera energie represse per convogliarle in un oggetto d’amore. Ma riproduce anche situazioni particolari: infatti se ci pensiamo la poesia è scarsa in un mondo abbondante, ed è poetica dentro un mondo prosaico. È la periferia contro il centro. Mentre la musica non ha barriere, la poesia sì. Le barriere linguistiche ne fanno un dialetto, mentre la musica può essere una lingua nazionale (o internazionale), il dialetto è intimità. La lingua nazionale ha a che fare con il potere. La poesia con l’opposizione a questo potere.
La poesia non ha nessuna regola, ognuno la DECLINA COME VUOLE: ci sono un insieme di forme e contenuti e poi un ‘controllo musicale’. La libertà stilistica della poesia è fondamentale, e ciò può/deve essere visto come una sorta di democratizzazione letteraria.
Il professor Spaltro cita un libro di Donatella Bisutti dal titolo “La poesia salva la vita”. Un titolo dal significato molto vasto. I modi per farlo sono molteplici, il denominatore comune è che la poesia ti fa diminuire il malessere. E se proprio non ti salva la vita, almeno ci prova e te la cambia. Come diceva Zanzotto, “la poesia è ferita e farmaco insieme”. C’è che scrivere poesie dà la possibilità di superare la crisi e di addomesticare il dolore.
Ma una bella poesia alla fine serve anche a creare qualcosa, una bella vita o la sua promessa. E al di là di tutto, il futuro della poesia sta tutto nella sua capacità di creare benessere e bellezza, quindi nella loro fusione che per Spaltro si sostanzia nel ‘bellessere’.
Sta nel desiderio degli uomini di vivere un futuro migliore e per farlo occorre saper usare la bellezza del linguaggio. La bellezza della poesia propone un futuro più bello. Qualcosa che nel momento in cui promette, si avvera.

     

Bibliografia

  1. Bisutti, La poesia salva la vita, Feltrinelli, Milano, 2009.
  2. Spaltro, Un futuro bello, Uppress, Bologna, 2016.
  3. Spaltro, Sinistra, Uppress, Bologna, 2009,.
  4. Spaltro, Il significato della rivoluzione, Guerini, Milano, 2004
  5. Saramago, Poesie, Einaudi, Torino, 2002.
  6. Zanzotto, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2011.
  7. Sanguineti, Poesia italiana del 900, Torino, Einaudi, 1971.
  8. Foucault, La parole e le cose, Rizzoli, Milano, 1967.
  9. Cappello, Azzurro Elementare, Rizzoli, Milano, 2013.
  10. Cappello, Stato di Quiete, Rizzoli, Milano, 2016

              

Lewis Hine, "Ragazzo che porta cappelli, Ney York, febbraio 1912" - in Lewis Hine, "Jo Lehman, 7 anni, venditore di giornali, New York", luglio 1910, in apertura"Bambini in fabbrica n. 440", Sud Carolina, 1908, Met Museum
Lewis Hine, “Ragazzo che porta cappelli, Ney York, febbraio 1912” – in apertura “Ragazzi a Skeeter’s Branch, Jefferson vicino Franklin”, St. Louis, Missouri, 9 maggio 1910, Met Museum.jpg

 

2 thoughts on “La poesia e il futuro, di Francesco Di Lorenzo”

  1. Le nuove condizioni della scrittura imposte dalla sua disseminazione in Rete cambiano completamente la prospettiva dell’autoralità e dunque anche lo statuto del poeta. Ognuno ha la possibilità di accedere e costruire blog e di credere fermamente che la propria scrittura abbia qualcosa da dire. Così alla fine tutti ci arrocchiamo nelle nostre piccole torri di avorio e invece di scendere e andare per strada all’incontro di altre esperienze comunicative, ci affacciamo e caliamo giù la treccia bionda come Raperonzolo sperando che il principe( il critico, il poeta affermato, un buon editore?) possa salire. Le attuali possibilità di comunicazione della poesia portano dunque ad una sua necessaria ridefinizione ontologica : la moltiplicazione di infiniti io poetici, l’impossibilità oramai realizzata di antologicizzare, cioé di capire quali siano i buoni o i cattivi poeti , la segregazione volontaria sulla nuvoletta personale e là sopra la masturbazione verbale tanto praticata da diventare auto-aura. Spaltro definisce impossibile per l’uomo moderno tenersi in equilibro tra la depressione e l’ansia, uno di questi stati d’animo e di questi poli della tensione comunque lo attrarrà. Bene, per me il futuro della poesia deve essere ansioso: fuori dalla comfort zone, darsi, comunicare, andare in giro, scrivere ad altri poeti ed attendere che qualcuno voglia scambiare il tuo punto di vista con te. Poesia organica, poesia no selfie, poesia orizzontale, poesia calda, poesia nomade, poesia della migrazione, poesia dialogica…e approfittare anche di spazi come questi… mi fa un po’ rabbia quando leggo alla fine di un articolo che pone problemi importanti, come quello di Francesco Di Lorenzo,un commento di questo tipo: beh, comunque un bel saggio.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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