La poesia nelle scuole: i laboratori riabilitativi della parola, di Marinella Polidori

Morton Schamberg, "Jeanne", 1912, Met Museum

La poesia nelle scuole: i laboratori riabilitativi della parola, di Marinella Polidori.

     

     

“Dobbiamo insistere, non scoraggiarci(…).
Troveremo insieme il modo di
parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco
e, alla fine, liberare gli schiavi che si credono liberi.”[1]
Tullio De Mauro

       

Coltivare la passione per una parola “viva”, favorire il possesso di un ricco repertorio di varietà linguistiche, insegnarne l’uso appropriato ai vari contesti situazionali: questi gli obiettivi che muovono, o dovrebbero muovere, qualsiasi azione educativa in campo linguistico.

Limitare l’insegnamento della lingua alle norme grammaticali, focalizzare l’attenzione sulle competenze di una sola varietà, irreggimentare l’uso vorrebbe dire, di fatto, decretare la paralisi di uno strumento dinamico e vitale qual è la lingua, strumento naturalmente predisposto ad evolversi attraverso l’uso, il prestito, la contaminazione ed il calco. Oggi, attorno alle problematiche di educazione linguistica, sono nati dibattiti[2] e contrapposizioni tra coloro i quali addebitano alla scuola, alla sua mancanza di controllo regolativo, un generale impoverimento ed imbarbarimento espressivo (la “lettera dei 600” accademici e i cosiddetti “mastracolisti”) e coloro i quali guardano alla lingua come modello reticolare, condiviso e modificabile e pertanto meritevole di un’attenzione educativa più aperta e democratica (donmilanisti).

Ho scritto[3] già rispetto alle buone pratiche di educazione linguistica che muovono la nostra esperienza laboratoriale di poesia, buone pratiche ispirate alla “scrittura condivisa” attuata da Don Milani ed alla riflessione poetica di Danilo Dolci, convinta come sono, che l’educazione efficace, ovvero utile a favorire la piena realizzazione dell’individuo e il suo inserimento nel tessuto sociale, passi per le pratiche della condivisione e della comunicazione maieutica; oggi il tema del cambiamento linguistico sollecita però ulteriori argomentazioni a sostegno di pratiche educative quali quelle dei laboratori di poesia/scrittura creativa/linguaggi artistici. Pur senza generalizzare, dobbiamo infatti prendere atto di una tendenza tra i ragazzi che consiste nel non saper “maneggiare” con disinvoltura o senza esitazioni, la lingua scritta, monologica e formale, o quella di “trasmissione” digitale e conversazionale, o quella orale; esiste inoltre una tendenza evidente a relegare la comunicazione autentica e profonda, quella che trasmette emozioni ed opinioni personali, alla sola lingua dell’informalità scritta o orale che sia. E’ così che la variabile monologica sembra perdere di vitalità: le argomentazioni praticate rimangono i luoghi comuni, l’espressione emotiva assume lo stile ottocentesco, il lessico s’impoverisce. I vasi non sono comunicanti, le correnti non ossigenano, la lingua ristagna e imputridisce. Ripetiamo: non possiamo generalizzare, certo, ma la preoccupazione deve far riflettere sulla tendenza, magari sociologicamente presente in forma stratificata, a considerare la lingua da usare a scuola come totemica, sacralizzata, meritevole di una qualche forma di timoroso rispetto. I sintomi del disagio sono spesso precursori di fenomenologie che possono, nel tempo, riguardare più larghi strati della popolazione e nel caso di segni precursori di disagi linguistici, espressivi   dovremmo interrogarci ed operare di conseguenza rispetto alla possibilità che una varietà linguistica scompaia per mancanza di frequentazione o anche che il suo utilizzo venga “capitalizzato” ed utilizzato in termini di selezione ed esclusione, secondo il paradigma che Bourdieu ha ampiamente delineato.

D’altro canto anche l’uso esclusivo di lingue di trasmissione, più vitali e fluide, potrebbero non essere indenni da controindicazioni: potrebbero infatti favorire l’automatizzazione, il pensiero acritico, una modalità di conoscenza dinamica, sì, ma poco approfondita. Per ovviare a queste urgenze, direi di tipo psico e sociolinguistico, i laboratori di poesia mi paiono verosibilmente vere e proprie “fucine di riabilitazione della lingua”: laboratori dove poter riattivare, finalmente, il senso connotativo delle parole, rinegoziandone i significati, laboratori dove rivitalizzare la parola attraverso l’uso creativo, libero e non convenzionale che la pratica della poesia sa porre in atto.

La “buona scuola” che sogniamo dovrebbe credere meno alla funzione dei test Invalsi ed aver più aule di riabilitazione linguistica, laboratori di creatività espressiva; la scuola che ci piace ha momenti di scrittura condivisa secondo un modello di educazione “donmilanista e demaurista” ad arginare quell’impoverimento da automatismo digitale o da lingua totemizzata che è necessario scongiurare o correggere.

La politica scolastica che dovremmo supportare è quella che propone nuove metodologie di sensibilizzazione ai linguaggi espressivi, pratiche che restituiscono alla scuola la funzione emancipatrice che le spetta, pratiche utili a quella mobilità sociale che non mi pare ancora però tra gli obiettivi realizzati dalla scuola riformata.

Nei laboratori di poesia che conduco per gli allievi a rischio di abbandono scolastico, i ragazzi spesso raccontano le loro esperienze di esclusione scolastica e/o sociale, la loro difficoltà a comunicare frustrazioni, difficoltà, la loro rabbia e le loro emozioni; io per prima sento che non si può aiutarli mettendo in pratica solo le conoscenze di didattica della letteratura, e, piuttosto, sento l’urgenza di sperimentare metodologie proposte dalla psicologia e dalla pedagogia cliniche, sento oramai che i tempi debbano essere quelli di un confronto tra “artigiani della lingua” ed esperti dell’apprendimento, educatori ed amministratori di quel bene comune che è la parola. Mi sembra urgente affiancare ai laboratori di poesia per le scuole che, come Voci della Luna, conduciamo come propedeutici al concorso di poesia le scuole del premio Renato Giorgi, una riflessione condivisa sulle possibili sperimentazioni metodologiche e sulla formazione dei docenti.

La proposta iniziale è quella di un incontro – dibattito sulla tematica dei laboratori di poesia nelle scuole, un incontro dove potersi confrontare, nel quale riprendere il discorso intrapreso nel 2009 a Colle Ameno di Sasso Marconi, dal titolo “la scuola che verrà”, incontro a cui parteciparono poeti e dirigenti scolastici. Oggi potremmo trovare un titolo forse realisticamente meno utopistico, un titolo per l’incontro dal quale far emergere proposte operative in merito ai laboratori di poesia, alle pubblicazioni specialistiche, alla formazione degli insegnanti. L’appuntamento che vogliamo proporre e che ha già ottenuto il patrocinio della Città di Sasso Marconi, sarà all’interno di una rassegna culturale dedicata ai laboratori ed all’editoria per ragazzi, Liber’Aria, organizzata da diverse associazioni del territorio in collaborazione con la libreria “La Balena Bianca”. La data dell’icontro è… presunta ma il parto certo. Aspettiamo anche le vostre adesioni.

       

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[1]      Conversando su lingua , istruzione e democrazia, intervista di Roberta P. Mocerino a Tullio de Mauro. I versi citati dal linguista sono quelli della “Lettera ai Bambini” di Gianni Rodari.
[2]      http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/magazine/news/don-milani-la-scuola-e-la-grammatica-un-dibattito-in-corso/
[3]      Arte e poesia collaborativa, rivista “Le Voci della Luna” n. 65, 2016, pg 22-24

          

Morton Schamberg, "Jeanne", 1912, Met Museum
Morton Schamberg, “Jeanne”, 1912, Met Museum

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