La saggezza dei corpi di Martina Campi, note di lettura di Paolo Polvani

'Il senso di questo stare', olio su tela, 2015_risultato

La saggezza dei corpi di Martina Campi, ed. L’arcolaio 2015, note di lettura di Paolo Polvani: orari di una nuova consuetudine.

     

     

La saggezza dei corpi è un piccolo libro in cui Martina Campi racconta l’esperienza di sette giorni di degenza in ospedale. Il titolo rimanda al complesso sistema di segnali, messaggi, avvertimenti di cui il corpo si serve per evidenziare lo stato di squilibrio, di disarmonia che sfocia nella malattia. La narrazione procede rispettando la cronologia degli eventi, a partire dalla corsa in ospedale fino all’uscita a riveder le stelle, al – tutto ritorna com’è,- con il bagaglio di paure e di incertezza davanti all’ignoto. Una domanda affiora con decisione: la poesia ha valenza terapeutica? tra gl’intenti del poeta si fa strada anche il prendersi cura di sé? e in quale modo? e con quali effetti? può la poesia annoverare tra i suoi compiti quelli di un potente sulfamidico che liberi l’organismo dalle tossine? dentro le parole si celano sostanze antinfiammatorie, antibiotiche capaci di combattere i virus dell’infelicità? credo che in molti risponderebbero in maniera affermativa, concorderebbero sul fatto che tradurre in parole un avvenimento negativo ha la funzione di smascherarlo, di gettarlo sul tavolo anatomico e sezionarlo, svelarne i meccanismi mefitici e guardandolo negli occhi riconoscerne in fondo l’intento positivo, il potenziale di cura che la malattia intrinsecamente possiede. Si tratta di dare alle parole una disposizione che contenga in sé un’allusione chimica capace di dispiegare la saggezza dei poteri curativi che trovino il giusto incastro con quei segnali che la saggezza del corpo ha inoltrato. Non soltanto una esatta allocazione, si rende necessaria la giusta posologia, e anche quella precisione estetica che sola dispiega la potenza della cura. Ritornare ai fatti, farli entrare dentro le parole, sminuisce la pericolosità, allevia dai turbamenti, dalle angosce: – Ecco perché questa è / una mattina che si fissa al semaforo -. Qui la cura è data dalla frantumazione del ritmo: – mi dicono hai mancato la punta / del naso di grosso, ragazza, mi dicono – ed è in questo procedimento franto, spezzato che si consuma il rito terapeutico, e inoltre nella scansione degli eventi, nella nuda cronaca:

i corridoi sono per le scorribande fuori
avanti e indietro dai letti, per i carrelli
per le stanze traboccanti e le porte aperte
solo per le biro e le cartelle.

Il racconto procede per graffi, per dettagli, e tuttavia la descrizione degli eventi risulta completa, esauriente, come se all’interno di ogni singolo dettaglio si riuscisse a scorgere la sagoma di una realtà più vasta. La realtà totalizzante dell’ospedale è tutta dentro il verso: – siamo orari di una nuova consuetudine -. Il resoconto registra una sorta di ascesa, si passa dall’iniziale sgomento derivante dall’impatto con la realtà ospedaliera:

altri si scontrano nei corridoi
portano fogli, scambiano nomi
scambiano lamenti, tagliano vestiti…-

alla piena adesione allo spirito del luogo, al sentirsene parte, farne casa accogliente, protettiva:

perché fuori è una terra straniera
fuori è tutta un’altra storia
e anche loro che arrivano con l’amore
nelle borse, e le migliori intenzioni.

Uno spazio rilevante occupa il cameratismo che inevitabilmente nasce dalla condivisione di uno stato, oltre che di uno spazio:

la Gina cercava il sole
e controllava
come un capitano consumato
i movimenti del vento –

e ancora:

– allora parlavamo tra noi una lingua di sciagurati –

Per giungere a un tentativo di pacificazione, di riconciliazione preludio della guarigione:

acquazzone d’amore materno al gelo
che aspetta l’apertura delle porte
seduta su sedia giocattolo
seduta, a far le parole crociate.

Arrivare infine al traguardo, alla finale catarsi, all’attraversamento, al guado:

mentre parlavi
mi inondava un pianto verde
come se il cuore non fosse
più il mio.

Anche il lettore ne risulta curato, esce a riveder le stelle con un sospiro di felicità, irrobustito dal più efficace dei ricostituenti che è la bellezza, perché il pregio del libro non risiede nella narrazione ma nel come la narrazione è condotta, e il procedimento è interamente affidato alla bellezza, alla dolorosa esattezza di cui ogni scena è intrisa:

le grida notturne sono voci
nella paura, sgraziate, nomi
invocati, nomi dalle certezze aguzze
nel passato, giorni dell’amore che sostiene

Viene fuori che la saggezza del corpo articola i suoi segnali attraverso la voce dei sintomi, delle manifestazioni, dei richiami attraverso cui lo squilibrio vuole farsi riconoscere, e che la stessa saggezza cerca il cibo buono della poesia, se ne nutre, e offre nutrimento al lettore, a chi si accosta a questo percorso umano e poetico e non può che sentire empatia per Martina, e gratitudine per il dono di questi versi, per la bellezza che cura.

cover_campi

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