Il racconto del mese: “LA SINTONIA” di Ivano Mugnaini

Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957 (danza 2)_risultato

LA SINTONIA

racconto di Ivano Mugnaini    

              

          

         Aurelio Parvis ascoltava la radio come ogni notte mentre si spostava da un luogo all’altro, da una città vicina ad una lontana ma identica. Pensava al platano giusto contro cui schiantarsi, lo accarezzava con lo sguardo, con occhio di innamorato. Il tronco sarebbe rimasto ferito, ma era robusto, si sarebbe salvato; anzi, con un taglio profondo sulla corteccia avrebbe acquistato un aspetto ancora più eroico, diventando un monumento alla tenacia nella sventura, alla saldezza nella precarietà. Aurelio immaginava con lacerante piacere anche se stesso, fermo, esanime, a qualche metro dal tronco: un ente non ente, un nulla vero e assoluto una buona volta, una frase interrotta, concetto senza senso divorato da un vuoto senza fiato. Spento, finalmente, come un tostapane con la spina rotta. Niente al mondo sarebbe cambiato, per gli altri, per tutti gli altri, come era giusto che fosse.

         Era quasi deciso Aurelio, quella sera, a compiere l’atto degli atti, il gesto finale. Ma gli mancava qualcosa: la musica adatta al momento, le note dolci e amare come si deve, il sakè del kamikaze, il sorriso tenero e spietato di un sole tropicale che ti stordisce, ti illumina e ti consola di pazzia prima dell’ultimo volo, a vent’anni. Un’armonia, solo di quella aveva bisogno. Forse a causa di una tempesta magnetica, o per un semplice guasto, la radio si ribellava, però, era indocile, incontrollabile. Non la soggiogava il silenzio, comunque: l’apparecchio non era muto, era più vivo che mai, al contrario, come se quell’oggetto elementare e magico cercasse febbrilmente la sintonia con lui. Era come se dita invisibili si muovessero su tasti e manopole per assumere forma autonoma di espressione, una voce per parlare, per esprimersi, per rivelare qualcosa.

         Avrebbe potuto immaginare di essere stato contattato dagli extraterrestri, e forse, confidandolo a qualcuno, avrebbe ottenuto una pagina intera con tanto di foto su un rotocalco tipo “Misteri alieni”, se ancora esisteva. Gli accadde invece di pensare a Dio. Sì, a Dio. Proprio negli attimi in cui era certo più che mai dell’assenza, gli capitò di percepire la vicinanza.

         Con Lui accanto non era facile guidare: aveva le mani sudate e lo sguardo vitreo, Aurelio. La paura di commettere un errore, peccando di egoismo, superbia, ira e via dicendo, era drammaticamente intensa. Non è facile avere al proprio fianco, seduto con tanto di cintura, Colui che tutto vede e tutto sa. Quando la tensione si fece insopportabile, Aurelio accostò e scese. Con un gesto, umile ma neppure troppo, invitò il compagno di viaggio a prendere il suo posto alla guida. Non rise, Aurelio, per timore atavico, ma dentro di sé osservò con gusto che anche il Divino Conduttore aveva difficoltà durante il percorso. Non imprecava, e non bestemmiava, per evitare un eccesso di sarcasmo e contraddizione logica, ma ogni volta che gli sparavano gli abbaglianti negli occhi o prendevano una curva contromano a pochi metri dalla sua fiancata, aveva un fremito di impazienza infinita. Prese a smanettare anche Lui sulla radio, che al Suo tocco ovviamente tornò perfettamente funzionante. Ascoltò con una smorfia una lunga sequenza di canzoni sceme, e, quando trovò una stazione che trasmetteva musica classica e perfino musica sacra, non mutò espressione, come se in quel momento avesse preso atto che anche in presenza della bellezza assoluta di quegli accordi nessun miracolo era sperabile.

         Guidò per chilometri, e Aurelio, seduto al suo fianco, si limitò ad osservarlo; si divertì, come per una sorta di compensazione, a metterlo alla prova. Parlarono poco, solo qualche battuta sul freddo e sulla nebbia che iniziava a scendere, e qualche altra breve frase di circostanza.

         Ad un tratto si fermò e scese, Lui. L’ultima canzone che si fermò ad ascoltare prima di andarsene fu un vecchio successo di Madonna: era anche divinamente ironico, il Mirabile Guidatore.

         Aurelio lo guardò mentre si allontanava. Era esterrefatto, ma allo stesso tempo continuava a ragionare, ed era inquieto, inappagato, come un amante che non ha ottenuto fino in fondo ciò che desiderava. Lui intanto era già ad una certa distanza. Si era fermato sul marciapiede, ed era ancora perfettamente visibile. Con gesto ampio e benevolo faceva segno ad Aurelio di proseguire, sorridendo, nonostante tutto, alla sua meta, al tratto di strada abituale, verso la sua vita di sempre. Ad Aurelio quel gesto non piacque, volle saperne di più, pretese spiegazioni. Fece retromarcia a tutta velocità, e si arrestò a pochi centimetri da Lui, con un’inchiodata secca che sparse nell’aria odore di freni e pneumatici.

         “Non mi basta, Vecchio mio! Non mi hai detto né chiarito abbastanza. Tu hai l’Eternità dalla tua, ne sei padrone, te ne sei sempre vantato. Sali sulla macchina e proseguiamo il viaggio. Dieci minuti in più con me non ti uccideranno!”.

         Il Prodigioso Automobilista rientrò sull’utilitaria, si mise di nuovo alla guida, controllò lo specchietto e si allaccio per bene la cintura. Pensò tra sé e sé che era vero: qualche minuto in più lungo quel viale non lo avrebbe ucciso. Così come non lo avrebbe ucciso il platano contro cui si sarebbero schiantati a centocinquanta all’ora. Si trattava solo di scegliere un albero robusto abbastanza per reggere allo schianto. In fondo era anch’esso una sua creatura. Iniziò a premere il piede sull’acceleratore, l’Autista. Non prima però di avere sfiorato con le dita la radio facendone uscire una musica celestiale, del tutto adeguata, già pervasa di immagini diafane ed effluvi di incenso e crisantemi.

                    

Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957
Ingmar Bergman, Il settimo sigillo 1957

8 thoughts on “Il racconto del mese: “LA SINTONIA” di Ivano Mugnaini”

  1. un Dio divinamente autoironico e beffardo conduce, è il caso di dire, al finale sorprendente, secondo la miglior (e consueta) narrativa di Ivano

  2. Ho temuto per un attimo che la visita Divina dissuadesse Aurelio dal suo proposito. Non per allergia ai lieto fine, ma perché avrebbe rotto lo splendido ironico disincanto che pervade armoniosamente tutto il racconto. Complimenti.

    1. Grazie per essere entrata in sintonia, Monica. In effetti non sempre il lieto fine è “percorribile”, è il caso di dirlo. Però si può essere lieti, nonostante tutto, di una bella lettura e di un bel commento. Ed è il caso di dire anche questo.

  3. Se leggiamo la parola “Dio” togliendo la ‘D’ iniziale cio’ che resta e’ “io”, la soggettivita’ che e’ protagonista della vicenda narrata. Nel racconto di Ivano Mugnaini le parti si scambiano, Aurelio decide, analizza e giudica, per esempio osserva il divino ospite a disagio mentre guida. La parte di esecutore del compito esistenziale e’ affidata ad un onnipotente assai discreto e poco invasivo. Per nulla disposto a salvare Aurelio, si limita a scegliere le note di accompagnamento al suo tentativo di suicidio, quasi non avesse importanza l’azione che sta per compiere. Di certo lo schianto dell’auto contro l’albero non altera l’ordine naturale, al massimo puo’produrre una cicatrice sulla corteccia. Mi sembra che si alluda a qualcosa che va oltre il disincanto per coinvolgere una valutazione critica della vita e con il senso della rivolta metafisica. La richiesta finale di Aurelio e’ una sfida. Il racconto e’ significativo, non è narrato inoltre l’istante dello schianto, e se l’auto in quel frangente passasse in un altro universo parallelo? Forse la morte non mette la parola fine a tutto, senza riferimenti edificanti al paradiso, siamo invitati a compiere uno sforzo per andare oltre… Marzia Alunni

    1. Un punto di vista originale, Marzia. A molti degli aspetti che hai messo in evidenza non avevo pensato, a dire il vero, ma è proprio questa la bellezza della scrittura: poter vedere quante strade e mondi possibili può generare uno spunto, un impulso narrativo iniziale. Ti ringrazio dunque per questa tua lettura così attenta da creare una scrittura parallela, e, anche nel tuo caso, una sintonia creativa.

      i.

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