La sospensione dei pensieri di Francesca Piovesan, recensione di Giuseppina Di Leo

In altalena, opera di Leonardo Lucchi.

La sospensione dei pensieri di Francesca Piovesan, Giuliano Ladolfi editore, 2016, recensione di Giuseppina Di Leo.

    

    

Leggere poesia implica capacità di ascolto. Al lettore distratto, preso dai molteplici impegni che la quotidianità iper-tecnologica impone, la poesia – così come ogni altro linguaggio scritto – può sembrare fatica inutile, tanto ‘non rende’. Eppure l’atto di mettersi in ascolto produce in chi lo prova il doppio effetto di recepire e insieme di aprire i propri sensi; in altre parole, rendersi partecipe della vita altrui.

Esporsi, nel parlare di sé, è quanto mette in atto Francesca Piovesan nella raccolta La sospensione dei pensieri. In questa seconda raccolta l’autrice veneta richiama (devo dire, con dolcezza) l’attenzione del lettore sulla propria esperienza in un rimando di sensazioni del proprio sentire.

La silloge si apre con la prima persona di un verbo al presente («Sento»), in una sinestesia molteplice di senso.

È una poesia, a tratti intimista, i cui spunti provengono dall’esperienza sensibile. In alcuni passaggi nominali la parola sembra segua il gusto del gioco schiudendo a combinazioni di significati nuovi («Verdi screziati/ nel crepuscolo caldo./ Effluvio di rosmarino in fiore,/ aroma di magnolie./ Senso di quiete profonda./ […]» (Notte di San Giovanni).

Capire in che maniera l’ordine precede il pensiero e se è possibile stabilire una priorità tra i due elementi, che attengono in ogni caso alla fase di elaborazione concettuale, denotano passaggi di una riflessione filosofica che ricorda la Simone Weil prima maniera, sebbene i riferimenti espliciti alla riflessione filosofica sono indirizzati a Pascal. Attraverso una partizione in sei sezioni, la riflessione dell’autrice si incentra, in effetti, sul modo in cui il pensiero riesce a soggiogare e rendere inerme la volontà di agire, e lo fa con interrogativi indiretti suggeriti al lettore con testi brevi come epigrammi.

Nella radura dell’io il testo breve testimonia l’assenza del “noi”, un plurale che in effetti manca nella metafora della vita di ognuno, mentre invece la sinestesia attraversa i sensi rivelando il carattere dell’io fermo e del suo stare in un punto del mondo, un mondo del quale le poesie rivelano non già l’aspetto immaginifico quanto piuttosto le difficoltà rivenienti dal sentirsi parte di esso.

Nel cogliere elementi legati al paesaggio e alla persona appare con maggiore coerenza il dettato di un pensiero teso verso l’altro, quel pensiero centro propulsore della silloge (Pordenone).

Il tema del desiderio riveste un aspetto importante ai fini della comprensione dell’ascolto di cui si diceva poc’anzi. Soddisfare il desiderio corrisponde per l’autrice a sapersi, sì, viva e partecipe della vita, consapevole però che ciò avviene mediante lo sguardo dell’altro: solo con la presenza del proprio simile diventa infatti possibile raggiungere ogni appagamento: «Sarà l’estate/ a rompere gli argini/ del desiderio caldo/ nelle notti insonni fra sciami di stelle./ Saranno le tue mani/ a dirmi che esisto/ sulla pelle che odora/ di spuma di mare./ Ancora insieme noi/ nelle alterne maree/ della vita.» (Sarà l’estate).

Il desiderio, dunque, è il mezzo possibile con il quale sentire il mondo che ci circonda. Ma occorre stare attenti a non farsi ingannare e credere di poter sostituire l’oggetto del desiderio con un feticcio. In tal caso, la sostituzione porterebbe a perdere il motivo da cui il desiderio stesso ha preso origine. E talvolta l’atto del sentire rende più chiara l’opposizione tra desiderio e rinuncia.(«[…]/ Sento di non sentire/ avvinta da una malìa./ Ferite sanguinanti/ al tuo tocco/ d’un tratto sanate.» -Neve).

L’assenza, altro motivo ricorrente nella silloge, convoca versi di paesaggi dai suoni stridenti e combusti, fino a che qualcosa non interviene, e allora tutto può cambiare (Lontano).

Le parole assolvono bene al compito di lenire un dolore intenso come quello provocato dal silenzio della persona amata. Allora, poesia e parole sono una cosa sola: «La densità del silenzio/ culla il mio pensiero/ in un dissimulato desiderio./ Come poesia dell’anima/ le tue parole.» (Poesia di parole).

Dissolvenza, assenza, vuoto, silenzio sono, tra gli altri, i motivi ricorrenti, ma su tutto incombe il rischio di perdersi («[…]/ Sono come svanita.» – Evanescente presenza).

Francesca Piovesan predilige, lo abbiamo visto, à rebours, parole racchiuse in spazi delimitanti un pensiero; in tal modo, il tempo viene rivissuto al suono del richiamo di una percezione sensoriale: «Ottenebrata dal riverbero/ mi perdo in luoghi già vissuti/ in un’estatica – rivelazione,/ per poi quietarmi ancora/ paga e insoddisfatta come un tempo.» (Sentiero di vita). La “rivelazione” del frammento se, da un lato, “paga” nel rivedere «i luoghi già vissuti», dall’altra, è motivo di insoddisfazione, resta un ossimoro. Non basta più perdersi nei luoghi della mente, il pensiero stesso non è soddisfatto di ciò di cui si è appreso. È come una svolta, una presa di coscienza; nella riflessione sul tempo, la perdita d’interesse riguarda non già, o non soltanto, il tempo vissuto, bensì il dover ripetere l’esperienza attraverso i medesimi sentieri. La “sospensione”, cui il titolo rimanda, va a beneficio di uno stato di atarassia. Allora, il senso di disappartenenza, sempre latente, piuttosto che essere vissuto passivamente nel ricordo si esprime in un senso di “stupore”: «Sull’aria di cristallo/ collidiamo inermi./ Inetti a questa vita/ ci abbandoniamo al caso,/ ci consumiamo, poi/ verso la fine, d’improvviso,/ ci accendiamo d’infinito/ ci disfiamo in polvere di sogni./ Tragico inganno dello stupore.» (Inconsapevolmente consapevole).

La vocalità del silenzio di Piovesan dà risalto ai temi della sua ricerca, condotta con linguaggio piano, semplice, ma deciso.

L’amore s’inserisce in una visione panteistica, come ben evidenzia Giulio Greco nella prefazione al volume; una visione che si fa conoscenza, ovvero coscienza della propria ricerca interiore.

Una ricerca che, elettivamente, avvicino ai versi di Fernando Pessoa: «[…] Sfuria nelle tenebre il vento/ in un rombo continuo./ Null’altro nel mio pensiero/ che il non poter sostare.// L’anima pare abbia tenebra,/ dove spiri in crescendo/ una follia che insorge/ da volontà d’intelletto.// Debacca nelle tenebre il vento,/ né si può liberare./ Son legato al mio pensiero/ come il vento è legato all’aria.» (C’è freddo e vuoto nell’aria).

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Immagine di testata: In altalena (particolare), opera di Leonardo Lucchi.

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