La tirannia della lingua, il linguaggio poetico, di Fernanda Ferraresso

0001_risultato

La tirannia della lingua, il linguaggio poetico, di Fernanda Ferraresso.

     

     

Apro con uno scritto di Platone. Che altro è se non poesia?
E quanto afferma il dio di Delfi in proposito dell’anima e di noi stessi? Prescrive di conoscere se stessi, intendendo di conoscere la propria anima. Ma cosa ne sappiamo noi dell’una dell’altro?
C’è chi si è domandato se l’iscrizione citata oltre a spingere l’uomo a conoscersi parimenti lo esorti a guardare il suo occhio, o ancora in altro modo detto, spinga ognuno a guardarsi attraverso il proprio occhio, consapevole che così facendo vedrà sé come oggetto, senza tenere in conto il fatto che quell’oggetto si farebbe specchio e dunque in esso vedremmo allo stesso tempo, in una istantanea, l’oggetto e noi, come due cose scisse eppure insieme, o nello stesso seme aperto (semel in anno licet insanire… chissà se racchiude anche questa piccola follia! una volta all’anno è lecito impazzire, uscire da se stessi!)
Questa cosa degli specchi mi ha sempre interessato moltissimo. Anche la lingua di fatto tenta questa operazione, oltre quella più importante che ha a che fare addirittura con la creazione, non tanto con la comunicazione, piuttosto con l’illusione di questa rete che, diramandosi, qualcosa peschi! Dunque il seme divino, o la follia per eccellenza è alla base dell’occhio? Non è detto che i pazzi, i folli sono graditi a Dio? E non è follia somma, cuore del cristianesimo il culto della croce? (Elogio della follia. Corrispondenza Dorp-Erasmo-Moro- Ed. Paoline). Una religione è specchio delle altre? In ogni caso se l’occhio è specchio dell’anima di chi ci guarda, è altrettanto lo specchio dentro cui possiamo ri-fletterci, sia in senso fisico che in senso spirituale ed emotivo.
La fisica ottica, che spesso uso nelle rappresentazioni grafiche, in ogni metodologia descrittiva, si adatta, adeguandosi ad ogni casistica. Forse anche noi, curvati e intrappolati in quella lente che ci fa da specchio, in quel cerchio in cui ci cerchiamo attraverso l’altro, ci perdiamo, appuntiamo un raggio e ci flettiamo, crediamo di vedere chi sta di fronte, scordandoci che è la nostra anima che si specchia, o ci specchia. Quale è la distanza tra si e ci? Sic!
E’ come essere in un labirinto, dunque, in cui chi si vede è visto e chi guarda è colei che sta di guardia, quell’anima mundi o monda o mondana, che si fa modalità o moda secondo cui attraversarci , attratti dall’altro ionoi stesso che si deposita in quel fondo dello specchio, nel cerchietto dell’occhio dell’altro io. E fino a che punto è vasto e cocente l’innamoramento che ci attrae o ci trae in inganno? Come sopra, nella citazione dello scritto di Platone, quanto è l’amo di amore a portare a galla dall’invisibile il volto, nel volo di chi guarda?
C’è da dire inoltre che le traduzioni di una medesima parola hanno significati differenti.

L’etimologia della parola pupilla può essere ricondotta alla forma diminutiva del termine pupa che in latino indica la bambola. In Veneto persiste questo modo di dire. “Che bella pupetta, che bella pupa!” Invece ovunque si dice “E’ la pupilla dei miei occhi!” Lo si dice per i propri figli, o i familiari. La pupa è però anche la  crisalide, nell’ambito dei lepidotteri, ed è uno stadio che si manifesta nel corso dello sviluppo che precede lo stadio di adulto. Forse anche questo è indicativo del fatto che guardandoci, perché l’azione di guardarsi nella pupilla implica una reciprocità,serve trovare in un altro qualcosa che è anche nostro?

Pupilla vuol dire bambolina, quindi una specie di modello o di giocattolo, è quanto abbiamo davanti, ed è la stessa forma che vediamo negli occhi di chi abbiamo di fronte. E’ stato il primo ed originario modo di conoscersi e ri-conoscersi quando non esistevano né specchi né i ritratti tanto alla moda che si fanno con il cellulare, i “selfie”.  Cellulare… che cosa hanno a che fare le cellule? Foto-cellule? Tutto il nostro corpo e l’occhio è foto-sensibile e si ritrae alla luce si chiude la pupilla, stringendo il diaframma ma non procurando dolori allo sterno nemmeno allo strenuo delle forze! Scherzo, con le parole, gioco con le sillabe e ciò che ne esce è quanto sta dentro la mia bambolina, me, con cui gioco, non avendo altro a disposizione mentre scrivo.
Un tempo era lo sguardo dell’altro a dire qualcosa del proprio aspetto. In greco  κόρη (kore) è usato sia per indicare una fanciulla sia per indicare la pupilla, di fatto creando un ponte o una simbiosi tra l’altro e ciò che è comune ma in un gioco di riflessioni che è labirintico, come già detto! E forse anche Narciso, nascosto in qualche meandro, in qualche piegatura dell’iride a ponte attorno alla pupilla, porgerebbe qualche favilla di luce, mostrando Ego, come simulacro di quella pupa che noi siamo, fino alla fine della metamorfosi, quando l’anima si libera persino di se stessa, oltre che di noi, suo involucro e specch(io) che si frantuma. Ah! Dimenticavo di chiedere: avete mai letto la storia di Eg(e)o? C’è una fitta trama di specchi, di echi, di chi e di occhi, di ego labirintici in cui si cade e ci si riforma, dentro la pupilla dell’altro, che legge e lega la storia, a sé naturalmente, al proprio mare medi-terraneo, dove ogni riva è un se o un sé, basta un filo di vento e tutto cambia!

E… Non ho certo parlato della lingua ma, labirinticamente, l’ho usata, l’ho se-dotta e abbandonata, donata per mostrare in che modo ogni parola sia quel “vano” di cui da tempo sto accumulando elementi di studio attraverso quelli che ormai, sono certa, siano solo frammenti di noi stessi, mai es-posizioni in chiaro. Tutto quanto elaboriamo è un vacuo-vano correre di stanza in stanza sui f(i)umi dello sguardo, sopra quei ponti che gettiamo, at-tra-versandoci ovunque, ovunque creando mondi che siamo noi e vedi-amo attraverso ogni altro, luogo, mondo, oc-chi-o che è la parola, quel se-c-chi-o (sé chi-io?) cento, mille, volte calato dentro ciascuno, dentro l’io che è l’altro, gioco e giocattolo che cambia d’abito, si fa sudario e calendario di ciò che di-venti-amo ad ogni attimo.

*

I testi inediti proposti sono parte di una raccolta ancora in lavorazione Nel vano della parola… e chissà quando la seduzione dell’invisibile smetterà di giocarmi con i suoi artifici!!!!!!

da questo ceppo
dell’origine ti dirò
e dell’albero  che si fece pane
sangue nostro  il fondo del silenzio
le vesti del corpo e delle tue ossa
mia ombra in te raccolta
d
entro i rami del tuo fiato
come serva disporrò le braci dei tuoi giorni
e la stima del conto  l’ultima sera
getterò  per attizzare il fuoco nei tuoi occhi
da polso a polso e mai oltre il palmo
misurerò per te ogni carezza
la brezza di un bacio su cui posare il volto
rapito per  incantamento di un amore
immobile resterò dentro la tua grazia
sarò sul tuo collo il fresco pendio dove a sera si posa il sole
e sarà vera quella storia  sarà tua   la bellezza
che ti slega  e ruba all’ombra
la volontà di un altro nome.

*

I- A colloquio con la sete

Ora, solo ora
tu mi hai detto:  – Il dolore non è
che noi stessi.

E’ la modalità con cui non
accogliamo la vita.
Nulla è in equilibro. Tutto  è  inquieto.
Ogni elemento con  forza corre
concorre  a rendere la vita ciò che è energia. Non
esistono categorie in natura
tutto ha una carica che travolge.
Noi stessi l’abbiamo
una  forza identica a quella del mare
governata dal battito dei pianeti fino a quello del cuore
ma è nel sangue
sangue che spargiamo ovunque
che la soffochiamo
a favore di impossibili  certezze.
Noi  non possiamo
costruirne nessuna. Illusione o nascondimento
questo è
ogni parola
l’ombra di ogni realtà nemmeno il fruscio di qualunque verità.
C’è molto  dolore tra gli uomini che di questo loro male
infettano ogni luogo
ma c’è quotidianamente
un dolore a basso voltaggio sempre presente
in qualcuno di noi.

E’ quel dolore
che ti preme dentro
che ti tiene all’erta e vigile e
in ascolto grazie al quale la vita
si lascia toccare. La scrittura
quando nasce dal profondo di sé
è come un secchio
in cui quel dolore si fa acqua da bere.

*

II – nel vano della parola

limo in una creta umana mi sveglio
ad una solitudine molto rumorosa
l’acqua che sgola il cielo
l’uccello della pioggia che becchetta il mare
che solca la riva che riga la storia
il fiume che incunea una curva più scura
e più dura la morte silenziosa vi nuota
la voce di tutte le correnti
che canta il dissidio tra denti
acute memorie che il vento vi infiltra e
addensa nei polmoni in blocchi
di silenzio prigioniero
del buio molle oscuro
rosso insicuro nuvoloso sonno dell’errante
senza suono il ricalcato desiderio caduto da un puerperio
di stelle un funebre canto un ingoiato testamento
né tregua né trapasso
conclude la commessa in questa terra incerta e senza altra fiamma
che un te stesso che bruca quel seme nella gola
quel seminato velo d’ombra
una lebbra a fior di labbra
la parola

*

III- al fondo

cosa resta
nelle reti dell’anima
al fondo dell’occhio
di questo corpo tutto aperto
nel quasi silenzio del cuore
nella testa di sbiego
quando il cielo del vivo pensiero
non corre più  non rincorre i suoi tanti inquieti
fantasmi e i velieri dei pensieri
saranno ancora tersi e scintilleranno
i versi dentro i sensi?
saranno smantellati i ricordi?
di chi o cosa saremo la pedina
chi ci osserverà da una finestra?
chi ci aspetta oltre la porta socchiusa
e chi ci attraverserà per venire  qui?
qui dall’altra parte di noi stessi  invisibili
dove ci siamo fatti strada e polvere soltanto
clessidre che rilasciano  sabbia
un nulla impalpabile che il tempo sempre di più
assottiglia lasciandolo ai margini
più poveri e promiscui  clandestini in questi interstizi
di comete e astri che si accatastano in galassie
bianche di altre ossa    antichissime
accasate all’improvviso in questo
imprevisto universo

                      

0013_risultato

2 thoughts on “La tirannia della lingua, il linguaggio poetico, di Fernanda Ferraresso”

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: