La violenza del globale ci rende infelici, di Paolo Carnevali

Ivo Mosele, Il cowboy scruta

La violenza del globale ci rende infelici, di Paolo Carnevali.

    

    

L’infelicità è uno stato negativo nel quale ci sentiamo come bloccati e non in armonia. Entriamo in una sorta di buio, un fastidio esistenziale. Un conflitto che genera una guerra emotiva e logica, nella quale abbiamo bisogno di trovare una conseguenza, un colpevole. Perchè se non c’è armonia, sarà guerra interiore: Allora dobbiamo andare alla radice di ciò che ci ingabbia. Spesso non sappiamo cosa vogliamo. I bisogni che percepiamo non sono i bisogni che desideriamo, non potendo che stare a guardare. Come possiamo essere felici in un mondo falso e incomprensibile? Non si può essere felici nell’assurdo, per la felicità è necessaria molta illusione. Un giorno potremo anche raggiungere per assurdo l’immortalità con la nuova tecnologia, ma sono convinto che perderemo la nostra vita che rappresenta la nostra stessa felicità, specialmente quando doniamo l’amore. la promessa di felicità viene proposta continuamente nella cultura di massa, nella pubblicità e nel pensiero economico attuale. Una filosofia che usa definirsi: new-economy e che rappresenta la nostra vera fabbrica d’infelicità. Nella vita reale di tutti i giorni, questa diventa un miraggio. E tutti devono assolutamente farsi vedere felici, altrimenti ammettono di essere perdenti. La società è sempre più sola e sembra vivere nei propri deserti e nelle proprie immaginarie realtà individuali.

Tutti siamo destinati alla sofferenza diceva Giacomo Leopardi nello Zibaldone che metaforicamente la descrive come un giardino del dolore nel quale noi nascondiamo la crudele realtà autodistruttiva e sofferente.

Dovremmo essere realizzati come persone per essere felici? Certamente si, ma è anche vero che vogliamo tutto e lo vogliamo subito, si possono ottenere molte cose, ma rifiutiamo ii “sacrificio”. Viviamo in una società effimera che non risolve i problemi e condanna alla sofferenza esistenziale. Attorno abbiamo veri problemi: guerre, fame, povertà ecc. ecc. e i problemi assumono aspetti narcisistici, offuscati da un crescente benessere economico proporzionalmente riflesso al malessere soggettivo. E’ difficile portare quel disagio in superficie, ormai sembra che ci navighiamo dentro. Un malessere che ha intaccato le strutture sociali. Bisognerebbe incominciare a liberarci dell’ego che ci schiaccia nelle nostre infelicità e ristabilire i contatti di comprensione e scambio umano. La nostra è una continua lotta tra il bene e il male, una sofferenza metafisica, ma che diviene fisica per natura che è fatta di dolore e accomuna tutto e tutti. Sembra non esistere armonia e il mondo è fabbrica d’infelicità. Una certa critica va anche allo spirito dei tempi che nel neoliberismo ha trasfigurato la stessa antropologia del nostro occidente e di conseguenza il nostro modo di vivere la felicità. La psicopolitica, l’agonia dei rapporti, una società ideologica della trasparenza che ci violenta. Non c’è più comunicazione perchè non sappiamo più ascoltare e violentiamo l’identico. La società del narcisismo impone l’annullamento di tutte le differenze, ossessionata da una volontà di assimilazione di ogni cosa e di ogni individuo. Mi capita di osservare che sempre più spesso la permissività prende il posto della repressione e apre ad uno spaesamento e alla depressione. La violenza del globale ci rende infelici.

             

Ivo Mosele, Il cowboy scruta
Ivo Mosele, Il cowboy scruta l’orizzonte in cerca di Saddam

              

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