Il racconto del mese: “Rougenoir” di Luana Lamparelli

Ballando la pizzica, opera di Leonardo Lucchi

ROUGENOIR

racconto di Luana Lamparelli

              

“Eva, perché niente armadi?”, le ho domandato ieri.

In realtà gliel’ho urlato standomene sdraiato in giardino dove leggevo un libro, mentre lei era al piano superiore della villa, sistemando le camere da letto per i prossimi ospiti, persiane e vetri spalancati.

“Perché gli armadi sanno sempre di chiuso”, mi ha risposto urlando a sua volta da una stanza di sopra. “E le coperte per l’inverno?”, “Se dovessi decidere di venir qui” – e a questo punto è comparsa la sua bella faccia da una finestra, il tono di voce normalizzato – “farei i bagagli portando tutto il necessario. Qui ci sono sempre le stoviglie e l’occorrente per la cucina, e basta. Niente asciugamani, niente coperte, niente di niente”, “E perché?”, “Quante domande: leggi il libro!”, e ha sorriso.

Sorride e mi frega: proprio come quando eravamo bambini. A proposito di lei bambina, mi chiedo se possiede ancora la passione per gli occhiali. Ne aveva una miriade, di colori e forme bizzarri, da vista e da sole. Quando li calcava sul naso, dopo averli inforcati distrattamente, sembrava riappropriarsi di qualcosa. Non del mondo con le sue linee definite e i suoi dettagli dai contorni precisati, no: qualcosa di più profondo, di più personale. Come del senso delle cose. Lei che era sempre un po’ distratta, o attenta a intervalli incostanti.

L’idea è stata sua: rivederci tutti qui, a Cervo, noi “ex marmocchi da strapazzo” come puntualmente ci chiamano, in questa casa di vacanza che appartiene alla sua famiglia. Ci conosciamo da sempre: i nostri genitori sono amici di lunghissima data; un po’ è come se fossimo tutti zii, cugini, fratelli, sorelle. Alla spicciolata ieri sono arrivati gli altri, qualcuno a notte fonda. Soltanto io ed Eva siamo qui da tre giorni ormai. “Vieni con me: io sistemo la casa e le stanze, tu scrivi, o leggi, o studi” – così mi ha proposto velocemente al telefono. Ed io, che avevo bisogno di un po’ di ozio lontano dal rumore della città, ho prontamente accettato. Mai rifiutare le sue offerte esclusive!

Stamattina dormono ancora tutti, il silenzio regna.

Eva soltanto s’è svegliata presto. Sei e trenta, forse sette.

Con la camicia da notte corta e sensuale ancora addosso, è scesa in giardino scalza, ha aperto la manopola dell’acqua e, col tubo che le si snodava sotto i piedi, ha iniziato a innaffiare prato e vasi adiacenti la veranda della cucina. Un po’ sbadigliava, un po’ cercava di dare un verso alla frangia del caschetto liscissimo che proprio non voleva starsene a un lato, un po’ carezzava le foglie man mano che procedeva nell’arte di dare acqua. Ultimata questa missione, s’è seduta sul secondo gradino che conduce dalla veranda alla cucina, s’è asciugata i piedi con un asciugamano sistemato in anticipo ed è entrata in casa, dove ha iniziato ad apparecchiare la tavola per la colazione, a preparare pancake e tirar fuori una moltitudine di bevande, marmellate, creme da spalmare, cibi vari. Finito tutto, s’è seduta, ha bevuto un caffè, mangiato biscotti secchi, sfogliato un libro. Un momento tutto per sé prima di andar su a vestirsi. Non si è accorta della mia presenza: me ne stavo in fondo al viale, seduto all’ombra di un ulivo che affianca il cancelletto d’ingresso. Forse dalla sua prospettiva non poteva vedermi. Pian piano che si spostava, anche io mi spostavo: non mi andava di perdere nemmeno un frangente di quella intimità personale, dove Eva si rivelava ai miei occhi come non l’avevo mai nemmeno immaginata. Da bravo scrittore non ho potuto far altro che osservare. Osservare e riflettere.

Siamo qui, ma siamo veramente noi?

Io dico di no.

Del resto, è impensabile credere davvero di conoscerci. Fino in fondo, intendo.

Siamo adulti, siamo cambiati, non siamo più quelli che eravamo e sarebbe sciocco credere il contrario. Sì, è vero: siamo cresciuti insieme, ci siamo sempre mantenuti in contatto, e coi social è più facile essere aggiornati su quello che si vuol condividere. Ma quello che non passa attraverso i social, quale verità racconta di noi? E quello che non ci siam detti nemmeno di sfuggita nei sempre più rapidi e furtivi “corsi di aggiornamento intensivi” durante le vacanze invernali o le telefonate via Skype? Per non parlare di quello che i nostri genitori, di noi e delle nostre esistenze da giovani adulti, non hanno voluto raccontarsi fra loro. O di quanto persino loro ignorano. Insomma, siamo proprio diventati grandi: non siamo più né i bambini né gli adolescenti di un tempo. Magari immaginavamo la vita da adulti più semplice e lineare, invece quella era soltanto la realtà dei nostri genitori. Scagli la prima pietra chi è senza casini e vuol metterli serenamente in piazza!

Quali segreti possiamo avere, quali delitti di vita privata possiamo celare, quali amori abbiamo nascosto perché ci hanno troppo ferito, quali scommesse abbiamo perso con la vita e quali partite non abbiamo avuto il coraggio di giocare?

Il passato, quello che eravamo, ci appartiene ancora?

Io dico che il passato ci getta ombre addosso, piuttosto che luci. Il passato adombra la luce di quello che siamo, di quello che siamo diventati: ecco la verità. Siamo tutti qui, ma solo perché siamo come in una bellissima fotografia che non vogliamo tradire. Siamo qui perché vogliamo far credere a noi stessi che quella fotografia non si è mai smontata. Insomma, dopo uno scatto, il gruppo che posa davanti all’obiettivo si scompone: chi esce di scena, chi si allontana, chi torna a chiacchierare, chi torna a bere, o mangiare, o fare quel che stava facendo, ognuno distratto da qualcosa che col gruppo compatto della foto poco c’entra. Noi no: vogliamo negare che quella foto non esista più. Se davvero ce la vogliamo raccontare così: che non siamo cambiati se non nei nostri corpi, siamo ridicoli e patetici. Perchè no: siamo cambiati anche nelle forme dei nostri animi e delle nostre menti. Inevitabilmente.

Se esternassi tutte queste considerazioni ad Eva, so già cosa mi direbbe, dopo avermi osservato e ascoltato attentamente: “Alberto Vettori, tutto questo accade perché tu scrivi, fai lo scrittore. Pensi assai. Pensa invece a vivere di più. Ah, no, aspe’, è vero: tu devi scrivere, quindi pensa. Però su cose più concrete, eh. Così mi direbbe Eva, con un’intensità d’attenzione che si fa evanescente tra le ultime parole del mio discorso e le prime della sua risposta, tanto da sembrare più una ciociara che non una toscana doc di famiglia raccomandabilissima. E io rimarrei lì, impalato e solo, lei già dileguata. Chissà se terrebbe gli occhiali sul naso oppure no. Anche io dovrei mettere degli occhiali, questo lavoro al computer sta divorando le mie diottrie. Tutti dicono che scrivere è un mestiere particolare. La maggior parte della gente che conosco si inibisce quando scopre che sono uno scrittore. Questo gruppo di smidollati qui riuniti a cui io stesso appartengo, invece, no. Non ci fa caso, non mi teme, non si inibisce, a tratti nemmeno s’accorge che ci sono. Eppure è proprio su di loro che il mio sguardo si sta ora ponendo diversamente dal solito, in modo del tutto nuovo e sorprendente persino per me stesso. A volte basta poco per far saltare l’ordine delle cose, specialmente quanto più è apparente. Sono le circostanze a dettare legge davvero. Le circumstantie. Un paio d’occhi attenti può trasgredire le leggi e sovvertire gli ordini studiando le parole più adatte (più piccole e più adatte) perché mutino in caos, e da qui nasca un nuovo ordine. Nietzsche che irrompe nel mio ozio… sto pensando davvero troppo.

Stasera gli proporrò un gioco, a questi miei amici. Sarà come mescolare carte, far saltare castelli di sabbia, mandare specchi in frantumi. Quali immagini verranno fuori? Chi siamo davvero? Non mi prenderanno nemmeno sul serio, eppure si ritroveranno come in mare aperto. Chi saprà nuotare di più, e chi raggiungerà la riva per stare a guardare? Stasera, dopo cena, dopo l’alcol.

Eva scende dal piano superiore. Indossa un vestito leggero e femminile. Dal finestrone della cucina mi scorge sul dondolo in veranda.

– Ehi tu, scribacchino! Che cos’è quello sguardo malizioso? Stai studiando qualcosa in quella tua testolina: lo so, ti conosco troppo bene. Ma non dovevi staccare la spina? – mi studia divertita.

Le sorrido di rimando.

– Tesoro mio, col lavoro da scrittori non si stacca mai. L’hanno chiamato ozio creativo soltanto perché non ci dichiarassimo arroganti stacanovisti.

Ballando la pizzica, opera di Leonardo Lucchi
Ballando la pizzica, opera di Leonardo Lucchi

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