L’ANIMALE: una lettura da Franco Fortini, di Luca Mozzachiodi

Libro 002

L’ANIMALE: una lettura da Franco Fortini, di Luca Mozzachiodi.

     

     

L’animale è la prima sezione dell’ultimo libro poetico di Fortini, Composita Solvantur, e raccoglie sette testi della seconda metà degli anni Ottanta. Questa sezione contiene una serie di allegorie legate al mondo naturale e riprende le forme e i modi di Paesaggio con serpente, al quale è cronologicamente molto prossimo. Siamo infatti ancora al tempo e ai temi della raccolta precedente, ma se il paesaggio è noto, come ricorda Giuseppe Nava si tratta infatti di Bocca di Magra, la situazione è dantesca: un intelletto smarrito in una selva di notte, incapace di distinguere il «segnato da Dio» e dunque delirante, pronto ad abbandonarsi alla Negazione[1], ma desideroso di una comunione con l’esistente nel dialogo con il trascendente per cui l’intelletto delle erbe e il nostro si fondano in preghiera.
Già da subito si delineano dunque i motivi tipici di questa serie: scenario infernale, presenza di animali inquietanti e spesso velenosi (ragni, scorpioni, fino all’imprecisato essere di Stanotte…) oppure simboleggianti lo scorrere del tempo come i passeri morti di E così una mattina…, al contrario le piante sembrano essere legate ad una dimensione di protezione e di ricordo come nella poesia Le piccole piante, che della preghiera comune di apertura sembrano sancire una alleanza con «l’uomo ostinato che a notte annera carte» ed offrirgli un rifugio esistenziale ed una possibilità di preservare l’opera sua o l’erba e la magnolia di E così una mattina…, rispettivamente sepolcro e monumento funebre ai piccoli uccelli morti, allegoria della giovinezza passata e al contempo simbolo di poesia, trattandosi della stessa magnolia citata in Paesaggio e in Una volta per sempre.
È nel complesso infatti un desiderio di abbandono e annullamento che domina in questi versi, evidente in passaggi come
«Con le foreste riposerò e le erbe sfinite,
vinte innumerabili armate che mi difendono. »
o ancora
«Ma ti prometto, avrai il sonno, avrai la fede nel padre
e nel tuo sonno onnipotenti fiumi
dove sarai felice, neri di notte […]».
che richiama da vicino i versi iniziali di Foglio di via «È questo il sonno, edera nera, nostra/Corona, presto saremo beati/in una madre inesistente, schiuse/ nel buio le labbra sfinite, sepolti».
Non è però da intendere questa come strizzata d’occhio al nichilismo alla moda o come rifugio nel sacro[2], ma piuttosto come momento di disperazione, cioè di incapacità da parte del soggetto di proiettare immagini future, che per Bloch spesso citato da Fortini costituiscono l’essenza della speranza, diverse dalla perpetua riproduzione della materia naturale, da quel farsi pianta che per l’ateo religioso Fortini è l’unica forma di vita post-mortem pensabile.
Tra l’ironico e il tragico è infatti la domanda «o sperate nel dio che vi innamora?» così come ironica e tragica è la fine dell’animale nell’ultima poesia del gruppo, che assieme a Jachia, Lenzini, Luporini, leggiamo come un’allegoria della lotta violenta interna all’umanità ma anche superiore ad essa
«e ora cieco di luce
stride, combatte, implora dagli spini pietà»
dove non è forse troppo vedere memorie infernali dantesche («Io venni in loco d’ogne luce muto») e bibliche («laggiù sarà pianto e stridore di denti»)[3].
Vediamo ora di procedere a qualche breve nota sui singoli testi

Qualcuno è fermo: in questo testo viene descritto un notturno di campagna, il protagonista osserva una figura umana lontana e indistinta, con cui non è più possibile una reciproca conoscenza; la notte così diviene, dantescamente appunto, allegoria di solitudine e smarrimento, che possiamo tranquillamente pensare essere lo smarrimento di fronte all’epoca che cambia e alla storia individuale (del poeta o della sua generazione) che nella morte si dissolve e diventa fatto universale.
Ecco che dunque le numerose figure vegetali presenti nel paesaggio stanno incomprensibili all’uomo come se segnassero un altro percorso di una più vasta storia preclusa all’intelletto razionale umano, anzi elevati quasi a testimoni muti della presenza divina.
Di fronte a tale smarrimento l’uomo inclina alla negazione, alla negazione totale, diabolica e non dialettica, che finisce per essere negazione del senso e di quello sforzo di comprensione che caratterizza il cammino dell’uomo nella forma della vita cosciente. All’orrore e alle presenze cupe, come i cani ululanti, anche questi forse presi dall’Inferno di Dante, lo sguardo del protagonista si posa sulla natura circostante, sacralizzata dall’immagine biblica della valle di lacrime, il dolore riacquista infine senso, si fa stazione del percorso e la poesia si chiude in un’accorata richiesta di comunione con il mondo vegetale per comprenderne il segreto e quasi intonare una preghiera notturna.

Le piccole piante: sono molto legato a questa breve poesia tutta costruita sull’analogia già omerica tra la vita degli uomini e le foglie, tra le righe ci dice una terribile verità: i luoghi verdi e la vegetazione stanno sparendo, il disastro ecologico del pianeta muta profondamente la stessa condizione antropologica degli abitanti della terra, così le erbe che abbondano nei versi di Fortini paiono essere un’inconscia riserva di senso e uno strumento di protezione grazie al patto stretto dal poeta con quelle foglie che in sé dicono qualcosa del suo essere uomo.
L’accettazione di quel patto, il sì detto alle piante, è precisamente il contrario della negazione totale che incombeva come pericolo nella poesia precedente, come a dire che di fronte allo smarrimento si può recuperare il proprio legame con il senso del mondo, fino alla morte che diviene comunione ulteriore e difesa

Dimmi tu conoscevi: Si tratta di un’interrogazione rivolta a se stesso sul senso della morte e della vecchiaia (questi e in generale il tema dello scorrere del tempo sono ricorrenti e strutturali in Composita Solvantur). I versi centrali della poesia svolgono dunque il tema elegiaco dell’assenza degli amici morti, riproponendo l’interrogativo sul senso e sulla reale forza della sconfitta umana subita dalla generazione del poeta. È proprio questa forza paradossale che gli permettere di vincere la battaglia con lo scorpione che è l’animale antagonista della poesia e di cui vengono messi in risalto gli attributi quasi meccanici e i movimenti scattosi, fino a farlo diventare trasparente allegoria di un modo di fare opposizione arrabbiato e dogmatico. Premio per questa vittoria, equivoca però per il grado di quiescenza che porta, è la pace dei sensi nel dissolvimento della morte e la fede vista come promessa di riposo.

Sono nella stanza… : il protagonista è al suo tavolo da lavoro, ancora una meditazione sullo scorrere del tempo e sugli atteggiamenti umani di fronte alla transitorietà: abbiamo infatti da una parte le formiche che paiono muoversi di concerto a questo grande tempo cosmico e dall’altra l’uomo che ha bisogno del potere fittizio e quasi incantatorio della melodia poetica per accordarvisi immaginariamente. Il rifiuto di questa finzione poetica in nome della calma e della severità modesta, la capacità di riconoscere nei ragni una figura dell’estraneità della vita ai sistemi eretti dalla disperazione umana riportano il protagonista alla sua dimensione di essere nel divenire del tempo, così che il protagonista si scopre in una continuità di generazioni contemporaneamente antenato passato e futuro.

E così una mattina… : altra grande poesia della continuità, che riprende il topos dello sguardo dato fuori dalla finestra; in questo caso si tratta di uno sguardo sul giardino di casa, dove si vede una magnolia già presente in altre poesie di Fortini come detto. L’intertestualità nell’opera poetica diventa così specchio del legame tra due tempi diversi della vita e due generazioni, il poeta e la figlia compiono lo stesso gesto di pietas nei confronti degli uccellini caduti che finiscono per riunirsi al ciclo naturale confondendo la tomba nell’erba; così nell’infinito vegetale che segna il passaggio ad un’altra forma di esistenza, cioè l’unico vero “aldilà” immaginabile dal poeta, il giardino diventa un modo di umanizzare la morte, dando un ordine temporale alle generazioni è possibile costruire un nuovo senso e allora conoscere nella materia gli “spiriti” dell’esistenza che l’ha preceduta e gli ha dato sostanza.

Disoccupato… : con questa poesia ci distacchiamo dalla finora abituale figurazione allegorica del mondo naturale per una più cruda e netta riflessione storica sullo stato di cose presente che ricorda certi precedenti moduli brechtiani della poesia di Fortini. I disoccupati in questione sono i giovani delle nuove generazioni ridotti, sotto le spoglie di un perpetuo vitalismo, ad un infantilismo continuo e a una condizione di dipendenza; questo pare essere il segreto della modernità, di fronte al quale anche la poesia non è che vana pietà un po’ oleografica e gli unici desideri che si sviluppano nell’uomo così incosciente sono o un’ansia di dissolvimento o una speranza un po’ ebete nel riposo in un dio cui, divenuti preda della coscienza infelice, si danno tutti gli attributi di amabilità e bontà che non si può più ritrovare nell’uomo.

Stanotte… : ritorniamo qui al mondo naturale, ma questa volta con un ribaltamento, dialettico sarei tentato di dire, rispetto ai testi precedenti dove il mondo animale e vegetale rappresentavano una positiva negazione della condizione di finitezza umana. Qui nella prima parte di poesia anche l’azione sanguinaria e predatoria del piccolo animale è rappresentata come conferma positiva di una sorta di legge naturale, tuttavia c’è un disvelamento del falso, agli occhi del poeta, che parte dalla sua immagine di un mare da cartolina e spinge a immaginare l’animale invero come tormentato dal veleno e agonizzante dopo la sua caccia. Anche la natura ha una sua cruda violenza, pare dirci Fortini, e non ci sono sonni compensatori alla fine della vita; così è infine l’animale ad essere umanizzato attraverso il ricorso a immagini dantesche e bibliche per la sua sofferenza.

Queste poesie nel loro complesso rappresentano un cammino di salvezza attraverso lo smarrimento, il recupero di un senso posto in crisi dall’avvicinarsi della morte, che è però solo una fine parziale, così come un canto di sirena prima siamo attratti dalla promessa di poter, per così dire, vegetare in pace, come se la sofferenza fosse di per sé condizione umana finalmente scontata, ma alla fine risulta evidente che anche nel mondo animale e vegetale, prima invocato a figura dell’alterità possibile nella vita, altro non è che una prosecuzione in cui la lotta continua sotto diversa forma e la violenza si perpetua. A epigrafe di tutta la sezione potremmo citare la poesia inedita di Fortini

Mi hanno spiegato
Mi hanno spiegato che le bestie e l’erbe,
cieche o modeste o vinte o assopite
o in sé raccolte, dimesse, sfinite,
rapprese nei miei versi,

sono una madre di me stesso, immagini
di sonno e di custodia.
Ma ormai sonno non ho, non ho custodia.
E senza requie questo male, padre[4]

 

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[1] Giova qui ricordare la presentazione di Mefistofele nei versi di Boito «son lo Spirito che nega» del resto l’archetipo faustiano e quello del pellegrino dantesco si coniugano spesso in Fortini.
[2]Su tutto ciò è assai preciso Lenzini in il poeta di nome Fortini, Lecce, Manni, 1999., pp.223-24
[3] L’interpretazione dantesca delle situazioni poetiche di Composita solvantur deve molto a Paolo Jachia Franco Fortini. Un ritratto, Civitella di val di Chiana, Zona, 2007 e a Thomas Erligns Peterson, The ethical muse of Franco Fortini, University press of Florida, 1999
[4] Il testo è quello riportato in Franco Fortini, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2014, p.818 diverso dall’edizione delle poesie inedite a cura di P.V. Mengaldo.

                   

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