L’arte della sconfitta, di Luca Mozzachiodi

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L’arte della sconfitta, di Luca Mozzachiodi.

    

    

Questa breve serie di versi nasce da un errore per eccesso di fiducia, fiducia nella poesia e nelle sue possibilità di comunicare a tutti e con tutti, troppo spesso accade di sopravvalutare il ruolo che essa ha nel mondo. Così l’occasione morale di questa Arte, che costruita in forma di dialogo voleva concretamente costituire anche una serie di precetti e meditazioni, è la riflessione su uno stato di sconfitta storica, sociale e collettiva, dunque umana, oltreché esistenziale, senza tuttavia la volontà di esaltarla, anzi riconoscendo che pur nello stato in cui ci troviamo dobbiamo necessariamente considerarci in milizia; non sapendo se sia realmente possibile vivere in maniera umana nel nostro tempo la lotta è essenziale per mantenere vivo il dubbio.

Con ogni probabilità chi intenderà pienamente il senso di queste poesie sarà chi dispone già degli strumenti di difesa che esse racchiudono, gli altri che ne hanno più bisogno io credo non potranno ricevere grande giovamento dal meditare verità che non appartengono loro, rimanga allora il diletto della poesia e l’ombra di un’antica favola vera. L.M.

    

L’ARTE DELLA SCONFITTA

    

Qui noi siamo la persa parte, la parte che perde
ma con arte (G. Sissa)

C’era una volta il sogno di una causa (F. Fortini)

        

I

Racconta la leggenda che travolse
il secolo passato una guerra sanguinosa,
e giorno dopo giorno in ogni morte
quotidiana l’uomo si faceva
meno che uomo.

In quella guerra lontana,
industriosi uomini ridisegnarono
le città confine e per confine
ed operosi giorno dopo giorno
prospera libertà.

Solo in qualche pallido mattino,
un incubo turbava gli arresi
e figli degli sconfitti,
in qualche mezza frase tra i caffè
sfocate nella mente antiche gesta,

il segno che qualcosa resta;
esiste una giustizia dei banditi
pensò il giovane che
aveva smarrito la memoria dei padri.
Altri hanno vinto e riconosco i miei.

Nel grande carcere cercò l’uomo cencioso
di anni e i compromessi,
passato il secondino tra le grate
«Non il nome degli oppressi ora dimmi»
gridò, «ma come vinti si vince».

L’altro gli strinse le mani e così parlò.

   

II

È questa la mia povera sapienza,

oltre le cronache dei re sopravvive nel mondo
fui capitano, più non ti nascondo
dell’esercito in rotta lungo gli anni,
alta la passione era, alto il disegno
e nobile lo slancio.

adesso traccio sul bianco
del muro i miei giorni
ridendo del marchio d’infamia,
sui libri sta scritta la smania
dei simili a me.

     

III

Mi ero messo in prima fila tra i miei
nascondendo i gradi del comando.
Coraggio era il pensiero che uno
uguale a loro potesse tanto!

    

IV

Marciammo a grandi giornate,
molti tra noi ricordavano ancora
l’odore di casa, il rumore

di pioggia sui vetri,
la pace delle stanze.

Marciammo e dopo un’ora
battuti tornavamo indietro.
Avevamo patito abbastanza,

ma tu avanza lentamente
adesso che la lotta è di millimetri
di strade già occupate, di stanze
assediate dal niente.

Non ti chiedere quanto manca
al distendersi del fronte, non contare le ore,
metà della guerra è l’attesa
che affina il cuore.

    

V

Di me non cercherai di sapere molto,
di te quello che basta a farti saggio

e beati gli uomini sorpresi dal dolore
a rabberciare la vita senza misurarsi
la spanna o l’ampiezza della schiena

però ricorda che il cappio va sciolto,
va conclusa la pena.

     

VI

Noi siamo quelli che si attirarono il riso
dove gli altri forgiavano armi

noi leggevamo libri
sull’arte e sulla geometria
e quando essi chiamavano fuori
a raccolta il popolo senza chiedere
nulla più che nome e presenza
noi scansavamo le folle,
ci sforzavamo di leggere i cuori.

Noi eravamo il secondo fronte
ci siamo attirati il riso del nemico
non facevamo paura
perché eravamo meno e senza armi.
Impiegarono dieci anni
a far breccia nelle mura.
Nessuno dei nostri voltò mai le spalle.

     

VII

Non siamo i primi, altri

prima di noi già furono sconfitti,
bada dunque al vinto
che ebbe salva la vita e che si perse,
nel suo sorriso per te nasconde il pugnale,
ogni tua vittoria gli ricorda le rotte subite.

Per questo tra gli altri sedendo riderà di te,
di sé dovette ridere e implorare per salvarsi,
giurare che mentiva e che male
fingeva per lo più ed ora è sale
la verità sopra le sue ferite.

     

VIII

Fa che ognuno ti intenda quando parli,
non tendere alcun velo a questa luce,

è oggi la tua parola il corpo della sconfitta
e scaveranno presto le tue piaghe, i tarli
nei tuoi armadi, tutto parla di te,
di te come uno tra i tanti

e non credere non puoi strapparli,
non puoi alla dolce miseria dei boschi,
alla povera pace dei silenzi,
ai segni di pietà nella natura.

Tienilo a mente per la lotta futura,
impara anche la lingua degli uccelli,
fa che ognuno ti capisca, tutto parla di te
del creato hanno fatto il loro orto di pianti.
Impara la lingua della terra se ti ribelli,
parleranno anche loro di te,
parleranno fra tanti.

     

IX

Con accortezza disponi le tue forze,
non consumarti nella fiamma

che a troppi di noi distorse il viso
e ora ci accalora mente vinti
numeriamo gli errori dei compagni.

La scienza del rancore ha nella furia
il suo seme, tu all’ingiuria
non rispondere, aggiungi anni agli anni,
non fare che di te si rida
non lasciarti alle strida dei giornali,
parleranno di lotta conclusa
e forze residuali,
ma tu considera quanto sbagliammo
e oggi sappiamo,
non tutti i nemici sono uguali.

     

X

anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince.
E questo nemico non ha smesso di vincere.
(W. Benjamin: tesi di filosofia della storia)

C’è la lapide, tra le altre nel museo,

di un naufrago su un’ isola di teschi
con lo sguardo al mare maledice i resti
della nave e sé per il viaggio.

Un’altra nello stesso luogo

prega che il proprietario possa perdersi nel tutto
e naufragare come il filo d’erba
al canto, o la radice ritorta nel fuoco.

Sono infinite le leggi del lutto
e resta il parlottarne tra di noi.

       

XI

Non è il bene ma il male che si muove
come il mare tra onde e reflussi
eppure amico hai udito che dissi

di te non si rida, ma ridi
tu qualche volta che vivi nel poema
di santi e cavalieri.

Del male per cui è ordinato il mondo
tu ridi e di quelli che ne confondono
il nome nelle ore di tempesta,
tu dal campo di caduti senza eroi
del male impara il nome e questo basta.
Dillo ridendo se puoi.

     

XII

Non ci sarà nessuna mischia mai,
lo scontro sarà tutto di imboscate
e le ferite che riporterai

le segneranno lo specchio, le vetrate
dei palazzi, i negozi chiusi,

le vie vuote dell’estate.

     

XIII

A volte sarai battuto,

vedrai in qualche oscuro bosco o antro
smagrire la tua vita al fuoco bruno
dei giorni senza segno.

Sono le cose a salvarci
dal mondo che non muta il suo disegno,
a volte una tazza in cucina,
il calendario che schiocca per il vento

o una nuvola col suo lento
andare, che ti rompe il pensiero
già sul perdersi.
A volte ci sono rinforzi

dispersi da aspettare.

      

XIV

 

Ormai lo sai, un’arte precisa
non c’è ma una parte

una strada va presa.

Solo la sconfitta ha i suoi trucchi
e se ti prendono vivo tu ingoia
il veleno delle tue parole,

mostrati amico e vivi come puoi,
ma non ti innamorare della gioia
che è vincere su te non sul tuo tempo.

      

XV

Vomita allora la pietà perché a loro non ne resti
mentre ti vogliono unico e fraterno,

chi è unico muore e il verbo dei morti
a loro appartiene in eterno.

Non rimanga perciò di te mai
pietra su pietra.
Fatti saltare cuore, nervi, tendini
né si dica che qualcosa fu tuo
se non le schegge dell’infranta vetrata
e dietro esse il lampo dell’aurora,

lo sa l’uomo che il carcere divora.

    

XVI

Ti conteranno le costole, sappilo,
anche senza il calcio del fucile,

con la luce della perfetta passione
passeranno dito a dito i tuoi cassetti.
Fu così fu così che visse.

Sapranno tutto di te stanne certo,
diranno anche lui fu morso, anche lui
dalla tarantola della vita!

Tu resisti alla perlustrazione, mentiti
preparati alla guerra di frontiera
tra le esistenze.

     

XVII

Ti tradiranno e tu ti tradirai

con parole non tue
nel dolore più grande che non
ti prenderà come il lampo e la bufera.

Non ti travolgeranno ma di te
ogni fibra muterà e non la primavera
con fiori di vittoria coronati,
ma il crudo inverno del tuo sdegno

e nel fianco il pugnale del compagno.

      

XVIII

Non c’è chi non rinneghi

alla tortura di anni dal balcone
ove si può vedere chiaramente
il nemico che ha rimosso per la strada
le sue insegne forte della pace
e la rosa fiorire indifferente.

Non c’è nessuno cui non piace
pensare la resa e una seconda vita
un bar di periferia dove indossare
la camicia pulita,
un cuore mite e libertà d’artista.

Diffida sempre della rapida riuscita,
il fronte del tempo l’abbiamo
lasciato scoperto.
Senza catena noi per primi
dei nostri canti facciamo parole di scherno
del rullo dei tamburi
uno stanco sbadiglio.

Solo con due spade in guerra si è sicuri,
la seconda lasciala a tuo figlio.

      

XIX

Ti si avvicina il tempo di lasciarmi

e sarà lunga guerra quella senza di me,
fuori tutto continua al passo
di barbari in armi.

Con parole di molti colori li troverai,
con credo elaborati e sottigliezze,
virtù, vacanze, titoli d’onore
pene d’amore e sogni di riscatto

i barbari non sono affatto
diversi da te, ricordalo quando per strada
ti volgeranno il riso più cortese
e tra di loro metterai la spada.

     

XX

Saranno quelli dopo di noi

o fra noi quelli invecchiati onestamente
a dire come perdemmo la giornata.

La scienza del dolore però ci venne
dall’animalità anticamente,
perciò senza scandalo via via scoprendo
le crepe nelle case, le falle nel sistema
andammo in rotta come vento e foglie,
le stagioni figurando
quando la storia era persa.

Ci accolga ancora col nemico alle soglie
dell’ultimo bastione un canto di sirena:
il suono degli allarmi o la campana
di raccolta ci ricordi tra le onde
la musica che uccide: l’infinita
narrabilità degli anni.

Farai meglio però a non darti nessun nome
perché ti prenderanno prigioniero.
Qui chiudo i miei consigli
ma muta la tua parte di tempo
e imparala bene e con pazienza
l’arte della sconfitta.

L’uomo libero è quello che progetta
sul retro delle stuoie nella cella
i piani di un’imprendibile fortezza.

                    

testi editi in © L’arte della sconfitta, Qudulibri, 2017

     

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