Lascia la tua terra: intervista a Stefano Iori a cura di Claudia Zironi.

La donna che visse due volte, Alfred Hitchcock, 1958

Lascia la tua terra: intervista a Stefano Iori a cura di Claudia Zironi.

     

     

12017656_10206637664891850_8906943822129335320_oStefano Iori è nato a Mantova nel 1951. Dal 1979 al 1985 ha svolto un’intensa attività teatrale e televisiva, in Italia e all’estero, come attore e regista. Debuttò come saggista nel 1992, firmando il volume Scritture del teatro (edizioni Provincia di Mantova). Iscritto all’Albo dei Giornalisti Professionisti, è stato redattore del quotidiano La Voce di Mantova dal 1992 al 1999.
Si è rivelato al pubblico e alla critica con la filmo­grafia ragionata I Grandi del cinema. Tinto Brass (Gremese Editore, Roma, 2000). Ha collaborato con vari editori in qualità di curatore, fra questi anche Editoriale Giorgio Mondadori. Ha firmato tre libri di poesia: Gocce scalze (Albatros Il Filo, Roma, 2011), Sottopelle (Kolibris, Ferrara, 2013, con prefazione di Gio Ferri) e L’anima aggiunta (Edizioni SEAM, Roma, 2014, con prefazione di Beppe Costa e traduzione inglese a fronte; seconda edizione per i tipi Pellicano, 2017). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo La giovinezza di Shlomo (Gilgamesh Edizioni, Mantova). È direttore responsabile dei Quaderni del Premio Letterario Giuseppe Acerbi, nonché direttore artistico del Mantova Poesia-Festival Internazionale Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival. È condirettore del blog di poesia Trasversale e coordinatore del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Sue poesie, oltre che in inglese, sono state tradotte in spagnolo, lituano e rumeno.
Stefano Iori è anche direttore della rivista di poesia Versante Ripido, che sarà edita in cartaceo da gennaio 2018 con Terra d’ulivi di Lecce.

Pochi giorni fa è uscito con Fara Editore il suo ultimo libro di poesie “Lascia la tua terra – sinfonia del congedo”, un libro difficile, di particolare interesse per i temi e per la prospettiva da cui sono trattati.

Qui rivolgiamo a Stefano alcune domande per guidarci nella lettura.

     

Questo tuo “Lascia la tua terra” è diviso in sezioni. Si parte con una introduzione al “viaggio” che consta di due testi, poi si entra nel vivo con “del morire”, “nel nulla”, “dubbi”, “stupore”, infine hai pensato la parte conclusiva “oltre” chiudendola con il poemetto “Sinfonia del congedo (ricapitolando)” che dà il sottotitolo al libro. Tutto lascia intendere che si tratti di un viaggio spirituale…

Sì. Un percorso dello spirito, dell’immaginazione, del sogno, ma anche dello spogliamento. Certi temi, come quello della morte, non possono non toccare intimamente chi scrive. Questi si denuda nella poesia e mostra i propri dubbi, le proprie paure, le proprie speranze. Senza nemmeno la pelle a dividerlo dal foglio. Un salto senza rete che porta ad altro. Dal morire al nulla e poi al dubbio e allo stupore, fino all’oltre-misura. Il percorso, nella sua direzione sommaria, era preordinato, voluto, ambito. La scrittura si è arricchita d’altro, strada facendo. Studi, immagini, parole raccolti lungo la via. Una traccia non è una poesia. Per quanto mi riguarda la poesia è un lungo lavorìo.

     

Le poesie sono permeate di riferimenti all’ebraismo e a studi cabalistici. Ti accosti a questi studi in modo laico o mosso dalla fede?

In modo laico, ma subendo con gioia tutto il fascino della cultura ebraica.
Con l’idea di dio lotto frequentemente. E’ una splendida avventura.

     

Noto come la tua metrica prevalente sia il senario anfibrachico, un verso serrato e scandito, ma anche il verso degli incantesimi. Sei interessato agli aspetti esoterici della Cabala?

Gli aspetti esoterici della Cabbalà sono squisitamente intellettuali; le idee vanno nel segno di una speculazione assai complessa e stimolante. L’incantesimo si avvicina più alla magia, se non alla stregoneria. La metrica, o il ritmo, delle mie poesie viene dal riconoscimento dell’incedere stesso delle idee.

      

Spesso citi “I racconti del chassidim” del filosofo Martin Buber. Quanto, secondo te, una vita condotta nella “giustezza”, nell’attesa messianica, può influenzare una serena visione del transito?

La giustizia regge l’uomo. La sapienza lo anima. La saggezza lo rende libero e anche autorevole. La serena visione del transito è un’ambizione. Si tratta di un obiettivo cui si può avvicinare di più chi abbia dato il meglio di sé lungo le tappe che ho prima delineato. Sono tappe che, se raggiunte, hanno una forza pacificante. L’attesa messianica è una questione che non ho preso in considerazione.

     

La prospettiva da cui osservi la morte nel tuo libro è quella del “dopo”. E’ tutto frutto di immaginazione o studi ed esperienza di vita ti hanno fornito strumenti che in un certo senso ti consentono di “vedere oltre”?

Riflessioni. Immaginazioni forse. Credo di essere spiccatamente intuitivo, ma altro non c’è.

      

Nel poemetto che conclude il libro leggo: “Morte si oppone a nascita / Non sa che farsene la Storia / di preludio e ultimo assolo / La sinfonia sta in mezzo // Mosaico di stelle / fermo e chiaro / Solo nel congedo / lo spartito si disegna // Il dovuto il donato il rubato / Di là da sé sboccia lo stupore”. Accosti il congedo a una sinfonia: quando e come l’andarsene diventa musica?

Sempre. Ogni volta che si esce da sé o ci si dimentica il proprio nome. Congedarsi e morire sono due parole distinte, sebbene io giochi con il doppio significato dell’espressione congedo. Ogni volta che cambio parere su qualche argomento mi congedo dal precedente modo di pensare e entro in una nuova dimensione. Sul filo dell’idea, dello studio, della fantasia, questo infinito percorso è segnato da musica.

     

Il libro è finimente illustrato e tu stesso sei autore dei disegni. Ci illustri la tecnica che hai utilizzato e quale rapporto c’è per te tra la parola scritta e la sua trasfigurazione grafica?

Si tratta di disegni sviluppati in videografica, tratti (ricreati) da fotografie o da schizzi a pennarello. Li stampo e poi aggiusto o aggiungo qualche tratto a mano con la china. Il segno grafico è l’avo della parola. Nel caso dei disegni che corredano il volume si tratta di destrutturazioni e di successive ricostruzioni degli odori e dei sentori che mi vengono delle poesie cui sono accostati. Disegni realizzati al termine di un lungo periodo di decantazione dei testi stessi, un arco di tempo in cui non ne ho letto uno, nemmeno un verso. Mi è parso di illustrare il libro di un altro.

     

C’è una continuità tra l’”Anima aggiunta”, o gli altri tuoi precedenti, e quest’ ultima prova poetica?

Penso di sì, ma ancora non ho svolto un’analisi comparata. Mi riservo di intraprenderla presto. Ho comunque individuato qualche filone di pensiero che si è sviluppato da un libro all’altro. Mentre scrivevo non ho considerato le precedenti poesie. Mi sono concentrato sulle nuove cercando di assemblarle in un uno story board rigoroso. La mappa (imperfetta e ipotetica fino all’arrivo) del percorso spirituale cui accennavi all’inizio.

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in apertura La donna che visse due volte, Alfred Hitchcock, 1958

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