L’attesa del padre di Raffaele Niro, recensione di Antonella Tosiani

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L’attesa del padre di Raffaele Niro, Transeuropa, 2016, recensione di Antonella Tosiani.

     

     

La raccolta poetica “L’attesa del padre” narra di una “gestazione” di emozioni che il poeta esprime, raccontando in liriche, la meravigliosa attesa che precede l’evento.
Un’attesa che pervade l’essere, aprendosi a moti dell’animo visionari, bucolici, intimi, lunari… percezioni che si annodano sul filo esile, di un palloncino che si abbandona alle correnti dell’anima, per poi atterrare nella consapevolezza che paternità significa a tratti entusiasmo palpabile, a tratti il traslucere individuale, crepuscolare di voler vivere l’evento, in assoluta intimità.
È il racconto di un viaggio, in cui i piedi e i pensieri seguono percorsi assolati, positivi, surreali, che alternano immagini poetiche immediate, evidenti, a viuzze del pensiero in penombra, imbattendosi, improvvisamente, nel verso criptico, ermetico, difficile a comprendersi, se la lettura di questo voglia limitarsi al solo farsi cullare dalla semplice sua musicalità.

il mare a settembre
non bara fingendo di sapere
in cosa consiste il diritto alla felicità
solo restituisce le lacrime degli innocenti

Occorre, soffermarsi a lungo, sul verso criptico del poeta, per capire, per recuperare il senso della parola ed il suo ruolo; comprendere il significato intrinseco dell’emozione che esso tenta di condividere e, soltanto dopo aver “acciuffato” il suono ed il messaggio in esso contenuti, proseguire nella lettura dei versi che seguono.
Niro, decisamente, non è il poeta della semplicità. Nulla di sé è minimale, visibile, scontato. La profondità ed il senso della sua poesia obbligano a pause e ritorni sulla singola parola, per comprendere il significato ed il contesto del verso, della strofa, della poesia; infine, per apprenderne il canto.

lo spazio nell’universo,
era una questione di tempo
quando dio si è allontanato
una ventina di passi dal mondo.
era andato in un canto
a fare giumella

Proseguendo nella lettura, lungo il percorso indicato dall’autore, ci si accorge che si è all’interno di un racconto; un susseguirsi di immagini poetiche che tracciano le fattezze di un padre che attende, e la sua attesa cresce, con il diametro del ventre materno e in quel ventre, con suo figlio, convivono impressioni, visioni, passioni, desideri, impulsi, percezioni appartenenti al padre e di riflesso al figlio. 

sotto le unghie
ho zolle della sua terra
e candelotti di meraviglia inesplosa 

tra i miei denti
sono accampate parole
in attesa di un qualsiasi esilio politico 

nel gesticolare
madrelingua il presagio
che tra le dita si è incantato il tempo

Vi sono passaggi della sua poetica, che si comprendono con gradualità; altri sono immediati, altri, ancora, restano ispidi, criptici e intriganti.
Tutta l’opera però, porta all’uomo, alla sua maturità, che evolve, attraverso la meraviglia di una fanciullezza, vissuta e lontana e s’apre varchi al presente, di tenerezza, di spavalderia, di fantasia ed immaginario, fino ad approdare alla sponda responsabile, d’una paternità desiderata.

pensare di avere un figlio
è disegnare senza matita
una terra mai esistita
e provare
tra un’ acrobazia delle dita
e un petalo di verbo,
a reinventare la vita  

semmai sia esistita

Il momento della nascita, apre dunque, la via a correnti di sottosuolo dell’anima che, con metodica lentezza, si librano in senso ascensionale.
La scrittura di Niro è il ripetersi ritmico di lievi folate di vento che sorvolano con lui “l’attesa”, su un aliante di tempo dilatato, in cui l’intimità emozionale capta, coinvolge, attrae ed avvicina al tempo della “nuova vita”.

ti piace raccogliere le stelle con le mani
come se le stelle fossero alla tua portata
forse che i bambini nella realtà
sono capaci di vivere la fantasia
come sarebbe normale che fosse 

ti piace sapere sempre dov’è la luna
come se la luna fosse un punto di riferimento
forse che i bambini nella realtà
sono capaci di essere il loro punto nave
come gli piacerebbe che fosse

Il libro si chiude con odi alla madre. I versi sono più leggeri: un saliscendi di flussi che si mescolano e si attraversano; immagini che si rincorrono, in un’intimità emozionale che resta sempre intimamente ripiegata nel suo forte senso di implicito.
L’impianto emotivo è stabile: tiene unite le otto poesie dedicate alla madre come le note di una canzone; un’onda melodica, dà loro movimento e visione; un movimento intrinseco sillaba,   pronuncia, canta, questa melodia di versi, non sempre omogenea.

la prima cosa che insegna una madre
è il respiro – geografia della memoria –
con la mappa dei suoi luoghi di culto 

una pellegrinazione sulla soglia dell’io
dove si sdraia un’altra vita un attimo
prima che accada, quasi un’avvisaglia 

presaga dell’incantamento dei sensi
quelle quattro o cinque cianfrusaglie
che si attaccheranno alle sue pupille

“Quasi niente”, conclude l’opera di Raffaele Niro. Ed io, lettrice assorta, resto ferma, alla fine delle sue pagine, con il libro sulle ginocchia, nel tentativo di mettere ordine tra immagini ed emozioni caleidoscopiche addensate nella coscienza, grata a questo poeta di questo stupore, contenta di essermi imbattuta, casualmente, se vogliamo, in questo complicato e terso poeta, rabdomante di anime.

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