L’avvento del nuovo. Critica a un’ipotesi fantascientifica, di Margherita Lollini

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L’avvento del nuovo. Critica a un’ipotesi fantascientifica, di Margherita Lollini.

   

   

A volte sono i piccoli stimoli a rendere copiose le riflessioni. Ho recentemente avuto l’occasione di vedere al cinema il film Lucy, per la regia di Luc Besson, opera di cui tralasciamo di proposito ogni commento prettamente critico, cinematograficamente parlando.

Piuttosto, ciò che mi è venuto da riflettere, suscitato dalla visione del film, è stato un pensiero più ampio, relativo alla concezione dell’uomo ed insieme alla visione dell’intelligenza, proposta quasi in contrapposizione con la cultura, del tutto qui trascurata.

Semplificando alla radice, il film di Besson sembra proporre un interrogativo che si allarga a maglia al di là di quella che meramente è la trama: che cosa succederebbe se l’essere umano potesse giungere ad usare il cervello ad una percentuale superiore all’attuale, ponendo l’ipotesi sino al punto di arrivare alla totalità del cento per cento.

Il fascino di questa mirabolante congettura aleggia in tutta la pellicola: e ci si perde nell’immaginazione fantascientifica. A questo punto, viene da dire, bisognerebbe chiarire un concetto chiave: cosa sia intelligenza, in quale accezione si intende, che cosa ne deriva.

Strettamente connesso al termine intelligenza, deriva poi un altro enigma: che cosa possiamo intendere come nuovo. Già, perché a questo punto possiamo assumere che se gli esseri umani fossero in grado di usare una percentuale potenzialmente elevatissima o intera della loro intelligenza, sicuramente ciò implicherebbe l’avvento del nuovo, inteso come ogni possibile effetto reale di questa terrificante mole intellettiva. Ed è qui che troviamo ciò che il film, e vogliamo assumere, anche la mentalità collettiva corrente, intende per applicazioni pratiche del quoziente mentale umano.

Il film di questo parla chiaramente: il risultato concreto di questo incremento dell’uso cerebrale porterebbe soltanto ad una funzionalità maggiore del cervello, con l’effetto di potenziare il senso della sopravvivenza, dell’istinto, dell’emotività, nonché di andare incontro a quell’idea di progresso ingegneristico che cambierebbe davvero l’interfaccia del reale globalmente inteso.

Detto questo, credo che siffatta prospettiva sposata dal regista sia propriamente distorsiva, almeno per chi sta dalla parte dell’umanesimo e si domanda, semplicemente, dove restino nascosti in questa visione alcuni attributi fondamentali dell’intelligenza umana. Innanzitutto, ci preoccupiamo dove mai sia potuto finire il senso etico: il progresso intellettivo qui suggerito si dimentica assolutamente dei risvolti delle azioni nei confronti del resto dell’umanità. La misura dell’ego assurge a giusto parametro per quanto riguarda l’azione individuale, la quale si struttura come una successione di obiettivi puramente rivolti al primato del sé. Il senso etico, al pari quanto l’intelligenza stessa, permette la continuazione della civiltà e l’evolversi della convivenza collettiva comunitaria.

Ma soprattutto ed infine viene da domandarsi quale rapporto reale l’intelligenza mostrata nel film intrattenga con la cultura: due concetti qui antitetici e fondamentalmente stridenti.

Contrariamente a ciò, la cultura secondo chi scrive rappresenta il codice afferente della conoscenza del reale, una matrice strutturata di nozioni sedimentate nel tempo che creano una maglia orientativa e ordinatrice delle azioni umane: perché queste non si producano nel vuoto ma in un ambiente propriamente umano. Le tradizioni, le conoscenze acquisite, le concezioni primarie che sostengono il reale: non vi è umanità senza questo. Non sembra credibile né possibile un’idea di intelligenza che si rifaccia e si imposti su un’immagine ingegneristica del sapere: conoscere è inventare progresso, creare migliorie, spingersi incessantemente oltre nella trasformazione dell’esistente a vantaggio dell’essere umano. Questa idea di progresso esiste, ma non è la sola, e non lo può essere.

Il paradigma informazionale con la mole proliferante all’infinito del patrimonio conoscitivo, le connessioni altamente sviluppate tra sinapsi e sinapsi non possono recare progresso solo nella misura in cui si dimostrano funzionali all’essere umano: non si tratta soltanto di problemi da risolvere, di habitat da trasformare, di cambiamenti positivistici in chiave sensazionalista. Aprire nuovi orizzonti in questo senso può essere un’idea di nuovo, sì, ma un’idea solo fantascientifica. Ma non ci si può schierare da questa parte che vuole una concezione ingegneristica dell’uomo e della realtà.

L’intelligenza è quella dotazione che ha portato e porterà all’uomo anche un nuovo quanto mai espressivo, artistico, sentimentale. E culturale.

Cosa ne è, ad esempio, di tutto il campo artistico? La pittura, la scultura, l’architettura, l’ingegno applicato al bello, la rappresentazione di un’ideale estetico soltanto pensato.

E cosa ne è della parola, della rappresentazione linguistica del reale? Dell’invenzione letteraria, della poesia, dell’ascolto dell’uomo di un cardine di bellezza preposto al sentire?

Non credo sia condivisibile un’idea di intelligenza nel nuovo che esuli da questo: un nuovo poetico, letterario, artistico.

Il Rinascimento e l’Umanesimo hanno coordinato al meglio questi due lati, l’ingegneristico e l’artistico, riferiti all’intelligenza umana. La nostra epoca ha potuto invece creare una scissione netta, quasi un’avversione, tra queste due sfere che non possono invece che naturalmente completarsi a vicenda.

Proprio questa compensazione vicendevole ci restituisce un’idea di intelligenza unitaria e pienamente umana: per l’avvento di un nuovo umano.

Non esiste un’idea di nuovo sterile della bellezza, e la bellezza non coincide con la funzionalità, quando, piuttosto, le resta complementare.

Questa visione è quella che ci sentiamo di sposare. E quando ci si domanda, come nel film, se l’umanità sarà in grado di cogliere tutto questo nuovo, la risposta è sì. Quando però il nuovo è interamente, e non settorialmente, umano. M.L.

                               

Masculin et feminin di Jean-Luc Godard
Masculin féminin di Jean-Luc Godard

                             

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