Le anime di Marco Polo, di Giancarlo Baroni. Note di lettura di Paolo Polvani

agostino brunias, scena di danza nelle indie occidentali, 1764_96

Le anime di Marco Polo,  di Giancarlo Baroni, Book editore 2015. Note di lettura di Paolo Polvani: un popolo in cammino.

   

   

Quali voci segrete, quali richiami, quali incantamenti, quale strano vento dell’inquietudine tenne Ulisse lontano da casa per vent’anni ? Cosa spinse Marco Polo a intraprendere un viaggio così lungo e pericoloso? L’orizzonte era lì e andava raggiunto e superato. Oltrepassare l’orizzonte, andare a vedere cosa c’è di là è una spinta impressa nel dna di ognuno: esplorare il territorio è una delle attività preferite di ogni cucciolo di uomo e anche di tanti cuccioli di animali. Il mare poi costituisce un richiamo ineludibile, con quell’orizzonte rotondo, accogliente e l’idea di infinito cui allude. Franco Cassano, autore del bellissimo libro Il pensiero meridiano, scrive: “ L’intelligenza ha un rapporto diretto con il mare, perché quest’ultimo allena l’intelletto alla mobilità, alla pluralità, lo costringe a passare da riva a riva, e da popolo a popolo”. Sempre nello stesso saggio: “”Questa confidenza con il mare e l’infinito è quella che permette di lasciare le dimore senza rimpianti e di vedere oltre le macerie del passato… E non è Zarathustra che confessa di essere “amico del mare e di tutto quanto è di specie marina”, di sentire quella “voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, il piacere del navigante, di avvertire la vista della costa come una catena?”
Perché l’uomo è andato sulla luna sapendo bene che non avrebbe trovato altro che distese di pietre e polvere? Perché voleva toccarle, quelle pietre, e sollevarla, quella polvere. E tutti abbiamo partecipato a quel rito dell’inquietudine, della curiosità, della scoperta.

Ora il libro di Giancarlo Baroni, Le anime di Marco Polo è esattamente dall’inquietudine che prende le mosse. Si apre infatti col dilemma di Ulisse, chiamato alla ripartenza. Ulisse ama sua moglie, ama la sua terra, ma un desiderio più profondo lo turba, il richiamo del viaggio, dell’avventura, la scoperta e il pericolo. Il titolo del libro, Le anime di Marco Polo, apre alla varietà, alla molteplicità delle motivazioni che stanno alla base di ogni partenza: il francescano Guglielmo parte motivato dalla fede, spinto dagli ideali di povertà: “davanti all’imperatore mi presento / a piedi nudi e col capo scoperto”.
Ecco Cristoforo Colombo il giorno che avvista l’isola di San salvador, e Amerigo che dice: “…capire / conta quanto scoprire?” E così, lui che aveva capito, lega il suo nome alle Americhe. E Pigafetta, e i conquistatori spagnoli. Offerti al lettore in forma di fotogrammi, di episodi minimi, di inquadrature fugaci che rubano un momento significativo, un’istantanea che ce li restituisce in tutta la loro inquietudine:

Vittorio bottego
Un corpo solo con il suo cavallo
in omaggio alla città natale lo chiama Parmigiano.
Elegante quando si mette in posa
speroni sciabola i baffi impomatati
guardi verso di me gli chiede il fotografo.

Oppure: “spesso ho temuto di non farcela / eppure il desiderio / vince qualunque febbre”.

Il procedimento è quello della sequenza veloce, incalzante, della rapidità delle immagini. In qualità di lettore confesso che la presa è rapida e funziona, che la lettura è agevole, piacevole, divertente, ricca di spunti di riflessione, per esempio a proposito dell’uomo delle nevi: “oggi lo vedi a Kathmandu / sulle T-shirt dei turisti”. Non fanno la loro apparizione soltanto i grandi esploratori, la trattazione comprende le Fiandre, i Paesi Bassi, i pericoli del mare, argomenti legati sempre al rischio, all’innovazione, alla scoperta.

Un lungo capitolo è dedicato ai santi, a volte grandi viaggiatori e che comunque hanno intrapreso un cammino arduo, complicato, frequentatori di territori dello spirito sconosciuti, personaggi che hanno mostrato una via, individuato passaggi. Così Nicola da Tolentino:

Cura i mali del corpo
con un semplice pezzo di pane
bagnato dentro l’acqua
e ricama l’unica veste
di continui rammendi, quando le case tremano
impedisce ai diavoli sottoterra
di ridurci in miseria. Appoggia le sue mani
e queste mura non crollano
sopra la nostra testa.

Questo libro conferma l’idea espressa da Julio Montero Martins nel bellissimo saggio La macchina sognante: – Cos’altro è la letteratura se non un dialogo incessante, sempre aperto, tra epoche e civiltà, tempi e spazi, poeti e lettori ? – Inoltre, non è la letteratura stessa un viaggio, una scoperta, un’avventura, un’esplorazione ? Chi scrive ripete il gesto di chi si incammina, chi scrive esplora le potenzialità di un foglio bianco, di una schermata video, scrivere è inventarsi una direzione, è cercare una terra dove nessuno è mai approdato, è varcare le colonne d’Ercole e affidarsi al rischio del naufragio. Si tratta in definitiva di un popolo in cammino.

Qual è la funzione della poesia, della scrittura, se non scendere negli abissi dell’animo umano, esplorarli, portare la luce dove l’oscurità regnava, illuminare le pulsioni segrete, i desideri irrinunciabili, cercare di dar voce alle anime di Marco Polo, di tutti quelli che decidono di mettersi in cammino, perché è il cammino il loro destino, il richiamo al quale non sanno dire di no. La versificazione qui è funzionale alla narrazione, agile, asciutta, ridotta all’essenziale, come il bagaglio di tutti quelli che partono per un lungo e faticoso viaggio.

                          

arthur hacker, l'annunciazione, 1892 - in apertura agostino brunias, scena di danza nelle indie occidentali, 1764_96
arthur hacker, l’annunciazione, 1892 – in apertura agostino brunias, scena di danza nelle indie occidentali, 1764_96

 

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