Le case del poeta, di Fabio Franzin

'Confini', tecnica mista su tela grezza, 2016_risultato

Le case del poeta, di Fabio Franzin.

    

    

Origini

Da quando ho iniziato a vivere, la mia casa è sempre stata un umile covo, e mai ho avuto uno studio, una stanza in cui isolarmi, in cui chiudere fuori la realtà contingente mentre scrivevo.
Sono nato a Milano, e lì vi ho vissuto per sette anni, in un appartamento al quinto piano di un condominio in un rione popolare, abitato da operai, meccanici, imbianchini…; ricordo che i palazzi creavano una sorta di corral quadrato, al cui interno asfaltato crescevano qua e là stenti e smilzi alberelli entro la vera di cemento dei cordoli. Dall’alto, il bambino che ero, osservava quelle chiome minuscole, le minuscole persone che lì sotto lavavano le loro seicento, entravano in quell’area con le sporte della spesa o vi uscivano con le mani in tasca.
Poi, quando i miei genitori decisero di tornare in Veneto, il mio sguardo si abbassò al livello della terra, in una casa Gescal a schiera fronte strada, con mattoni rossi a vista, molto simile ai caseggiati inglesi delle zone operaie. Lì, intorno ai venticinque anni, dopo aver letto tanto, con voracità e disordine, ho iniziato a scrivere le mie cose. Sul tavolo della sala, fra le bolle e le fatture di mio padre, che si mise a vendere materiale antinfortunistico senza grande fortuna, i centrini di mia madre e i posacenere colmi di cicche.
A ventisei anni mi sposai, andando a vivere nella frazione del paese in una casuccia che restaurammo. Ma la mia ex moglie non gradiva che perdessi tempo a scribacchiare chissà cosa, così nei sette anni che è durata l’unione, inframezzata dalla nascita del mio primo figlio, ho scritto sempre quasi di nascosto, dopo che lei si era addormentata, prima di crollare anch’io dopo una giornata di lavoro in fabbrica, alla luce della piccola abat jour sul comodino, in block notes a quadretti con la spirale. Scrivevo come un ossesso, come fossi sotto dettatura dal dovere di affrancarmi, pur con un acuto senso di colpa per quel matrimonio che sentivo franare forse proprio a causa di ciò.
Con la mia seconda e attuale moglie – che per fortuna ho conosciuto proprio grazie al suo amore per l’arte e la poesia -, ancor prima di sposarci, andammo a vivere insieme in un appartamento posto sopra un’autofficina con soccorso ACI in piena zona industriale, a due passi dall’entrata nell’A4. Non potevamo permetterci altro, allora. Lo sguardo che si apriva verso l’esterno, lì non trovava nulla di bello o consolatorio: le auto accartocciate prelevate dai meccanici durante la notte, i tir che scalavano le marce diretti verso un qualche capannone della zona, le erbe spelacchiate ai bordi della strada. Accanto a noi, in un capannone fatiscente, coi vetri crepati, incollati alla meglio con lo scotch ocra da pacchi, vi era uno stabilimento dove decine di cinesi vi lavoravano giorno e notte. Lì ho letto La condizione operaia di Simone Weil e, successivamente, ho iniziato a scrivere le mie cose operaie. Era l’anno 2.000. Le campagne ormai mutate in distretti industriali. Nessuno sembrava accorgersi della crisi umana e sociale pronta a deflagrare.

     

Ora

Da 13 anni vivo a Motta di Livenza, paesotto del nord est bagnato di fiumi Livenza e Monticano. Abito al terzo piano di un condominio edificato subito dopo l’alluvione del 1966, nella piazza centrale. Il mio sguardo è posto di nuovo in alto, il piccolo terrazzo, colmo delle piante di mia moglie, mi sembra quasi l’altana, la garitta di una sentinella. L’appartamento è nostro – col solito mutuo che abbiamo quasi estinto -, anche se piccolo. La scrivania col pc, è posta in una rientranza del corridoio fra l’entrata e la sala. E’ una scrivania da ufficio, coi tre cassetti laterali e il piano in marmo nero, reperita in un mercatino dell’usato e poi restaurata. Di fronte ad essa, nel muro, vi sono appese due opere: un’incisione acquarellata di Tonino Guerra che rappresenta un suonatore di flauto e un cavallo, e un’incisione in cui è raffigurata la casa rosa di Parise sulla golena del Piave, casa in cui lo scrittore vicentino vi scrisse i suoi famosi “Sillabari”. Sopra il marmo un sasso venato, trovato un giorno sul greto del Piave.
Nella sala alle mie spalle, oltre alla libreria che custodisce i libri di una vita, vi sono due teche che custodiscono manufatti in ceramica e vetro, opere di maestri ceramisti e vetrai che mia moglie, appassionata collezionista, ha reperito nei nostri viaggi alla ricerca del bello. Teste, vasi, animali, piatti, boccette e bottiglie, dame e coppe. Questo è ciò che entra fra le nostre mura, ciò che si insinua fra le mie parole: memoria di un gesto che le mani seppero rendere sacro. Oltre alla musica hip hop che mio figlio ascolta, alle grida di mia moglie che gli intima di abbassare il volume, ai miagolii del gatto che vuole le sue crocchette.
Certo, vi penetrano anche le notizie della tv: le stragi in nome di un qualche dio assente o quelle di un amore che capovolge la sua rima in orrore, le nefandezze della politica e il crollo di ogni morale.
Come per tutti, purtroppo.
Io cerco di stare ancorato alle mie parole. Di consegnarmi al sorriso di mia moglie e dei miei figli.
Cerco di stare aggrappato a questo piano di marmo nero dove le parole a volte vi cadono dentro e poi si perdono, ma a volte riemergono dal buio per pulsare come stelle sulla carta o sullo schermo del computer.
Quando il bianco si fa cielo, sono in pace col mondo.

                  

Martina Dalla Stella, 'Burattinai e burattini', olio su cartone su tela, 2007 - in apertura 'Confini', tecnica mista su tela grezza, 2016
Martina Dalla Stella, ‘Burattinai e burattini’, olio su cartone su tela, 2007 – in apertura ‘Confini’, tecnica mista su tela grezza, 2016

5 thoughts on “Le case del poeta, di Fabio Franzin”

    1. Grazie a te, caro Christian. per la tua preziosa lettura. Come sai, anche le tue ultime cose mi hanno commosso.
      Ti abbraccio. Con affetto. Fabio

    1. Sono io che ringrazio te, gentilissima Silvia, per la tua preziosa lettura di queste mie parole “private” ma sincere.
      Con affetto. Fabio Franzin

  1. Fabio, manca poco alle lacrime, credimi. Figlio dell’agricoltura che faceva stare bene, liceo classico, nelle porcilaie e nella stalla delle mucche sono messi nell’angolo delle scope il mio dialetto lodigiano e l’italiano. Bruciavo dalla voglia di parlare ma nessun italiano neanche a supplicarlo e pagarlo un milione e mezzo con annessa casa in comodato gratuito (anno 1990). Adesso le mucche sparano fuori 60 litri al giorno, ma si fatica. Ho lasciato l’azienda a mio fratello, quattro figli ed è più bravo. Non bevo più latte, ma l’orto del mio parlare e vivere sta in piedi grazie a chi scrive come te.

    Post scriptum: non ho soldi, ma il 13 agosto io e la mia morosa siamo arrivati alla tomba di Caproni e di sua moglie. Poi non siamo andati oltre, bastavano quei cinquanta chilometri. Stefano

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