Le confessioni di Anna – frammenti di un diario psicotico, a cura di Carla Villagrossi

Dismaland,  credits PA photos

Le confessioni di Anna – frammenti di un diario psicotico, a cura di Carla Villagrossi.

   

   

Anna, una giovane paziente psichiatrica, scrive i suoi diari poetici in modo appartato, solo talvolta con una riservatezza da confessionale, mostra all’educatrice i suoi schizzi e i suoi appunti, poi li trattiene e li occulta nella sua stanza. Per soddisfare i suoi desideri di segretezza, non partecipa alle attività dell’istituzione protetta che la ospita, cammina per i corridoi dialogando sommessamente con se stessa, percorre alcuni tratti del giardino e si trattiene presso la saletta del bar del reparto con il volto celato da un’appariscente e incontrollata capigliatura.
Anna nel segreto della sua stanza, riempie numerosi fogli che costituiscono la sua scrittura nascosta, il suo privato non comunicabile, il carattere della sua “personalità sconosciuta” come lei stessa la definisce. Non intende effettuare un processo di oggettivazione attraverso il passaggio dal privato al pubblico: il trauma che la perseguita rimane occultato al mondo giudicante e punitivo fatto di codici, regole e leggi morali drasticamente infrante e rigettate.
La sua modalità di scrittura sembra rientrare nella “generalità preletteraria” una manifestazione correlata ai momenti della mancanza e dell’insoddisfazione. Una scrittura minore, allo stato nascente. Le parole che si consumano nello spazio privato e solitario della dimensione autobiografica, senza che ancora esista un destinatario reale che risulta essere soltanto fantasticato.
Anna ricostruisce in modo reiterato, come fosse un’emergenza inarrestabile, un fantomatico duplice omicidio commesso prima del suo ricovero. Scrive:

“Potrei parlare di me stessa o non parlare affatto
preferisco ascoltare la voce della mia personalità nascosta e sconosciuta ai più.
Sì, lo so, come potrei non saperlo, ho ucciso, posso essere definita assassina.
Io non mi percepisco così. La mia è stata una vendetta oscura
E forse uno sbagliato tentativo
Di porre fine alle loro sofferenze”.

“Ricordo la scena dell’omicidio, è impressa nella mia mente
i corpi che cadono a terra, l’uno accanto all’altra
come in una simbiosi amorosa.
Adesso soffro e li rimpiango.
Al momento mi sono sentita liberata dai contrasti, dalle liti, dalle botte.
Ora i miei genitori sono dei protettori”.

L’elaborazione del lutto attraverso la rivisitazione e la ricostruzione subisce un processo di moltiplicazione che toglie unicità all’azione tragica sognata e descritta. La morte passa e ripassa attraverso gli scritti tornando al soggetto in una forma ambigua di accettazione (sa di aver ucciso) e di negazione (non si percepisce come assassina). Per l’autrice esiste solo la possibilità di accogliere la forma consolatoria del reato inteso come omicidio filantropico (porre fine alle loro sofferenze) per effettuare una trasposizione redenta (ora sono dei protettori).
Il delirio persecutorio e i temi di morte, lasciano intendere che la prognosi dal punto di vista del recupero sarà infausta. I precedenti clinici della paziente rilevano una schizofrenica, caratterizzata da comportamento fatuo, evasivo, infantile. La depressione e la mania costituiscono le distimie gravi che si presentano come cicli o fasi di dolore intervallati da benessere. L’equilibrio fra depressione ed euforia sono i più labili di tutti gli equilibri psichici e ricordano le continue alternanze tra soddisfazione e infelicità che caratterizzano il modo di essere del neonato.

I fantasmi conservati e rianimati nei procedimenti della scrittura escono dall’universo intimo di Anna solo per essere consegnati al foglio e ritornare all’autrice, per offrire così un corpo al dialogo interiore. Non viene raggiunta una conclusione, non viene trovata una destinazione o una soluzione, è un lavoro del fare e dello scomporre che, come per la tela di Penelope, sembra non avere termine.

La figura materna è dominante nella vita di Anna ed esce con prepotenza disarmante nelle riflessioni contenute nei diari poetici: “Mia madre. Il mio primo amore. Spesso assente” è vissuta nella sua ambivalenza di oggetto amato e odiato, la sofferta consapevolezza della duplicità della figura materna è così riportata nel diario:

“Madre ti ho uccisa, per spezzare un legame morboso
di accettazione e repulsione
In te vedevo il doppio:
madre buona, sensibile
madre cattiva, repulsiva, sgradevole.
Madre ubriaca. Sdoppiata. Mi maltratti, mi maledici.
Affoga annoiata i suoi pensieri dolorosi nell’alcol”.

“Il rapporto con mia madre era morboso,
sognavo spesso di fare l’amore con lei”.

“Mia madre mi chiamava ‘ciccina’
ma poi si trasformava in un animale a 2 teste
mi maltrattava, mi offendeva, aveva bevuto”.

La stessa persona presenta due poli che convivono nello stesso essere: l’alleato e l’antagonista. Anna cerca di distinguere, di scindere questo bene e questo male che convivono nell’immagine della madre, attribuendole una doppia testa. L’immagine della madre a due teste costruita dalla fantasia di Anna, rappresenta una possibilità di fornire una risposta alla convivenza di comportamenti diversi, contrastanti, laceranti, inaccettabili. La doppia identità materna è giustificata dall’amore filiale di fondo: abbandonata alla noia e ai dispiaceri si concede all’alcol causa ed effetto della sua seconda natura crudele e repulsiva.

L’angoscia della separazione originaria non è sorpassata, l’allontanamento dall’abbraccio incestuoso materno non avviene, rendendo impossibile l’incontro dell’alterità e della propria soggettività. Anna rigetta la perdita dell’oggetto d’amore cercando nell’oscurità dell’indistinto, nello spazio del buio e del silenzio, di annullare un distacco inammissibile: distacco dalla madre, distacco da se stessa.

“Parlo della mia vita pre-natale
della mia vita embrionale, della sessualità indifferenziata, del buio disperato.
La vita è questo stadio. E’ sia uomo che animale. E’ la notte dell’anima.
Ancor oggi vorrei essere un uomo. Essere uomo e donna nello stesso tempo”.

Nel passato remoto Anna cerca le sue radici attivando un contro tempo anarchico che procede a ritroso fino al grado zero, in cui tutto deve ancora iniziare, in cui tutto può essere possibile: la fusione tra uomo e animale, la convivenza di una doppia sessualità nella fusione del maschile col femminile.
Nel tempo fluido, nello spazio chiuso e protetto della vita embrionale esiste uno scambio tra la madre e il feto che non conosce interruzioni. Lo stato di fusione che precede la separazione, la perdita, la differenziazione, rappresenta una sorta di Eden, nel quale ostacoli e sofferenze non sono ancora contemplati. La fantasia simbiotica di Anna proietta il desiderio della riunificazione con l’oggetto investito dal suo amore totale nell’universo dell’assimilazione.
Il desiderio di ritornare alla vita embrionale è per Alice un desiderio di ri-nascita, di ritorno alla sessualità indifferenziata, dove si potrebbe esaudire un desiderio dissociato da ogni possibile realizzazione: vivere una bisessualità che unisca i caratteri del femminile a quelli del maschile. Le fantasie sulla vita pre-natale si intrecciano nell’immaginario di Alice con l’attenzione, tutta femminile, per l’interno del proprio corpo. Nel suo diario trovano spazio gli animali che entrano nel panorama delle sue visioni: il serpente, l’aquila, lo scorpione. Quest’ultimo in particolare, viene vissuto come oggetto interno; si tratta di una creatura infernale che abita il corpo di Anna e si alimenta del suo stesso sangue. E’ l’essere velenoso che assorbe su di sé le valenze oppositive che hanno costellato la sua vita.

“Scorpione:
rappresenta la mediazione tra terra e cielo. Abbraccia la terra e il cielo
E’ buono e perfido. Lo scorpione rosso fuoco che vive dentro di me
È un piccolo demone scaltro e intelligente
Cielo – terra
Luce – buio
Giorno – notte”.

Anna incorpora l’oggetto come fosse un figlio, lo “scorpione rosso fuoco” è accolto dentro di sé, ha una vita propria e intenzionalità autonome iscrivibili nei ricorrenti parametri dei conflitti tra opposti. Carico di valenze buone e cattive, l’oggetto estraneo viene collocato al di fuori del corpo ricevente attraverso la scrittura, trovando così una localizzazione diversa che ne può attenuare il pericolo. Le forze distruttive e aggressive sono rappresentate dallo scorpione, in quanto animale notturno misterioso e temuto, abitatore del buio e dell’umido; un predatore che turba l’immaginazione perché nuoce pericolosamente per la tossicità del veleno contenuto nel suo aculeo.

I caroselli di Anna attorno alle tematiche della sessualità, del corpo, della vita embrionale, si snodano nei diari come i frammenti di pensieri liberi e incontrollati, le pagine dei diari poetici le permettono di confessare a se stessa prima e di far uscire da sé poi, le tematiche profonde e angoscianti. Il foglio diventa il contenitore non giudicante dell’autoanalisi, il ricettore muto e fedele delle verità indicibili.

                        

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