Le cose che esistono di Salvatore Azzarello, recensione di Francesco Di Lorenzo

John Glover, L'arcobaleno, 1794 copia

Le cose che esistono di Salvatore Azzarello, Round midnight Ed, 2017, recensione di Francesco Di Lorenzo.

    

   

La poesia di Salvatore Azzarello, nel suo insieme, ha una cifra molto particolare . In ‘Le cose che esistono’, la sua raccolta di esordio, vengono alla luce in modo netto e preciso alcune caratteristiche strutturali (alcune componenti di base poetica) che dovranno essere confermate. Questo alla luce della giovanissima età del poeta. Un’età giovane solo anagraficamente, perché poi, per il resto che si cercherà di spiegare, i suoi versi denotano una notevole maturità, quasi una consuetudine, confermata dalla scelta di trattare le grandi tematiche della vita.
Intanto c’è la Sicilia. Sì, ma non nel modo usuale ed abituale già visto e sentito. Questa di Azzarello è una Sicilia complessa, viva, una Sicilia reale, una Sicilia non sempre cantata, una Sicilia spesso taciuta.

I tedeschi che scendono in Sicilia
per un climbing insolito, su rocce a uncino
a strapiombo sul mare
le guardano come oggetti di performance
e ignorano chi le ha sentire urlare.

Questi versi nella loro nitidezza ci parlano sottovoce nelle orecchie ed evocano una regione dal passato (e forse anche un presente) difficile, una regione che nasconde le urla e le ferite, tramortite dietro le bellezze che incantano e attraggono, quelle a uso e consumo dei turisti.
E allora il legame con la terra d’origine si fa duro, aspro:

Ma intanto Palermo bruciava
di sole, Palermo la madre che uccide
Palermo, lasciami andare…

E i tre puntini sospensivi, messi lì come a suggellare la difficoltà di vivere nella città di Palermo e la bellezza del gesto di chiedere il permesso prima di lasciarla. Una sintesi unica che Azzarello riesce a creare con grande maestria e che si collega ad altri versi analoghi presenti nella raccolta, come questi;

Ma intanto Palermo bruciava nel cielo!
Me l’avevano detto, “la gente ha dismesso
I quartieroni, predilige i piccoli locali. È un bene
perché si deprimono mafia e piccolo spaccio
si valorizza il centro, ma quello carino
si offre un bacino di pubblico a band emergenti”.
Ma vallo a dire al Genio scolpito nel marmo
al serpente che cova nel seno.

Quindi, come già si evince da questi pochi versi, ma che sarà confermata dalla lettura integrale del libro, c’è, in tutta la poesia di Azzarello, la Sicilia in sottofondo. Però, mai esibita apertamente. Un tema forte che a tratti riaffiora come a voler dire ‘sono qua, sono la tua terra’ che non è scomparsa, ed è solo la ritrosia del poeta a non volerla esibire perché le cose amate si tengono intenzionalmente nascoste, anche se spesso esse vengono fuori quando meno te l’aspetti.
Ma in Azzarello, come si è già detto, oltre a questo, c’è anche altro, molto altro. Tra concetti come la dimenticanza, il viaggio e l’antitesi morte/vita, i suoi versi scorrono in modo semplice e lineare, dotati di una classicità naturale, si soffermano in alcuni punti per affermare ricordi e sollecitare emozioni, ma poi corrono via lievi e gentili come a voler confermare la loro volatile caducità.
Così, nella poesia dedicata alla madre, il pretesto è tutto consumato sul filo della religione e delle filosofia, ma con un intento realistico che contrasta e rende belli e veri questi versi:

Tu che preghi e piangi per me
una cosa alla sant’Agostino! Inutile perché
tuo figlio è un’antitesi che non sintetizza
non il ruggito di un leone
nobile all’affermare o a negare
ma l’eterno vagito di un bambino.

Come conferma la prefazione al libretto, è stato già ampiamente rilevato che la poesia di Azzarello ‘ammicca ad un registro alto’. La citazione di Orlando (trasformato) oppure quella di Sant’Agostino ne fanno fede. Ma è proprio in questi interstizi che si insinua il carattere vero di questa poesia. Mentre si cerca, come è giusto, che sia un registro alto, si enumerano ancora e sempre le miserie della condizione umana. E il contrasto si fa potente nella parole dei pezzi di prosa poetica, come in Svegliandosi soli, in cui c’è tutta la condizione dell’esule che si domanda, presumibilmente in pigiama, a notte fonda davanti ad un bicchiere di latte bollente:

Ci si può voler bene veramente quando non si è vicini?

E trova anche la risposta:

O forse i rapporti semplicemente si assopiscono, per risorgere solo in quello strano eterno agone che è il tuo ritorno.

E nell’altro pezzo sempre di prosa poetica Miti per ricchi, quando il poeta viaggiando in treno legge la scritta ‘6 senza Frontiere’ che fa partire la sua mente e lo porta a chiedersi,

come il mondo possa essere una tale fabbrica di enunciati sconnessi dal reale, feticci di un
mondo inguaribile che disperato vuole credere non a quello che vede, ma a quello che legge.

Parole sagge che esprimono maturità e senso della profondità delle cose. Le cose che esistono.

copertina
in apertura, John Glover, “L’arcobaleno”, 1794, Metropolitan Museum New York

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