Le donne non scrivono molto bene, editoriale di Marinella Polidori

Giaele e Sisara
*oil on canvas
*86x125 cm

“Le donne non scrivono molto bene” o dell’utilità delle provocazioni, editoriale di Marinella Polidori.

   

   

Di una bella e buona affermazione misogina avremmo avuto bisogno anche noi, almeno come occasione dalla quale far emergere una visione patriarcale, quel “non detto” che in qualche modo deve aver supportato la rimozione della scrittura delle donne dalla storia ufficiale della nostra letteratura.
La questione oggi viene affrontata in maniera meno sommaria e molto accademicamente articolata tanto che è difficile, in questa occasione, poterne sintetizzare e divulgare percorsi ed esiti.
Molto hanno detto e dicono ancora filosofe, linguiste come Luce Irigaray, Julia Kristeva, Hélène Cixous, Carol Gilligan e Adriana Cavarero in merito al dibattito sulla scrittura femminile, su quella voce che anche se non rimarrà per sempre“diversa”, lo è stata a lungo e lo è ancora.
Un dato di fatto è comunque oramai incontrovertibile ed assodato: la lingua poetica, come ogni lingua, essendo anche culturalmente determinata, può subire gli effetti di una vera e propria “svalutazione”, attestarsi o rinnovarsi con più difficoltà, rivestire un “prestigio” ed un’attrattiva culturalmente limitati.
L’urgenza di una donna che scrive poesia oggi è anche quella di analizzare il proprio disagio rispetto ad una tradizione “indisponibile” perché oscurata e rimossa e che, per alcuni versi, appare ancora non adeguatamente rispettata e riconosciuta come “altrimenti” significativa.
La scrittura delle donne se non è esistita fino ad oggi, oggi non piace troppo e, forse, non piace troppo soprattutto alle donne. Ecco, di questo dovremmo parlare in “casa nostra”, dovremmo verificare questa ipotesi e, nel caso venisse suffragata, dovremmo chiederci il motivo di questa mancata “corrispondenza tra coincidenti sessi”.
Prendiamolo come esercizio di zelo, male non può farci: la scrittura delle donne ha bisogno di essere ripensata nelle sue specificità, nei suoi mancati sviluppi, nella sua mancanza di efficacia sul piano della relazione.
La poesie delle donne in Italia rischia di rimanere invischiata nel caos post-patriarcale e neoliberale, rischia di rimanere “puro godimento, di non essere spesa”, come altre forme di conoscenza, “a vantaggio di una interpretazione del presente”, insomma di non riuscire ad uscire più da quella famosa “stanza,” da quel luogo comune che guarda alla scrittura delle donne come forma di emancipazione, se non per recarsi in una sorta di circolo del dopolavoro.
Ad oggi anche la scrittura delle donne può dimostrarsi un boomerang, uno specchio deformante che restituisce o falsa questioni importanti come quelle della nostra autorealizzazione e libertà: ad oggi, molta scrittura delle donne pare perseguire forme di “onnipotenza individualistica” che rimangono sganciate da ogni pratica di relazione, pratica che invece è naturalmente iscritta nella storia, nel corpo e nella voce delle donne. A farne le spese sarebbe, anche in questo campo ed alla fine dei conti, la parità tra i generi.
La proposta è allora quella di sottrarre la nostra riflessione alla pratica del negazionismo egualitaristico, che proprio sul terreno del gender gap letterario non vuole confrontarsi; un negazionismo che temo finirà ancora per appiattire e silenziare la parola delle donne, un negazionismo che restituisce una poesia imborghesita e solitaria, una poesia della quotidianità ma post-liberista, caotica, confusa, rinunciataria e così ripetitiva da apparire molto distante dagli esiti innovativi di certa poesia dell’empowerment afro-americana (spoken words) e dalla quelli della libera creatività della narrativa anonima o collettiva, anche italiana (Elena Ferrante).
Serve allora una provocazione forte circa la nostra scrittura, che solleciti almeno una qualche forma di verifica sul quel dogma poetico-letterario che ci ripete con ostinazione che “la poesia è poesia” e che “se è buona poesia non ha genere”… neanche si parlasse del sesso degli angeli!
Ma cosa c’è allora alla base di quelle esecuzioni sommarie che tranciano tanta poesia delle donne? Cosa c’è alla base di questa pratica della discendenza sempre al maschile (i versi richiamano spesso i vari Porta, Penna, Caproni o Sereni..etc )? Cosa dietro alla ritrosia delle più “brave”, al loro leggendario “cattivo o schivo carattere”? Cosa dietro questo starsene a “leggere donna” dentro cerchi e circoli e a questa ammirazione e preferenza per la poesia di tanti, troppi uomini?
C’è poco da fare; la poesia delle donne, aggiungerei italiane, piace poco sia alle donne che agli uomini. Le donne non sanno scrivere molto bene: vogliamo capire se alla base di questa affermazione c’è qualcosa di vero?
Chiederci seriamente a che punto è la scrittura delle donne, di tutte le donne, giovani e meno giovani ? E, soprattutto possiamo domandarci se, ad oggi, possediamo dati, ricerche utili ad escludere qualsiasi forma di “sessismo letterario”o, alla meno peggio, di protettorato paternalistico, di paternage, dietro la poesia delle donne tutte?
L’osservazione diretta dell’ambiente poetico nel quale ci muoviamo non può che farci prendere atto del permanere di una differenza di trattamento di poeti e poetesse, non tanto in termini di pubblicazioni (la vanity press e le antologie…hanno fatto miracoli) quanto in termini di presenza sulle riviste di poesia, sia come autori che come recensori, in termini di presenza nelle redazioni, in termini di posizioni e ruoli ricoperti all’interno delle case editrici, nella gestione dei litblog, insomma un’ analisi seria che serva ad escludere in Italia la presenza di un writing glass ceiling.
Avrei piacere di essere smentita da un’indagine analoga a quella svolta in America dalla VIDA [1] sul sessismo letterario, indagine che ha dimostrato che, nonostante l’impegno di alcuni editori (Christian Wiman di Poetry), anche tra autori ed autrici di poesia rimane un gender gap apparentemente inspiegabile.
Partiamo allora dai numeri, quelli non mentono come dicono gli americani, e cominciamo a chiederci chi leggiamo, dove siamo e se è possibile andare da qualche parte; cominciamo a fare i conti con quello che manca alla nostra scrittura partendo da noi stesse. Applichiamo il principio della “lealtà sulla realtà” secondo il quale non si cessa di essere corresponsabili per il solo fatto di essere …vittime.
Perché le donne non si leggono, o non si leggono abbastanza? Perché preferiscono leggere poesia maschile o femminile ma straniera? Perché non si scelgono, leggono o supportano tanto quanto fanno tra di loro i poeti uomini?
Cosa non ci convince della nostra scrittura o con cosa non riusciamo a fare i conti? L’ombra della madre, la mancanza di assertività o la sindrome dell’ape regina? Cosa impedisce una spontanea ammirazione per il nostro genere in toto, come spesso e “cameratescamente” accade tra poeti uomini? Manchiamo di esercizi di comprensione, autoanalisi o di esercizi di ammirazione?
Cominciamo, impegnandoci a #readwoman (lo so, abbiamo iniziato) e rendiamoci conto che il negazionismo non è pratica da promozione sociale. Seguiamo il consiglio di chi propone di “leggere più libri scritti da donne alle elementari e alle superiori, studiare di più il pensiero femminista alle superiori e all’università… far sì che per esempio La campana di vetro non sia una chicca introvabile ma un best-seller estivo per studenti come Il giovane Holden; inserire nei programmi di filosofia, letteratura, storia delle superiori una parte significativa dedicata al femminismo storico; desacralizzare autrici come Amelia Rosselli o Cristina Campo dalla loro pseudosantificazione nelle cattedre di studi femminili e pensarle come centrali in un canone della letteratura italiana.” Ecco, appunto, seguiamo il consiglio di un uomo, Christian Raimo, un consiglio che ha dato riflettendo in merito alla violenza di genere. Crediamoci, dopotutto è il consiglio di un uomo.
La mia, invece, è stata soltanto una provocazione ( ma alla maniera di Baselitz).

    

Una cella tutta per sé

Sto in cella,
anch’io, assieme a Voi
perché c’é stata già mia madre
e c’é ancora dentro,
senza saperlo,
mia sorella.
Io no,
io non mi sono liberata,
emancipata forse in parte,
io resto fiera
ma in cattività e silenzio.
Sto in cella,
qui rimango imbavagliata
neanche tento d’impazzire
non ho tempo e
non é questo il tempo
per l’ ultimo atto
di dolore.
Io scrivo e
questa é la mia cella,
l’isolamento estremo,
la stanza in cui mi sono
confinata
del mio rumore dentro
neanche un suono:
é penna che intrattiene
la mia pena.
Io scrivo
Io sono fiera
ma in cattività, sedata
da un verso che mi culla
e che mi illude d’avermi
liberata.
Bestia che parla
così diceva Ortese,
fiera in cattività
che scrive,
poco é cambiato
ma io rimango dentro
assieme a voi
in questa cella
a scrivere sui muri che
c’é stata già mia madre
e che c’é ancora dentro,
senza saperlo,
mia   sorella.

___________________________

[1]  Organizzazione americana che si propone di migliorare l’attenzione critica sulla scrittura delle donne.

                           

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Olofene, 1612-13 - in apertura Giaele e Sisara, 1620
Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Olofene, 1612-13 – in apertura Giaele e Sisara, 1620

15 thoughts on “Le donne non scrivono molto bene, editoriale di Marinella Polidori”

  1. Un’editoriale interessante che pone un problema, quello della scrittura poetica al femminile. Va bene. Consiglierei però di superare l’impasse pregando tutti uomini e donne di leggere senza infingimenti la poesia delle donne, che spesso trovo divagante, sommersa in un empireo desolato e lontano, tutto astratto, privo spesso di qualsiasi contatto con una realtà quotidiana che sfiora la barbarie. Vedi la violenza alle donne che raramente la poesia femminile attraversa.

    1. grazie Renato, aggiungere altro alle questioni che ho messo sulla tavola significherebbe per me sbilanciare i discorsi e le questioni. Ho, con difficoltà, cercato di andare oltre il tema della specificità per sollecitare un dibattito su alcuni meccanismi del sistema e su alcuni atteggiamenti mentali che, seppur notati ed annotati, non vengono analizzati fino in fondo. Si “depotenzia” la possibilità del cambiamento sempre alla stessa maniera; negando o riportando tutto alla categoria dell’eccezionalità. E’ anche per questo che ho evitato con cura liste di salvate e salvatori, sembrano dare dignità ai percorsi e sostegno alle singole persone ma ottengono l’effetto contrario…Un saluto

  2. Più che a continuare a sottolineare e a demarcare il confine tra maschile e femminile andrei per tematiche e visualizzerei come e da che punto di vista gli umini descrivono le stesse tematiche di cui scrivono le donne. Il genere umano ha le stesse necessità e problematiche, sia materiali che psichiche o affettive e, in periodo differenti, quella che risulta l’ombra della madre nell’autrice è quella del padre nell’autore, o viceversa il padre per lei e la madre per lui. Non mi soffermo nemmeno ad elencare i tanti autori che di questo hanno fatto tema della loro poetica o greto per la loro particolare risoluzione a vedere il mondo. Il tema azzera gli interessi differenti. Ci sta che le donne abbiano una vene più intimista, che risolvano in sé le problematiche, anche politiche, che gli uomini risolvono a prima vista esternando o esteriorizzando la loro poetica.
    Sta di fatto che, pur leggendo entrambi i generi, preferisco maggiormente lo sguardo delle donne, sia giovani che mature, soprattutto quelle che non si tirano indietro nel guardare approfonditamente il mondo come si rovescia loro addosso e risolvendolo però in sé con uno sguardo interiore e critico profondo. Trovo che abbiano qualcosa che il genere maschile non possiede: la capacità visionaria di cucire passato e futuro nel loro adesso e senza farsi sconti, senza nascondersi, senza tergiversare, combattendo ogni giorno, fosse anche con la parola in pugno.
    ferni

    1. Cara Ferni, hai ragione. Continuo, per esempio a pensare che versi come quelli di Caproni “Ho provato a parlare. Forse, ignoro la lingua. Tutte frasi sbagliate. Le risposte: sassate” siano i miei o di qualunque “anima” (cfr.Jung) alle prese con un mondo nel quale non si riconosce, certo. Le questione “aperte” mi sembra siano altre; conosco il tuo percorso e mi sento di poter sperare in una preoccupazione condivisa circa meccanismi e capacità di re.azione. Un saluto (ne parleremo presto).

  3. io penso, che quando noi donne avremo raggiunto una adeguata autostima, riusciremo finalmente a trovare il coraggio di scrivere quello che veramente sentiamo e inizieremo a volare.

  4. Tante donne volano alto e con grinta inimmaginabile, basta non guardare le riviste o le attenzioni dei “critici”. Segnalo Maria Angela Mascia cher dà una pista a tutti : maschi e femmine perchè, senza tanti arzigogoli, lei è un POETA !

    1. Adelma, andrò a leggere Maria Angela Mascia, certo, ma anche questo “nominare” per salvare non risponde ai miei interrogativi né riesce a tranquillizzarmi. Un saluto

  5. Osservazioni che meritano una più approfondita riflessione.
    Nel frattempo vorrei invitare Renato Gorgona a prendere visione di una antologia edita almeno un paio di anni fa, curata da L. Magazzeni, intitolata Cuore di preda, Milano Cfr. Raccoglie i lavori di oltre 100 poete sulla violenza sessuale e auspicava nella 4^di copertina una analoga antologia in cui leggere i contributi anche dei poeti.
    Tra quelle poesie ve ne sono anche di molto belle

    1. Ciao Leila, possiamo contare su tempi e luoghi per riflettere, questo è già un inizio. Mi piacerebbe già dire la mia in tema di editoria ma, per coerenza, mi piacerebbe poter contare su dati certi che non possiedo. Mi sembra utile però il tuo ulteriore invito a riflettere, fretta non c’è ( secolo più,secolo meno…). Un saluto

  6. A questo punto trovo la provocazione di Marinella molto utile e opportuna e mi unisco all’invito di Leila di trovare spazi e luoghi per continuare a riflettere.
    Sono anni che faccio ricerca sulla poesia delle donne e sulla creatività in generale insieme alle amiche del Gruppo ’98 Poesia (il Progetto Patchwork del 2006 andava in questo senso ed è stata una tappa importante) ma ora mi si sono aperte nuove domande e, soprattutto, si sono affacciate nuove esigenze. E’ vero che, dopo millenni di cultura patriarcale, non c’è fretta,.. ‘secolo più secolo meno’ come dice Marinella, ma invito chi ne sente l’esigenza ora a fare proposte concrete. Io, per quello che posso, ci sono.

  7. cara Anna, mi sembra che oggi sia necessario interrogarci su alcune nostre “chiusure” e, soprattutto, “incoerenze”. Ci sono molte sofferenze di cui le donne poete parlano tra di loro, sofferenze che anche le generazioni più giovani dichiarano come ancora attuali ma che o si affrontano entro la categoria a rischio del “femminismo” o in quella negazionistica del “neutro”. In più ; perché in Italia non si prende in considerazione la questione del “soffitto di cristallo” nella poesia? Non esiste? O ci tranquillizza il fatto che le nostre questioni trovino accoglienza entro qualche linea editoriale, che vengano antologizzate, distribuite, vetrinizzate negli eventi di poesia …festivizzata (cfr P.Muray). Voi del gruppo ’98 fate tanto Anna, vi seguo, ma penso che questa volta, davvero, fretta non ci sia. Dicevo l’altro giorno ad un caro amico che dichiarava la sua disillusione rispetto ad un sistema poetico liberista e narcisistico che bisogna continuare a scegliere “chi e che cosa non è inferno”, sostenere quelle giovani e quei giovani che sono già un passo avanti, consigliarli nel dubbio, prendere le distanze dalle incoerenze e dalle furbizie del sistema e, se può servire, “svelarle”. Mi piacerebbe che la riflessione aspirasse a rimanere “tarlo”, lavorio del dubbio costante, operoso e… destabilizzante. Grazie per aver scritto qui…come dicevo ieri a me rimane il dubbio di aver espresso in maniera chiara e comprensibile alcune ipotesi sui motivi che potrebbero essere alla base di quella che a me pare una situazione statica, ingentilita, imborghesita, priva di quell’imprevisto “che fa grande una civiltà di donne e uomini” (cfr. C.Zamboni). A presto !

  8. Personalmente credo che ci siano tante poetesse interessanti e valide, quanti poeti. E mi spiace, ma per me non è questione di “sesso degli angeli”: la poesia non ha genere; semmai è “declinata” a seconda del genere dell’autore, cioè a seconda del proprio vissuto e dei modelli sociali a cui si conforma o meno. Un po’ come la poesia di un autore monoteista finisce con l’essere diversa da quella di un autore politeista, pur se punti di contatto se ne possono trovare sempre.

    Concordo, infine, con quanto scritto da Graziella Torboli: il primo scoglio da superare è quello dell’autostima.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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