Le interviste senza domande, rubrica di Flavio Almerighi: A. Canzian

'Su sonrisa mi perdicion, su sonrisa mi salvacion', olio su tela, 2010_risultato

Le interviste senza domande, rubrica di Flavio Almerighi: Alessandro Canzian.

     

    

Questa  rubrica, ideata e curata da Flavio Almerighi, è un momento fisso di incontro partendo da parole “rubate” durante la lettura di un’opera.
Aboliamo quindi il tradizionale question time che segue la lettura di un libro, sostituendolo con versi o comunque frasi dell’autore stesso. Gioielli rubati e restituiti in forma di intervista.
Su queste l’intervistato costruisce le proprie riflessioni, dice magari semplicemente quel che gli passa per la testa, si apre, si spiega, e magari ricorda parole che voleva dire e non ha scritto. Si propone al pubblico dei lettori di Versante Ripido sia come autore/autrice sia come persona, sia come edito che come inedito.

Ospite di questa puntata di “Interviste senza domande” è Alessandro Canzian e il suo “Il colore dell’acqua”.

Il Colore dell’Acqua, ultima fatica poetica di Alessandro Canzian per i tipi della sua Samuele Editore, è una raccolta di poesie bella e ombrosa, da leggere e rileggere. Il lettore se ne trova attratto e coinvolto per la semplicità estremamente elegante del tessuto poetico, per l’alone di mistero della porta accanto che permea buona parte del libro, soprattutto nella parte dedicata alla Ragazza Olga, vera autentica risposta alla Ragazza Carla di novecentesca memoria. Il fascino discreto del vissuto e della sua elaborazione: “La poesia di Canzian si affida alla contemplazione di un infinito esilio delle cose, nel quale annega l’esistenza intera, disfacendosi e ricomponendosi sotto il segno di una duplice e inesplicabile pulsione di natura eraclitea, nutrita contemporaneamente di vita e di dissolvenza della vita: la stessa Olga, protagonista del bellissimo poemetto finale di questa raccolta, ha l’aspetto bifronte della concretezza e del fantastico, della presenza e della lontananza; e la sua singolare figura, recondita e vicinissima, già transitata altrove eppure mai distante da qui” come osserva acutamente Mario Fresa.

        

  • Oggi ho voglia di stare male (pg. 20) 

In Al di là del bene e del male Nietzsche sottolinea come l’idea del suicidio aiuti a superare molte notti insonni. E in effetti questa è una delle caratteristiche dell’essere umano. Lo stare male è spesso una scelta, una cura. Lo stare male è la rievocazione necessaria per ricordare che le cose migliori vanno fatte / parlando d’altro. Il dolore non sempre è un realtà negativa (se inutile) o catartica (se utile), può essere anche un dolce ristagnare nel momento in cui non vogliamo abbandonare qualcosa che s’è perso. Il dolore diventa una forma solitaria di legame capace di sublimare il connubio cuore/mente in una sorta di iperuranio emozionale che a ben vedere non è poi così banale. E la sua non-banalità è strettamente legata alla nebulosità dei suoi confini. Perchè sono i confini che restituiscono pieghe e crepe di verità non immediatamente comprensibile. Lo stare male in questa direzione non è solo ricordare ma anche rielaborare. Tenere in vita qualcosa che s’è perso comprendendolo sempre di più.

       

  • Ti racconto la mia malinconia (pg. 23)

Lo stare male di cui sopra ha un rischio abbastanza evidente: l’isolamento. È un luogo comune abbastanza vecchio e ingiustificato il pensare che l’autore di versi (o nel caso migliore il poeta) sia un solitario privo di legami e di interessi nel mondo, o che si isoli nella torre d’avorio per delusione o altro. La scrittura è da sempre un rapporto con l’altro. Una relazione con un tu che non è mai singolo ma è un tu collettivo, è il tutti in te. Poesia significa dire qualcosa in un linguaggio talmente espanso che non solo fa capire ma anche sentire ciò che si dice. È un comunicazione, una necessità di comunicazione. E in questo si inserisce la distinzione tra poesia e non poesia. La poesia arriva al lettore e gli resta in cuore. La non poesia resta isolata nel cuore di chi scrive.

       

  • … senza sapere cos’è il bene, o dove devo andare (pg. 29)

Una delle più belle metafore bibliche è quella di Adamo ed Eva e la loro caduta. L’ignoranza era per loro beatitudine, armonia con Dio nel senso di accordo col tutto. Oggi diremmo con l’universo. L’unica clausola, l’unica decisione realmente possibile per i due primi esseri umani era la mela. Ma non una mela qualunque: era la conoscenza. L’uomo per restare in accordo con Dio doveva scegliere volontariamente di non conoscere. Ma nel momento in cui, per motivi tra l’altro non inerenti la conoscenza stessa ma per un ben più mediocre desiderio di potenza (l’essere come Dio), l’uomo ha acquisito tale conoscenza ecco ha incontrato il dolore dell’essere non più in accordo con Dio. Una sorta di spaesamento. In realtà Dio non ha mai abbandonato completamente l’uomo, sempre all’interno della metafora, ma lo ha vestito esprimendo quindi amore per lui. Il bene è rimasto, non l’accordo. Quasi a dire che l’amore è la chiave che in qualche modo salva da quella troppa conoscenza che ha prodotto l’esilio. Cristo poi avrebbe confermato questa posizione basata sull’amore che già nel Cantico dei Cantici era suggerito vicino a quanto si instaura tra due persone. Ma quando poi non si conosce o non si riconosce più questo amore, questo bene, ecco allora che restiamo in balia della troppa conoscenza che è confusione, mancanza di punti di riferimento. È un andare per gli scaffali di un supermercato senza sapere dove si è e dove si deve andare.

        

  • Anche un rumore di finestre / sbattute può essere parola. (pg. 37) 

In merito a questi versi vorrei permettermi una cosa che solitamente non si dovrebbe fare: vorrei spiegare il testo. O meglio, mi correggo, vorrei raccontare il testo. Come abbastanza evidente per chi legge Il colore dell’acqua si parla di un amore finito che diventa spunto e motivazione per parlare un po’ di tutto, della vita, del tempo, delle cose. Quella sera uscivo da una libreria pordenonese ed ero in un vicolo e ho sentito appunto questa finestra chiudersi sopra la mia testa. Bisogna sapere che chi scrive poesia non inventa nulla di nuovo ma semplicemente coglie elementi della realtà che vive e li rielabora dandogli un significato (che è la sua presenza nel testo, il suo valore aggiunto che è il dire qualcosa). Ecco quella finestra sbattuta mi è parsa in quella sera specifica un messaggio, ovviamente senza parole, un verso. Non ho visto chi era al di là della finestra ma ho immaginato una donna (il rumore di una donna in filigrana). Guardando in alto ho quindi visto i fili per stendere i panni e nell’essere assieme a quel rumore di finestra hanno per un istante acquisito un significato altro. Non ho immaginato io la metafora, era già lì (Anche i panni stesi e gli abbracci / da lasciare ad asciugare). L’osservazione poi è passata attraverso un ritorno a me per quell’inevitabile filtro che è la responsabilità di chi scrive (fanno un camminare nella sera). Per concludersi poi con la classica morale della favola che è, credo, un po’ la posizione di tutti una volta perso un amore (che ne ricuce il senso, se c’è).

      

  • Guido dice che dopo una bella / poesia c’è meno dolore, da dire (pg. 39)

La poesia è sicuramente un dialogo con l’altro, come ho detto poc’anzi. Ma ha anche una caratteristica in qualche modo salvifica per l’autore stesso. Non serve scomodare Dante quando progettava la Divina Commedia anche per sottolineare ai fiorentini cosa avevano perso mandandolo in esilio. È abbastanza evidente che riuscire a rielaborare in una bella forma un’esperienza negativa dà modo a quell’esperienza di diventare migliore, di apparire utile, potremmo dire di diventare altro. Già altre volte ho ricordato un intervento di Gian Mario Villalta a Una scontrosa grazia (il ciclo di incontri di poesia che conduco con Sandro Pecchiari alla libreria Mondadori di Trieste) il quale ha affermato che Poesia è partire da un punto A per arrivare a un punto B trovandosi alla fine a un punto C che non ci si aspettava. Ecco questo punto C è la conseguenza della poesia quand’è riuscita. Si può perdere qualcuno, fosse anche per una morte improvvisa (per non parlare sempre e solo di abbandoni d’amore), ma se si riesce a formare in maniera quasi pittorica un testo (e parlo proprio graficamente) che dice bene quella perdita, l’inutilità apparente della perdita stessa diventa una realtà nuova, utile, positiva, in qualche modo bella. Diventa un ho sofferto ma alla fine ho dato al mondo qualcosa di bello.

      

  • Mi piace la parola minimale (pg. 42)

Il termine minimale solitamente si riferisce a un qualcosa di essenziale, lineare, privo di fronzoli o abbellimenti. Tutto ciò che è necessario e solo quello insomma. Partendo da questo punto di vista si può osservare un corpo amato nella sua sensualità tanto essenziale quanto necessaria. Il nudo è minimale quanto la parola nella poesia. Il sesso è minimale perchè non necessita di accessori. E soprattutto quando parliamo di sesso femminile comprendiamo l’ampiezza di significati del termine minimale. Il sesso femminile è all’esterno di una linearità all’insegna della semplicità che ha dello sconcertante. Soprattutto se messa in relazione con la complessità della sua conformazione nascosta, delle sue relazioni interne. Dalla schiena al sesso alle gambe tutto fa capo a quella semplice cavità racchiusa. Questa è una straordinaria rappresentazione della poesia ed è, aggiungendo e mescolando il lato psicologico del rapporto con questo sesso, quanto ho cercato di rappresentare col testo di cui il verso iniziale (che conclude con una malcelata citazione di Ferruccio Benzoni, autore da me amatissimo: e una tenerezza terribile da Tenerezze terribili – Specie se da giorni e giorni piove / tanto da dimenticare / come irresistibilmente un vicolo lustra / in un piangente chiarore, / non t’abbigliare di un tremito. / Manchi il sole o no l’insensatezza / ha fatto di noi una tenerezza / postuma; una ciocca ritrovata).

       

  • ha il suono duro delle cose / che sono fatte per durare (pg. 63)

Rapportarsi col tempo inevitabilmente porta a confrontarsi con ciò che resta e con ciò che non può restare. Tutti ricordiamo la parabola evangelica delle case che cadranno in polvere mentre la parola resterà. Ecco questo porta un poco alla domanda: cosa resta? Cosa dura? Una cosa che mi ha sempre colpito è il vedere le case diroccate che a tutti gli effetti rappresentano ciò che resta. Paradossalmente la rovina dura più dell’oggetto da cui deriva. Come le conchiglie, ossa di ciò che è stato. Eppure hanno vita più lunga della vita stessa che hanno accolto. E in una cultura nella quale viviamo come fossimo eterni, relegando di fatto il concetto di morte in un’eccezione abnorme da tenere nascosta con pudore, ecco che rendersi conto osservando le semplici cose che abbiamo davanti che lo scheletro vive più del corpo restituisce un diverso concetto di eternità. In questo non nego di aver ricordato quel bellissimo gesto di salutare un poco gettando la mano all’aria di Kundera (ne L’immortalità) mettendo sul medesimo piano il vuoto, le conchiglie, i suoi piedi bianchi la mattina. Perchè in fondo anche i gesti restano come scheletri di ciò che è stato. Sono le conchiglie rimaste nei nostri cuori. Una bella opinione a Il colore dell’acqua è stata fatta da una ragazza (Francesca Piovesan) che ha detto: Uno degli aspetti che mi ha colpito è la “scelta” di non descrivere l’immagine della donna perduta, a parte un riferimento agli occhi chiari. Lei emerge attraverso i gesti, le azioni quotidiane che, in fondo, meglio delineano l’essenza vera della persona. E questo, a prescindere dall’incidente dei miei versi, è molto vero. Nella vita resta il vuoto ma anche lo scheletro delle cose, e il ricordo dei gesti, delle abitudini.

       

  • non esiste, come Olga, / anche se si ostina a credere il contrario (pg. 64)

La ragazza di nome Olga è un poemetto appena abbozzato che nasce mettendo in relazione esistente e inesistente. È molto banalmente un rapporto voyeuristico con questa ragazza che però non esiste, e so benissimo e dichiaro che non esiste. La sua non esistenza però non inibisce il rapporto, anzi. Oggi, in tempi di facebook, twitter, reality show e via dicendo siamo ben avvezzi a osservare e dialogare con il virtuale, il non-esistente. Credo sia indubbio che parlare con una persona vis a vis sia molto diverso dal parlarci via social media. La relazione che si instaura è con un alter ego che può non coincidere con la persona stessa. Ci si può innamorare della persona con cui si parla per poi scoprire che è altro da ciò che si credeva quando la si incontra. Olga sostanzialmente porta alle estreme conseguenze questa nostra abitudine quotidiana. Non esiste, e in fondo nel poemetto nemmeno cerca di imporre una sua qualche forma di esistenza. Diversa cosa per il rapporto di chi esiste e cerca una relazione con lei. Mi sono accorto infatti scrivendo di Olga (dal mio appartamentino maniaghese dove echeggiano realmente i rumori che ho riportato nel poemetto, i tacchi fuori dalla porta, il ticchettio delle gambe, e via dicendo) che la sua esistenza era necessaria più per me che per lei. La chiusa (anche se si ostina a credere il contrario) infatti non si riferisce alla ragazza direttamente ma al suo odore. Odore che resta come necessità di sentirlo anche se nel poemetto lei è scomparsa già da giorni. L’odore è una delle realtà più importanti nell’amore, e non solo. Non a caso un’altra amica (Silvia Secco) mi ha fatto ben notare che Il colore dell’acqua inizia e finisce con un odore: Si, proprio quell’odore lì / di vaniglia acre che ti suda / e ti fa male al cuoreL’odore di Olga passa in mezzo al piano / anche se lei è assente ormai da giorni. L’odore è un’impressione, un gesto, simile alle conchiglie di cui sopra. È anche un vuoto perchè impalpabile e proprio per questo una grandissima metafora dell’amore. L’odore resta anche se non si può toccare, vedere, possedere. Ed è in fondo una delle necessità della poesia, perchè credo sia abbastanza noto, oltre ogni facile quanto inutile idea romantica, che molte grandi opere della letteratura non sarebbero state scritte senza l’odore di una donna, o in altri casi di un uomo.

          

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Alessandro Canzian (1977), vive e lavora a Maniago (Pordenone). Nell’ottobre 2008 ha fondato la SAMUELE EDITORE (dal nome di suo figlio). Prima de Il Colore dell’Acqua ha pubblicato Christabel (2001), La sera, la serra (2004), Distanze (2007) Canzoniere inutile (2010), Cronaca d’una solitudine (2011), Luceafarul (2012), Oppure mi sarei fatta altissima (2007, saggio). Sito internet http://www.samueleeditore.it/ blog https://alessandrocanzian.wordpress.com/

                        

Martina Dalla Stella, 'Sur', olio su tela, 2015 - in apertura 'Su sonrisa mi perdicion, su sonrisa mi salvacion', olio su tela, 2010
Martina Dalla Stella, ‘Sur’, olio su tela, 2015 – in apertura ‘Su sonrisa mi perdicion, su sonrisa mi salvacion’, olio su tela, 2010

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