Le interviste senza domande, rubrica di Flavio Almerighi: C. Annino

Le interviste senza domande, rubrica di Flavio Almerighi: Cristina Annino

     

    

Questa  rubrica, ideata e curata da Flavio Almerighi, è un momento fisso di incontro partendo da parole “rubate” durante la lettura di un’opera.
Aboliamo quindi il tradizionale question time che segue la lettura di un libro, sostituendolo con versi o comunque frasi dell’autore stesso. Gioielli rubati e restituiti in forma di intervista.
Su queste l’intervistato costruisce le proprie riflessioni, dice magari semplicemente quel che gli passa per la testa, si apre, si spiega, e magari ricorda parole che voleva dire e non ha scritto. Si propone al pubblico dei lettori di Versante Ripido sia come autore/autrice sia come persona, sia come edito che come inedito.

Ospite di questa puntata di “Interviste senza domande” è Cristina Annino e il suo “Anatomie in fuga”, Donzelli Ed. 2016.

    

Non vi sono dubbi sull’importanza di questa nuova raccolta di poesia di Cristina Annino che, come annota Maurizio Cucchi nelle note introduttive, rappresenta oltretutto il ritorno al mondo editoriale di questa che è una delle migliori poetesse italiane viventi, oltre che autrice molto originale. Cristina Annino è rara, riesce a scrivere e vedere con occhi da bambina e dita disilluse. Ne nascono versi eleganti, ironici e auto ironici. Forti di quella poesia che ha nelle mani. “Potrei tirar su con le mani tutta l’acqua del mare. Anche più. E attraverserei il fuoco da qui a lei in questo oggi frocio. L’hai vista l’altro giorno com’era? Piccina. Tutto il mondo è piccino. Le rotaie del destino oramai fanno clic. Ma lo sai quanto costa un’ochetta così? Che sotto terra, dopo le cene, il quadrato di tanta insonnia, con lei persino lì starei bene.”
L’odio, l’imperfezione, lo schifo addirittura (come in Area del disgusto), sono dichiarati, come il disordine e la follia, l’eccesso e l’impazienza, la ribellione e il sarcasmo. Il rifiuto dell’armonia e della sana razionalità, lo sberleffo all’equilibrio e al decoro si manifestano nello stile sempre ritmato e ripido. Frequentissimi gli incisi, le imprecazioni, il tono colloquiale basso, i punti esclamativi e interrogativi. 
Non si tratta di velleitario sperimentalismo, sono gli scarti improvvisi del pensiero, dell’immaginazione del ricordo.
Nei contenuti nessuna retorica, la poesia di Cristina Annino è una folla di personaggi, raccontati nei loro tic e difetti, mentre l’Io si fa sguardo esterno, maschile, più raramente femminile, spesso animale. Su tutti il siamese Coco, che accompagna per mano la penna del poeta, specie di amatissimo Virgilio felino. FA

    

  • Io spesso me ne vado con la Fine (pg.9)

Non dovendo spiegare per esteso la complessità di questa poesia, ma solo il verso riportato, dirò allora qualche parola, uscendo e entrando nei versi, su ciò che ho soltanto sotteso all’intero componimento, ma ne costituisce la base; può comunque considerarsi la risposta a un interrogativo espresso più direttamente in altri scritti. Quale sia cioè la fisionomia del libero arbitrio. Ragionamento o domanda irrisolti   dal soggetto della poesia (per motivi comprensibili se leggiamo interamente il testo)  che infatti troverà nell’adattamento l’unica possibile soluzione.

        

  • La parola Fine può essere intesa anche come possibilità di “porre fine fisicamente a sé”, al suicidio intendo.

Uscendo di nuovo dall’interpretazione testuale, l’autore sembra ammettere che la libertà di scelta, non possa staccarsi dai tanti faticosi progetti del pensare, dalla loro progressione infinita. Con questo componimento si è dichiaratamente nella sfera del desiderio ( camuffato, contraddittorio fino a sembrarne quasi la negazione) dove ogni tentativo di agire rimane ogni volta inconcluso, come il Pensiero che pensa sé. Si potrebbe dedurne allora che l’essere umano possa solo desiderare; che non esista in effetti una libertà di scelta capace di gestire razionalmente i conflitti di qualunque aspettativa. Che il libero arbitrio sia solo una variante effimera della speranza.

      

  • La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo (pg.11)

Interrogativo esclamativo direi, che nella sua accorata meraviglia non intende certo definire filosoficamente la ragione, ma vive, in modo provocatorio, il senso più socialmente diffuso che viene dato alla Ragione. Cioè conformità di regole, movimento intransitivo dell’esistenza, esclusione o conflitto con ogni difformità da un già definito modello comportamentale.
Anche questo testo suggerisce o richiama il tema del desiderio (non vorrei inflazionarne il senso nominandolo troppe volte) ; ma, in fin dei conti, vivendo, ci troviamo a correre sempre su questo terreno, giacché i movimenti primari dell’uomo sono l’ubbidienza o il disubbidire, e la loro radice, ribadisco, nasce appunto dalla gradualità di bisogno, in ognuno, di affermare il proprio desiderio.

     

  • ogni parola più del silenzio perché torna ancora (pg.22)

Beh, creare silenzio con le parole credo sia un metodo abbastanza diffuso nella scrittura, soprattutto in poesia. Usando termini apparentemente pertinenti ma in effetti contrari a ciò che si intende descrivere; ricreando cioè la stessa forza di quel sentimento che però non viene espresso direttamente. In “Luce che taglia l’acqua senza bocca” per esempio, uso luce e senza accanto al sostantivo bocca, l’unico vocabolo che, se isolato, per sua propria connotazione, avrebbe quasi certamente introdotto un’immagine diversa.
Ma questo vale anche per molte altre situazioni come il dolore, la morte, addirittura i colori, ecc.

      

  • la sacra scrittura non molla. Di notte (pg.28)

E’ una descrizione ironica del Poeta che considera la propria scrittura come un dono unico di comunicabilità creativa. Quando questo desiderio (che chiamo metafisico) ha una tale certezza di sé, io penso che “umili” il desiderio stesso il quale deve essere sempre mosso in tutte le direzioni, ridiscutibile ogni volta, quindi mai statico.
Ogni desiderio vissuto come già raggiunto è per me l’imitazione di ciò a cui arrivare non ci è concesso, a meno di concepire, ripeto, un desiderio schiavo di un suo modello superiore.
La “Torre d’avorio”, quale simbologia di astrazione dal mondo, cancella quelle contraddizioni necessarie alla conoscenza. Perché se è anche vero che ogni conoscenza è desiderio, questo, per essere tale, non potrà che essere ogni volta desiderabile.

      

  • Io sono il più bastardo, freddo tranquillo organismo vivente (pg.30)

Definirei questa fine di racconto (perché di racconto si tratta, qui è presentato solo in parte) come un fermo immagine. Parlando, nell’interezza del testo- della Speranza come fonte di infelicità umana, i tre aggettivi confermano il risultato del taglio del cordone ombelicale tra l’uomo e la sua educazione specificatamente cattolica.

      

  • Io scrivo cose che nessuno sente (pg.32)

Cioè: l’ intensità o l’importanza dei pensieri che provo in questo istante, nessuno può conoscerli, oltre me. Certo, un’affermazione di questo tipo non può che chiudere la poesia, altrimenti incorrerebbe in una specie di retorica quale “sarò breve ma mi dilungo”. Il verso intero infatti offre un altro piano di lettura del testo, che cioè l’assolutamente personale debba essere intrattabile e se lo si descrive, dovrà essere descritto ironicamente, giacché a nessuno può interessare ciò che io sento.

     

  • Quel milite triste della parola, artista

Mi riferisco ai Poeti Tristi Sono convinta infatti che raramente, nella maggior parte di autori che leggiamo, ci siano poeti davvero “cattivi”. Grazie alla diffusione in internet di certa poesia anche ottima, al proliferare di scuole poetiche, al plagio che non esclude il cartaceo ecc., si sta sviluppando una folta schiera di poeti molto tristi: i poeti del webb, cloni addirittura o parziali ripetitori di abilità altrui riadattate a realtà personali, perciò senza scienza e con troppa conoscenza. Lavorano comunque in superficie risultando superficiali. Ma non sono cattivi, sono solo molto tristi.
Militi perché sanno usare bene certi strumenti come i soldati un fucile, però entrambi, proprio per questo, non daranno mai vita a niente.

       

  • Sente che gli accadrà all’improvviso/di sparire, ed è pronto (pg.48)

La paura dello “sparire”è una patologia molto diffusa, almeno secondo la mia esperienza. Per lo meno la più terribile. Essendo il contrario della sensazione di pertinenza a qualcosa o qualcuno, penso sia dovuta alla caduta di una precisa identità.
Come ho ripetuto altre volte con differenti esempi, anche in questo caso chi prova tale sensazione mi sembra l’uomo più lontano nell’universo del desiderio più vicino. Ecco, vivere diventa un desiderio irrealizzabile, quando invece, in qualsiasi modo si viva, questo dovrebbe costituire per lo meno una certezza. (Il modo poi, di vivere è un altro discorso) E’ come se egli si sentisse fuori o cacciato fuori dal suo diritto al desiderio. Credo che tutti noi, almeno una volta, facciamo tale scoperta insopportabile, proviamo questa sensazione che ci sgomenta.

     

  • La nostalgia rotonda di non so che, / abbagliò me e Koko. (pg.55)

Mi riferisco a una delle tante trasmssioni di pensiero da me a Koko o viceversa. In nessuna poesia, scritta per lui, mai ho cercato di umanizzarlo, tentativo che ritengo il più ingiusto, buonista e falsamente culturale che una persona possa frapporre tra sé e l’ animale che ama. Gli esseri umani avvertono spesso delle nostalgie imprecisate, quei soffi di ricordo non definibile, o delle vaghe paure; neppure l’animale è estraneo a queste sensazioni, se si osserva bene la mimica del suo comportamento; comunque qui io descrivo Koko come colui che fa proprio un mio disagio annullandolo con l’ atto di “ingoiare”: Ma non come “servizio” salvifico nei miei confronti, bensì come conoscenza superiore di qualcosa che io non so spiegarmi e che invece lui sa risolvere. Ho sempre sottolineato la scienza e coscienza degli animali come superiori o più raffinate, a ben capirle, rispetto a quelle dell’uomo, perciò non mi dilungherò su questo argomento.

      

  • Ma è il mio modo di guardare le cose, che conta. (pg.69)

Beh, intendo che, se il mondo è ciò che succede (per citare una mia poesia), più dell’accadimento in sé, sia qualificabile il modo di guardare l’avvenimento, vivendolo. Solo così, io credo, si possono avere tanti convincimenti individuali rispetto al pensiero collettivo.

      

  • o nel silenzio-boia tra le cose (pg.76)

E’ una poesia scritta dopo la morte di mio padre. L’aggettivo boia metaforicamente vuol ribadire come il mio senso di perdita sia la risposta a un atto violento e innaturale come può essere la penna di morte o un assassinio. Il silenzio unito al sostantivo boia trasformandosi in aggettivo, evidenzia appunto la colpevolezza della rapina subita.

       

  • Io invece le do voce e la nutro (pg.95)

In questa poesia, ricordo Carmela, una ragazza conosciuta in un reparto ospedaliero di Firenze. Ritorna la domanda “la ragione cos’è?” con tutte le sue possibili contraddizioni. Carmela era piena di vitalità anche se offuscata dalla droga, però sembrava voler vivere persino respirando poco, a fatica. Dunque la sua volontà inconscia di restare al mondo era superiore alla mia abitudine di esistere, che al confronto di lei mi apparve come un’indifferenza. Mi stava insomma dimostrando che la vita dovrebbe essere, superata la definizione di “dono” che è valida solo per l’inizio, il guadagno di una enorme fatica. Mi sembrò di non desiderare quanto lei. E che lei, in quel momento e in quei giorni di degenza, si trovasse pertanto immersa nel centro vitale del desiderio; esigeva, al contrario di me, quasi un’ubbidienza dal mondo.

       

  • Trattava Dio alla pari (pg.111)

E’ uno dei tanti componimenti scritti per mia madre, in prossimità della sua fine. La morte di Lina, evento tellurico per me, ridimensiona l’inconcepibile (Dio-Eternità, vita), capovolge i termini, rende gigante un piccolo corpo di fronte a chi si immagina immenso. L’immenso autentico stava esattamente quaggiù, era dentro di lei, lei conteneva il miracolo della creazione e del trapasso, della fine del bene e la nascita del male. Era lei che dominava e trascinava con sé cose, valori, rispettabilità divina (gli dava del tu), diventando materia di montagne e poi anche l’infinitamente picolo: il sapone di Marsiglia, per esempio. Tutto qui.

         

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Cristina Annino, nata ad Arezzo, a Firenze studia Lettere Moderne e si laurea con una tesi sulle prose del poeta. César Vallejo. Trasferitasi a Firenze frequenta il Caffè Paszkowski dove farà amicizia con Luzi, Bigongiari, Baldacci, Parronchi, Luigi Baldacci ecc, in altra sede incontrerà  il Gruppo ’70, fondato nel 1963 da Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti. Nel 1969, con le edizioni Téchne di Firenze, pubblica il suo primo libro di poesia, Non me lo dire, non posso crederci. Nel 1984 Walter Siti la inserisce nella raccolta Nuovi poeti italiani, n.3 (Einaudi 1984). Nel 1987 grazie ad Antonio Porta pubblica per Corpo 10 di Milano Madrid, volume con cui vince nel 1988 il Premio Pozzale Luigi Russo (presidente della Giuria era Giovanni Giudici). Nel 2001 Franco Loi e Davide Rondoni la inseriscono nell’antologia Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970-2000 (Garzanti, 2001). Vive a Roma il secondo matrimonio che, come il primo, le comportò un allontanamento totale dall’ambiente letterario. Dal 2000 riprende l’attività poetica e  nel 2015 si trasferisce da Roma a Milano. Nel 2016 esce Anatomie in fuga per Donzelli. Sempre dello stesso anno Antologia di poeti contemporanei, (tradizione e innovazione in Italia ) a cura di Daniela Marcheschi, Mursia editore.

 

    

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3 thoughts on “Le interviste senza domande, rubrica di Flavio Almerighi: C. Annino”

  1. un poeta, Cristina Annino, indispensabile come il suo ultimo Anatomie in fuga, consigliatissimo.

    Con questo numero della rubrica termina la mia collaborazione con Versante Ripido. Le Interviste senza domande troveranno sicuramente altre pagine disposte all’ospitalità. Saluto tutti.

  2. A nome della redazione tutta ringrazio Flavio Almerighi per la preziosa collaborazione critica prestata a VR con serietà e competenza. Lo saluto con i migliori auguri di un futuro poetico fecondo e proficuo.
    CZ

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