Rubrica Le motivazioni del poeta: “L’astice dell’Atlantico” di Luigi Paraboschi

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Rubrica Le motivazioni del poeta: “L’astice dell’Atlantico” di Luigi Paraboschi.

     

    

Questa rubrica si prefigge di scoprire, facendocelo raccontare dal creatore stesso dell’opera, cosa sta dietro alla nascita di una composizione poetica. Gli scrittori sono restii a fornire informazioni e chiavi di lettura di solito, quindi il valore di queste uscite allo scoperto è decisamente altissimo.

Lasciamo la parola in questo numero a Luigi Paraboschi e ala sua “L’astice dell’Atlantico”.

Mi stavo “titillando” la mente da qualche giorno attorno al problema dell’età, dei cambiamenti di vita ineluttabili, dalla carenza di affettività, dall’andropausa galoppante all’impotenza (più coeundi che generandi) che mi affligge da una vita, e mi domandavo con insistenza se nella vita mi ero fatto più seghe o avessi più scopato, ed ero quasi propenso ad avvalorare la prima delle due ipotesi, se per seghe si intendono anche le inevitabili paranoie alle quali vanno soggetti tutti coloro che vogliono scrivere versi, quando, durante una delle mie occupazioni più culturalmente impegnative (la visita settimanale all’Esselunga, supermercato che adoro per la sua luminosità, i suoi spazi aperti, la dovizie delle sue casse, la copiosa scelta di vini nella lettura delle cui etichette “adoro” perdere il mio reo tempo e le morte stagioni (e chiedo scusa ai coiffeurs per l’uso improprio di questo verbo, che solitamente appartiene al loro lessico quotidiano), dunque mentre stavo così spingendo il mio carrello (ahimè, solo “quel” carrello!) sono stato attratto dalla visione della vasca contente alcune aragoste in attesa di giudizio universale.
Come tutti sanno ed avranno notato, alle suddette bestie, o come diavolo si potranno chiamare, non lo so vengono legate le chele con un pezzo di nastro adesivo e le poveracce se ne stanno lì sul fondo, con due occhioni smarriti, le antenne ritte come un gatto e le chele imbalsamate, impotenti a mordere o a carpire qualcosa.
D’improvviso mi sono detto “ho trovato la quadra” eppoi ho pensato che solo degli analfabeti come certi politici dicono “la quadra”, quando dai tempi di Pitagora tutti sanno che si deve dire “la quadratura”, ma glissons sui politici, e torniamo alle chele.
Sì, quei poveri astici dei quali uno mi faceva una gran tenerezza, voglioso come mi pareva di ingropparsi una compagna di sventura, montandole sopra, (ma non mi è ben ancora chiaro se l’accoppiamento dei suddetti esseri si attiene alle regole del “more ferarum” o se sono soliti accoppiarsi alla più umana “francescana”, nel qual caso avrei preso un abbaglio) mi hanno ispirato i versi della seconda metà della poesia.
Quindi, come il lettore può evincere da solo, la mia fonte di ispirazione ha un decorso diciamo all’inverso: parte dai piani alti (angoscia, solitudine, impotenza, insomma tutti i cazzi e mazzi ai quali siamo avvezzi dal Petrarca in poi) e approda a quelli bassi, quelli più a livello gastro intestinale, e poi defeco poesie.

L’astice dell’atlantico

Dentro la mia stia rimurgino
la lentezza della decomposizione
di questa stagione che stilla
fitta sopra i tetti e mi interrogo
con parole dal sapore di muffa
sul come sedimentare questo spirito
tardivo dentro il cavo di una spalla
o accanto al fiato tenue di un collo.

Sono astice pescato nell’Atlantico
nord occidentale messo nell’acquario
dell’Esselunga, cui hanno legato
le chele con l’adesivo. Temevano
che, libero, potesse aggredire
i propri simili, e non sapevano
che si vorrebbe mordere fino alla morte
avendo intuito il suo destino.

2 thoughts on “Rubrica Le motivazioni del poeta: “L’astice dell’Atlantico” di Luigi Paraboschi”

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